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| Foto di Feliphe Schiarolli su Unsplash |
Che palle eh?
Un blog in cui scrivo tutto quello che mi occupa e mi pre-occupa. Ma anche di molto (troppo) altro.
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«[...] I carbonai, sullo spiazzo battuto di terra cenerina, erano i più numerosi. Urlavano «Hura! Hota!» [sopra! sotto!] perché erano gente bergamasca e non la si capiva nel parlare. Erano i più forti e chiusi e legati tra loro: una corporazione che si propagava in tutti i boschi, con parentele e legami e liti. Cosimo alle volte faceva da tramite tra un gruppo e l’altro, dava notizie, veniva incaricato di commissioni.
- M’hanno detto quelli di sotto la Rovere Rossa di dirvi che Hanfa la Hapa Hota l' Hoc! [porta la zappa sotto il ciocco]
- Rispondigli che Hegn Hobet Ho de Hot! [vieni subito giù di sotto]
Lui teneva a mente i misteriosi suoni aspirati, e cercava di ripeterli, come cercava di ripetere gli zirli degli uccelli che lo svegliavano il mattino. [...]».
Finisce di leggerlo ad alta voce: la classe ascolta, qualcuno ridacchia per la sua pronuncia stentata dello pseudobergamasco di Calvino, poi mi rivolge nuovamente la parola: «a lei non le sembra un po' razzista?». Qualche compagno è d'accordo, qualcun altro no, alcune ragazze provenienti dall'alta valle dicono (mentre sorridono) che «assolutamente non è razzista: parliamo proprio così!». Provo a fargli capire che si tratta di un romanzo il cui protagonista è un ragazzo della loro età o di poco più grande e che la scrittura di Calvino gioca, spesso, anche sul carattere iperbolico dei ricordi di infanzia o, comunque, della vita vissuta.
Rilancia: «ho capito, prófe, ma a me sembra ancora razzista». Contrattacco anch'io: Calvino non era (né può essere considerato) razzista, anzi. Voleva farci riflettere riguardo il nostro approccio nei confronti dell'altro: non c'era insulto nelle parole dell'autore quanto piuttosto stupore adolescenziale, ed entusiasmo conseguente, verso qualcosa di cui ancora non aveva fatto esperienza: «se dovessi dirti - provo a dirgli - che anch'io capisca il bergamasco stretto, probabilmente mentirei: le uniche volte che tento di pronunciare qualcosa in dialetto finisco per essere tanto ridicolo quanto di correre il rischio d'essere percepito come beffardo o quasi sprezzante nei confronti di quel linguaggio che ho imitato goffamente». In quel caso allora sì ci starebbe un bel romanissimo: ma che me stai a prende in giro? E poi, dico: «Calvino nel testo che hai letto pare avere un gran rispetto dei bergamaschi, piuttosto non ne comprende il dialetto... come non lo comprendo io» «Ma neanche io lo capisco, prófe, mica parlo in bergamasco coi miei: lo parlano solo i miei nonni».
«E allora come può essere razzista una cosa scritta da un uomo che: pare avere rispetto dei bergamaschi, non capisce il dialetto e che tuttavia prova ad utilizzarlo in un dialogo in cui il protagonista si sforza di parlarlo?», provo a controbattere. «Forse il protagonista non è razzista ma voleva solo entrare in contatto con quel mondo, a suo modo», mi dice l'alunno. Le alunne dell'alta valle, quelle di prima, sorridono e annuiscono con la considerazione del compagno.
Parliamo ancora del Barone rampante e poi torniamo all'analisi del periodo. Tutto questo senza intelligenza artificiale, didattica "innovativa" o dispositivi digitali ma con due strumenti indispensabili in ogni classe del mondo: un libro e la parola.
«Il problema non è lo studio in sé ma il peso che ne deriva a
causa dello sport: oltre ai quattro impegni settimanali e la partita, la
società di cui faccio parte mi ha chiesto anche un piccolo extra per
poter allenare dei bambini, affiancando l’allenatore della squadra».
A parlare è Alfonso (nome di fantasia) studente di una scuola
secondaria di secondo grado della provincia di Varese, nonché calciatore
a livello dilettantistico regionale. Quattro impegni sportivi
pomeridiani più la partita nel fine settimana si traducono
nell’attivazione del Pfp, sigla che sta per Percorso formativo personalizzato. Nel suo caso l’extra richiesto dalla società consiste nell’«affiancare
l’allenatore dei più piccoli» così da diventare figura di riferimento
per loro «anche se spesso le partite dei bambini le seguo io dall’inizio
alla fine».
Tripla sollecitazione e triplo impegno.
Il Pfp va a definire lo status della peculiare condizione di studente-atleta nell’ambito dell’agonismo e in quello della sperimentazione di «studente-atleta di alto livello». Stando al decreto ministeriale 43 del 3 marzo 2023 che disciplina ulteriormente la questione per questi ultimi, il Pfp è: «uno strumento» che favorirebbe «l’adozione di metodologie didattiche personalizzate finalizzate al successo formativo dello studente» per cui è concesso che egli possa fruire in modo alternativo delle lezioni «fino al 25% del monte ore» attraverso «videoconferenze», «piattaforme di e-learning predisposta a livello nazionale» o «altri strumenti individuati dagli Istituti scolastici». Non solo, nel decreto viene stabilita anche la possibilità di prevedere verifiche personalizzate.
Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del merito nel corso dell’anno scolastico 23-24 sono state approvate 48.520 domande riguardanti studenti-atleti di alto livello su una popolazione scolastica nazionale di 2.727.637 studenti iscritti agli istituti secondari di secondo grado (dati Istat relativi all’a.s. 22-23). La maggior parte di essi fa riferimento a federazioni sportive calcistiche (Figc o Lnd).
Chiara Sicoli, dirigente scolastica dell’I.I.S. Pacinotti – Archimede di Roma, racconta in proposito all’Atlante che queste organizzazioni «trattano meno bene i ragazzi» rispetto «ad altre organizzazioni afferenti ad altri sport». Stando al racconto della dott.ssa Chiara Sicoli, i calciatori portano con sé «problemi di disciplina» dal momento che «i ragazzi che praticano calcio tendono a ‘fare spogliatoio’ anche in classe: le stesse società sportive si interessano pochissimo del rendimento scolastico dei loro iscritti tendendo piuttosto a trasmettere loro valori non propri dello sport» cioè «quelli tipici della finzione ai fini dell’ottenimento del rigore a proprio favore», roba da VAR o da moviolone di biscardiana memoria.
«Quando ho preso parte al campionato in serie A2 di futsal ero in quinto superiore e non avevo un Pfp: erano già scaduti i termini in cui si poteva inoltrare la richiesta per la certificazione. La scuola non considerava, evidentemente, il fattore escludente delle finestre di mercato e il fatto che un atleta possa cambiare squadra da un momento all’altro», a parlare ad Atlante è Arianna (nome di fantasia) ex studentessa di Liceo scientifico sportivo della provincia di Roma. Arianna si è ritrovata «ad essere catapultata in una realtà completamente diversa e con differente routine», rispetto a quella imposta da un campionato minore, «ma questo alla scuola non è interessato», anche se lei era parte integrante dell’indirizzo sportivo del liceo scientifico.
Essere parte dello sportivo non rappresenta, tuttavia, un automatismo che preveda l’istituzione de iure dello status di studente-atleta: «qualsiasi istituto può attivare i Pfp», ha dichiarato ad Atlante Paolo Notarnicola, presidente della Rete degli studenti medi (sindacato studentesco). «Lo sportivo non è necessariamente popolato da studenti che praticano sport ad alti livelli» ed entrare a farvi parte pare non sia cosa facile: «l’indirizzo non nasce per offrire un’offerta formativa peculiare ma è sorto ‘al contrario’: la scuola prende atto che ha degli studenti impegnati in attività sportive, dunque trova il modo di armonizzare quelle attività con la formazione scolastica. Di fatto è come se vigesse lo status di atleta-studente e non di studente-atleta: l’offerta formativa si è adattata alle esigenze delle società sportive e non è accaduto il contrario». Sarebbe stata migliore, secondo Notarnicola, la condizione che avesse previsto: «una scuola pubblica che apre la possibilità a tutti gli studenti (anche a coloro che non hanno potuto avere accesso all’attività agonistica a causa di impedimenti economici) di poter trovare il proprio aggancio con società sportive». La graduatoria prodotta dalle scuole che attivano l’indirizzo sportivo assomiglia più «ad un numero chiuso» che ad una vera e propria graduatoria di merito. Il parere del sindacato studentesco è confermato da Camillo (nome di fantasia), insegnante della scuola secondaria di secondo grado della provincia di Ancona: «l’impegno sportivo è del tutto predominante e la scuola viene percepita come ancillare rispetto alle esigenze delle società sportive: si tratta di una scuola disegnata attorno ai bisogni e alle necessità dell’atleta che, incidentalmente, è anche studente». «Di fatto» spiega Camillo «si tratta di un indirizzo a numero chiuso» anche se non lo è formalmente. «Nonostante non si preveda una prova d’ammissione (come avviene per il Liceo musicale o coreutico), si opta per una scrematura che tenga conto dei voti della scuola secondaria di primo grado e che riguardi anche l’impegno sportivo pregresso dei ragazzi», racconta ancora il docente. Se non sei già tesserato di una società sportiva «il punteggio, ai fini della graduatoria, risulta essere basso: diventa una questione di classe sociale e di chi può permettersi che il figlio pratichi sport agonisticamente», sostiene Camillo.
Che sia semplicemente la sana attività sportiva ad essere praticata a livello agonistico o che, invece, rappresenti il salto d’essere studente-atleta d’alto livello, la problematica è multiforme e variamente sfaccettata: la dual career [doppia carriera] può essere interrotta bruscamente per un brutto infortunio o a causa del fatto che si realizzi di non riuscire a sfondare davvero. Ancora Camillo: «il passaggio alla maggiore età dei ragazzi è cruciale: tra la fine del quarto e l’inizio del quinto si determinano una serie di delusioni amarissime – soprattutto per quel che riguarda i calciatori – se dovessero rendersi conto che quella non è più una strada percorribile, o comunque non sicura come avevano sperato che fosse fino a quel momento. Capiscono, insomma, di essere soltanto numeri in un mare di migliaia di ragazzi come loro: la prospettiva del professionismo è lontana. In tredici anni di servizio ho visto solo due miei ex studenti entrare a far parte dello sport-che-conta». Numeri che sembrano essere implacabili e che determinano anche «forme depressive generali con inevitabili ricadute sull’andamento scolastico». Arianna, d’altra parte, racconta: «nella mia classe solamente due su trenta sono riusciti ad arrivare al professionismo». Gli altri? «Ci hanno puntato e sperato ma poi, come nel 99% dei casi, non ce l’hanno fatta. Il problema è chi decide di puntare tutto sullo sport e poi non riesce: spesso non ha un ‘piano B’. Ti ritrovi catapultato ai 20 anni realizzando che con lo sport non ci stai facendo più di tanto, non ti ha dato un futuro e hai pure snobbato la scuola». La Preside Sicoli conferma: «è un fenomeno che dovrebbe essere attenzionato maggiormente: se un ragazzo non riesce a sfondare, entra in uno stato di frustrazione che si ripercuote sulla scuola». Tuttavia, secondo Sicoli, questo non si verifica in tutti gli sport: «nel calcio si contano più casi: se si infortuna un [giovane] calciatore, nonostante sia promettente, viene generalmente abbandonato dalla società sportiva». Il ragazzo non è lo sportivo o il promettente calciatore ma «il suo cartellino», afferma amaramente la Preside.
Notarnicola fa eco: «l’idea che si possa acquisire il cartellino di prestazioni del ragazzo (di fatto è come comprare un atleta, una persona) rappresenta l’impossibilità di scelta da parte sua, quasi una negazione del diritto allo studio. La società compie un ragionamento di mercato sul ragazzo, come accade nel calcio moderno anche se in nuce, facendo prevalere il contratto sulla sua formazione».
Si potrebbe pensare ad un alto tasso di abbandono scolastico da parte di costoro e invece Sicoli smentisce: «si tratta di una bassissima percentuale: durante il mio lustro di dirigenza ho contato un pugno di casi che hanno optato per l’istruzione parentale, dunque una scelta specifica per intraprendere una carriera che rappresentava un impegno [sovra ordinario] in quella fase».
La sperimentazione che riguarda lo status di studente-atleta di alto livello dura, tuttavia, da dieci anni e Sicoli ritiene che sarebbe da porre a regime con almeno tre fattori da cambiare radicalmente. Prima di tutto, «va fatta formazione ai docenti dal momento che non sono pienamente preparati ad affrontare la dual career». Secondo, elargire più fondi alle scuole e ai docenti: «per la sperimentazione è richiesta la figura di un tutor che tenga contatti tra docenti e la società sportiva; va redatto il Pfp e bisogna controllare che i documenti provenienti dalle società siano idonei e poi vanno caricati sulla piattaforma [preposta]». Generalmente nelle scuole si contano «7 od 8 studenti-atleti di alto livello: il Pacinotti-Archimede ne ha 125. L’ordine di grandezza è molto diverso». Terzo e ultimo: «le famiglie devono essere supportate e le società sportive responsabilizzate».
Articolo disponibile su Atlante Editoriale al link: https://www.atlanteditoriale.com/studenti-atleti-tra-dual-career-e-frustrazione/
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| La cartolina spedita dal Ministro prof. Giuseppe Valditara a tutti i docenti, supplenti o di ruolo, come augurio in vista delle Festività Natalizie. |
Non molti giorni fa, ogni insegnante della scuola pubblica ha ricevuto un messaggio di posta elettronica recante una cartolina di auguri trasmessa a nome del Ministro dell'Istruzione e del Merito prof. Giuseppe Valditara.
Dato che il Ministro si premura di ringraziare i docenti per il lavoro che svolgono quotidianamente, vorrei ricambiare i sentiti ringraziamenti a S.E. il Ministro del Mim prof. Valditara. Lo ringrazio perché ho appreso, grazie al nuovo sistema di reclutamento dei docenti, una nuova condizione sociale, psicologica, nonché esistenziale, propria di chi scrive e di tutti coloro che hanno preso parte all'ultimo concorso ordinario che sono stati esclusi (nonostante avessero raggiunto un punteggio non basso). Quale condizione? Quella di essere Aronne Piperno. L'aronnepipernismo è una nuova categoria antropologica e rappresenta una particolare condizione dell'animo. Sicuramente qualcuno ricorderà la scena del Marchese del Grillo. Un Marchese del Grillo stanco, dopo una nottata di scherzi e di bagordi, rientra in casa firmando (sommariamente e con superficialità) tutto quello che gli viene messo davanti agli occhi dal suo contabile personale. Lo stesso gli annuncia la presenza dell'ebanista Aronne Piperno, il quale chiedeva di essere regolarmente pagato a seguito di un lavoro di restauro chiesto dal Marchese stesso.
Non ripeterò le battute della scena perché sono stra famose. Mi soffermo, tuttavia, su un momento in particolare dello scambio fra i due. Il Marchese acconsente di far entrare Aronne Piperno ma Alberto Sordi (che nel film interpreta il nobile romano) vuole solo andare a dormire e non ha voglie di scocciature: decide, per puro sfizio, piglio e ribalderia, di non pagare il lavoro svolto dall'ebanista:
« [...] Marchese del Grillo: Aronne tu lavori bene...Ma sono sicuro di non essermi spiegato. Sarò, dunque, più chiaro. Un gran numero di insegnanti ha partecipato al concorso ordinario ma, date le regole prescritte dal bando, si è visto respinto all'uscio nonostante abbia superato scritto e orale. Bene, bravo: «mo poi rifà er concorso», parafrasando la battuta di Alberto Sordi. Se la cosa fosse successa poco più di un trentennio fa, lo scandalo sarebbe stato enorme. Eppure ci stiamo abituando a tutto. Sappiamo, però, grazie al Ministro, di essere tutti Aronne Piperno. Perlomeno: io ho inteso di esserlo a pieno titolo. Ho «il conticino» in tasca, lo porgo al Marchese ma lui lo strappa davanti ai miei occhi: addio soldi (e addio ruolo!). Grazie, dunque a S.E. Ministro dell'Istruzione e del Merito prof. Giuseppe Valditara, per avermi fatto scoprire di appartenere a questa nuova categoria antropologica.
Aronne Piperno: Grazie!
Marchese del Grillo: ...bella 'a boiserie, bello l'armadio, belle 'e cassapanche... bello, bello, bello tutto... bravo... grazie, adesso te ne poi pure annà.
Aronne Piperno: Non ho capito, Eccellenza.
Marchese del Grillo: Ah n'hai capito? Ho detto: adesso te ne poi annà!
Aronne Piperno: Me ne devo annà? Ma io c'avrei...
Marchese del Grillo: Che c'avresti?
Aronne Piperno: ...il conticino!
Marchese del Grillo: Ah c'hai er conticino? E dammelo sto conticino!
Aronne Piperno: Ecco...
Marchese del Grillo: Ecco er conticino! Ecco fatto! [il marchese del Grillo strappa il conto di Aronne Piperno]».
Contro la protervia della nobiltà, contro ogni ingiustizia: sempre viva Aronne Piperno! Aronnepiperni di tutto il mondo: uniamoci!
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| La biblioteca del Prof(e). Richard Macksey a Guilford, Baltimora, Stati uniti d'America |
Maestra era anche il modo con cui ci rivolgevamo alle elementari ma, già verso la quinta, si iniziava a dare del lei perché alle medie non c’erano più loro ma le professoresse. Il ruolo era lo stesso ma la figura si discostava leggermente: si faceva più imponente e più autoritaria. Quel lei conferiva distanza e vicinanza: la prima era tutta a vantaggio di chi stava «dall’altra parte della barricata», la seconda era – paradossalmente – a vantaggio del discente che iniziava a prendere le misure con il mondo oltre la maestra.
La professoressa era una sorta di übermaestra: sapeva tutto
di te anche se non ti aveva mai visto e si sforzava a dirti che dovevi
rivolgerti a lei con la terza singolare e con il verbo coniugato al
congiuntivo. Se coniugavi male o pronunciavi un fantozziano vadi o facci ti toccava la flessione del verbo.
Inflessibile: appena sentiva un tu, diceva: «scusa, come?!».
Meravigliosa era la professoressa Fosca che, appena sentiva uno studente
della classe dire «dai» rivolgendosi a lei, scattava incalzandoti:
«dai?!? DAI?!?». Il più creativo era chi rispondeva: «DIA, DIA!» oppure
c’era chi si sentiva già in odor di medioevo rispondendo: «Scusi, scusi:
suvvia!»
Capitava, però, che nella foga del voler rispondere, in quel
frangente simile alla lotta fra oppressi chiamata “interrogazione dal
posto”, il termine professoressa si abbreviasse in «pessoré!»:
tutte le altre sillabe, evidentemente inutili, erano state sacrificate
per poter estendere verso l’alto il braccio destro o sinistro con
l’indice ben visibile. Più lo si alzava, più si era sicuri della
risposta che si dava.
Capitava, però, che l’abbreviazione da pié-veloce (pessoré!)
venisse attribuita anche agli unici due professori maschi del consiglio
di classe: don Angel e Pernaselci di musica. Un’anomalia bella e buona.
In quel caso l’accento sulla e finale non rappresentava l’invocazione al genere femminile dell’insegnante: jamais!
Era piuttosto un rafforzativo del professore in sé: come se
l’espressione fosse “OH, PROFESSOREE”. Con quella immaginaria doppia e che
evidentemente andava a caratterizzare l’interlocutore uomo con cui si
voleva intrattenere una conversazione, pur limitata in ambito
scolastico.
Con le superiori si dichiarava finita l’esperienza del pessoré: quel termine veniva abbandonato alla chiusura dei cancelli delle medie (scuolasecondariadiprimogrado). Varcare le porte del liceo significava abbracciare l’idea che la professoressa (donna) poteva anche essere un professore (uomo): non più un’anomalia. Allora il termine si abbreviava naturalmente in «prof». L’abbreviazione era una vera e propria ancora di salvezza: veniva accettata dall’insegnante, uomo o donna che fosse, ed era tanto sbrigativo quanto professionale: «hai sentito il prof. di greco?». Improvvisamente diventavamo tutti grandissimi perché utilizzavamo le abbreviazioni.
E così è stato anche nei primi anni di servizio dall’altra parte della barricata: «buongiorno prof», «salve prof», «ciao prof». Talvolta i più audaci ti chiamavano «professò», riprendendo l’abbreviazione che fu tipica del genere femminile riservata alla parte docente delle medie (scuolasecondariadiprimogrado). Qualche ragazzo di qualche scuola di periferia osa, ma solo verso la fine dell’anno e solo se c’è stato un buon rapporto, con un «ciao professò» mentre si accinge ad entrare in aula con lo zaino su entrambe le spalle, strascicando le suole delle scarpe grosse come carri armati (ma rigorosamente alla moda).
Qui a Bergamo è diverso. Non c’è il prof ma il profe. Con la o chiusa. Ed è una abbreviazione che calza a pennello sia in caso di insegnante uomo, sia in caso di insegnante donna. «Profe, buongiorno!», ti dicono. Lo scrivono anche nei messaggi di posta elettronica. Ma è una cosa che vale solo a Bergamo: in nessuna altra zona della Lombardia c’è il profe: è tipicamente bergamasco.
È strana, neh, una sorta di unicum delle valli bergamasche nel rapportarsi con l’insegnante.
Strana… Ma, proprio perché è così, è anche molto tenera.
Dice: «Quindi oggi non me 'nteroga? »
Dico: «Caro *** devo già interrogare cinque persone che il penultimo giorno di scuola si sono rese conto di essere insufficienti: non c'è troppo tempo, non credi?»
Dice: «C'è sempre domani»
Dico: «I voti però li devo inserire oggi»
Dice: «Quindi lei domani nun lavora?»
Dico: «Certo che lavoro e tu domani verrai a scuola»
Dice: «Eh ma se nun me nterroga che ce vengo a fa»
Dico: «Perché comunque conta come assenza»
Dice: «Quindi lei lavora sempre tranne l'ultimo giorno de scola?»
Dico: «Io lavoro sempre, o ti è risultato diversamente? A me pare che so più le volte che non sei venuto a scuola de quelle quando c'eri. Come la mettemo?»
Dice: «Vabbè ma quindi se io me voglio fa interroga domani? L'altri prof ce nterogano»
Dico: «Okay: domani è l'ultimo giorno, però, caro ***»
Dice: «Vabbè io comunque oggi me giustifico»
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La pigrizia, come la saliva, è una cosa importante.
O meglio: la saliva non è una cosa ma un «liquido incolore un po' filante secreto da particolari ghiandole annesse al cavo orale», stando al vocabolario digitale della Treccani. La definizione è confermata dal vocabolario scolastico Zingarelli minore in cui si legge che la saliva è un «liquido incolore, filante».
È un liquido talmente importante per l'uomo! Esserne sprovvisti inficerebbe mansioni vitali come «la masticazione, la formazione del bolo alimentare, la deglutizione, la fonazione e la lubrificazione dell’esofago».
Saliva e pigrizia sono imprescindibili per la vita di tutti i giorni.
Se torni a casa dopo una mattinata scolastica in cui il meno ostile dei tuoi alunni ti ha detto che «tutto sommato 'e cose j'o dette», volteggiando la mano destra a mo' di piuma, mentre tu stai cercando invano di far comprendere al fanciullo che Tiberio Gracco non era un console, il cognome è Gracco e non Cracco come lo chef Carlo e che, no, Quinto Fabio Massimo non può chiamarlo "l'imperatore Fabio" perché non è imperatore e non è un suo amico, abbandonare «il corpo lasso» sul letto al fine di riprodurre fedelmente la rappresentazione del "quattro di bastoni" (secondo le carte piacentine), rappresenta un valore importantissimo per la psiche e per il corpo.
Intendiamoci: in quel momento la saliva torna a fluire, le funzioni vitali dell'organismo riprendono a scorrere serenamente, il respiro migliora, gli affanni che fino a un minuto prima sembravano insormontabili, d'improvviso sembrano essere andati via in chissà quale regione remota dell'anima.
Ecco, dunque che saliva e pigrizia sono un tutt'uno.
Forse deve aver pensato a questo, in un lampo di genio, il collega che stava mettendo un braccio fuori dalla porta d'uscita di scuola non già per controllare se avesse smesso di piovere, quanto - piuttosto - per prendere delle gocce e farsele cadere sulla mano sinistra, mentre con la destra teneva in mano delle buste timbrate dalla scuola (che probabilmente sarebbero state utilizzate per contenere dei documenti ufficiali).
È stato un momento, un lampo.
Rimetto a posto lo zaino sulle spalle, esco dalla porta e mi rendo conto che sta iniziando a grandinare. Salutandolo, mi rivolgo a lui in tono assertivo-interrogativo: «Certo che piove forte, eh», dato che la sua posizione stava palesemente rievocando la celebre statua del discobolo e non riuscivo a capire perché lo stesse facendo, perché stesse bagnandosi l'avambraccio volontariamente.
«Eeeh sì, sì, ma a me serve solo un po' d'acqua», mi dice sorridente e con accento che - ad occhio - era più vicino a quello di Lamezia Terme che a quello di Grumello al Monte: «non mi va di usà la saliva per chiudere le buste».
Se fosse stata una scena di un film, il sapiente regista avrebbe colto quel momento di silenzio prima del congedo tra i due e avrebbe fatto partire la celeberrima canzone di Enzo del Re: Tengo na voglia 'e fa niente che, infatti, diceva:
Si a fatica era 'bbona,
'a cunsigliava o' dottore
Da ieri sera, attorno alle 20:00, gli uffici scolastici regionali di tutto il Paese stanno procedendo alla pubblicazione dei calendari di convocazione degli aspiranti docenti per il concorso cosiddetto «straordinario ter». Al di là di giudizi di merito attorno alla prova concorsuale, gli aspiranti insegnanti sono stati smistati là dove la burocrazia scolastica ha previsto lo svolgimento della detta prova scritta.
La palma d'oro alla cattiveria 2024 va all'USR della Toscana che ha convocato una parte degli aspiranti insegnanti all'Istituto superiore «Cerboni» di Portoferraio (Isola d'Elba).
Una prova concorsuale all'Elba durante il mese di marzo significa una sola cosa: abbiamo già il vincitore di diritto della "Palma d'oro per la cattiveria" di quest'anno (nonostante sia solo febbraio).
Per dirla à la livornese: oioi...
N.B. il premio non esiste, non ci sono palme in palio ed è tutto frutto della mente di chi cura questo blog.
Ieri ho avuto uno scambio con un interlocutore - collega, si direbbe - della secondaria di primo grado. Mi chiede perché non mi avessero ancora chiamato per un incarico, perché il mio nome, dunque, non sia stato riportato nei primi due bollettini di convocazione pubblicati dall'Ufficio scolastico regionale. Gli spiego che mi hanno saltato in una classe di concorso - di nuovo, come lo scorso anno - ma che stavolta ho presentato reclamo e ho contattato il sindacato, così da capire come muovermi.
«Ma per le scuole medie, invece, perché non ti hanno chiamato?», dice guardando da un'altra parte. «No», rispondo con un sospiro (già sapevo dove si voleva andare a parare), «non le ho proprio inserite le medie nelle Gps».
L'interlocutore allarga le braccia come in segno di resa: «Eeh ma allora non è che vuoi proprio lavorare, eh».
«Non ho capito», rispondo basito.
«Ma, almeno le medie, mettile!» a questo punto viene interrotto dall'altro interlocutore che dice, serenamente, ma col tatto di una scavatrice a otto benne: «è che non ha famiglia, può anche non lavorare». Paternamente, il secondo prosegue: «è che si entra più tardi di ruolo alle superiori: io sto ancora su sostegno, ma sono di ruolo e non mi caccia nessuno, poi al massimo farò il passaggio su altra classe di concorso». Iniziava a sibilare nelle mie orecchie una voce familiare che diceva "amico caro..".
Il primo interlocutore continua: «ma con le medie lavori subito, se non le metti nemmeno significa che non ti interessa di lavorare».
«No guarda - provo a ribattere - il problema è un altro: non mi sento in grado di lavorare con i ragazzi delle medie: ho bisogno di altro, dico sul serio, farei solo danni alla secondaria di primo grado».
«Ma che danni e danni! Ma tu co le medie devi aprì il libro e dì "dai, ragazzi, aprite il libro a pagina 7 e leggiamo", così devi fa!», come a voler sottintendere: "Li fai sta zitti un'ora, te passa la giornata e c'hai lo stipendio". Se ne va voltandomi le spalle con aria di sufficienza perché "non ho famiglia" e dunque "non ho esigenza di lavorare".
Si potrebbe aprire un lunghissimo - e forse noiosissimo - dibattito sull'affermazione per cui se una persona non tiene famiglia, non abbia reale esigenza di lavorare, dunque non ha quella voglia di "sgomitare" che sarebbe il contemporaneo istinto di sopravvivenza proprio delle metropoli del XXI secolo. Se una persona convive, non ha impellenze per i figli: fa quel che vuole con serafica calma, aspettando il posto giusto e il cadavere del nemico sul letto del torrente. Evidentemente non è così, ma loro non sanno dei dottorati tentati in circa quattro anni, tutti respinti o con motivazioni futili, o per un punto in meno o perché "dia retta a me, non è il suo turno", oppure "lei vuole creare dibattito nella società scientifica: aspetti di avere una quarantina d'anni per questo". E varie altre porte in faccia di cui ancora ho il solco sulla fronte (sul naso no, data la dimensione).
Ma basta con le doglianze. Andiamo al punto vero.
Lo strumento di trasmissione del sapere con cui il collega in materia scientifica, di ruolo presso un noto istituto comprensivo romano, imposta il lavoro, segue una teoria scientifica codificata dal già senatore Antonio Razzi: «fatt li cazz tuoi» (andando a chiudere il cerchio della frase che iniziava a ronzarmi in testa "amico caaaro..."). "Prendi il posto e fingiti morto" o - alla meglio - fai passare la giornata e tutto passa, alternativa statale a "prendi i soldi e scappa": nessuno guarderà il tuo operato, nessuno ti giudicherà per quello, l'importante è che tu sia ineccepibile da un punto di vista formale. Mentre la conversazione volgeva al termine, il pensiero correva subito alle pagine di Fiori italiani e al suo incipit: «Che cos'è un'educazione?».
«Alla fine si alzò tra l'uditorio un ragazzotto dai capelli rossi, malinconico e cortese, che si mise a rimproverare il panel per aver trascurato l'aspetto più importante dell'educazione, quello floreale. "Noi siamo vasi di fiori", disse. "Voi dovreste coltivarci delicatamente, farci fiorire"». [p. 47]La mente corre ai professori che ha avuto S., protagonista del romanzo, nel corso del suo percorso, dalle elementari alle superiori, nonché al sistema scolastico dell'epoca fascista in generale, plasmato dal regime con dovizia di particolari ideologici ma che alla sostanza e alla "fioritura" non badava affatto.
«Per gli Agonali, che parevano allora aspetti concreti della vita come gli Stivali, tutti gli alunni di una determinata città, in gara tra loro, svolgevano per iscritto temi di interesse pubblico del tipo : “L’Italia ha finalmente il suo Impero” (dove ci sarebbero da discutere tre idee principali: “ha”, “finalmente” e “suo”) con la solita tecnica di identificare le risposte alle domande in esse implicite: Chi ha finalmente l’Impero? (L’Italia.) Che cos’ha finalmente l’Italia? (L’Impero.) Di chi è ciò che l’Italia finalmente ha? (Suo.)» [p. 112-113]
«Si soffriva per la mancanza di idee e di convinzioni, non già per il tentativo di indottrinarci. I pochi che ci provavano facevano ridere, mentre la mancanza di idee non era ridicola, era tragica». [p. 137]E se Meneghello si chiedeva [p. 67]:
«Ci saranno pur stati maestri e genitori che avevano delle riserve [sul tipo di messaggi e contenuti veicolati dai libri di testo del regime fascista, ma dov'erano? Il bambino è padre dell'uomo: ma chi è il padre del bambino?».
Nel caso specifico del colloquio avvenuto, il padre del bambino non c'è: s'è acclimatato al "si fa così" e alla sopravvivenza del mondo spietato di questa contemporaneità. L'interesse non è il vivaio quanto piuttosto il mantenimento di un'unica pianta: la propria. La speranza risiederebbe nella fioritura del "bambino-padre-dell'uomo" sperando che incontri insegnanti disposti a mettergli un po' d'acqua nel vaso di tanto in tanto. Perché non importa cosa si fa in classe, l'importante è stare - per loro -. Che si producano danni irreparabili al termine di quel percorso di studi, non è un problema che li riguardi, dopo una certa data. Sarà questione che si affronterà al liceo: "ma tanto io insegno alle medie".
Lo spirito erinnico di Razzi continua a volteggiare.
Così, mi è tornata in mente una supplenza - breve, per fortuna - prima dell'incarico annuale che ho svolto un paio d'anni fa in una scuola bene del centro di Roma: vedevo il Tevere a un passo, di fronte a me grandi vie a due corsie portavano il flusso di automobili alla tangenziale o dentro l'intestino della città. Il mio io periferico era curioso di entrare in contatto con quel mondo, distante da Torre Maura poco più di una ventina di chilometri ma sideralmente lontano da svariati punti di vista. Entro in una classe e dico loro di togliere i telefoni e di poggiarli sulla cattedra, come faccio di solito. Lamenti, frasi sprezzanti dette sottovoce "ma io mica so se è legale, sta cosa, mo me nformo", contrarietà plurime: «E 'r suo ndo sta prof?!», chiede una ragazza vestita di rosa dalla testa ai piedi. Mentre me lo chiede lo sfilo dalla tasca e lo rivolgo a "schermo in giù" sulla cattedra: tutti i dispositivi sono lì. Dopo quattro secondi netti i ragazzi cercano distrazioni: c'è chi inizia a contare le penne, chi smania sulla sedia, chi rivolge lo sguardo da una parte all'altra facendo impazzire le pupille, una ragazza in particolare inizia a disegnare su un foglio ma poi inizia a pigiarci sopra le dita. Mi avvicino: aveva disegnato lo schermo di uno smartphone con tanto di applicazioni. (*)
Il fiore va annaffiato, ma esistono i fiorai in grado di potare, anziché recidere?
(*) Non mi soffermo in giudizi o critica nei confronti del piano di digitalizzazione e "nuova didattica" (im)posto dal Governo dal momento che credo traspaia evidentemente come sia molto critico nei confronti di un provvedimento abominevole.
S. viene dal Bangladesh. Appena giunta in Italia ha iniziato a frequentare la scuola e, nonostante abbia immediatamente iniziato il corso di lingua, aveva (ed ha) notevoli difficoltà. Ostacolo linguistico che si acuiva terribilmente dato che i suoi compagni e le sue compagne le parlavano con espressioni del tipo: «I did an interrogazione...interroghèscion, no? but male male».
Mi sono ingegnato in tutti i modi possibili con traduzioni dall'italiano all'inglese di Petrarca e Dante, paragoni dei due con Rabindranath Tagore e Shakespeare. Pare abbia apprezzato più i sonetti di Petrarca rispetto a quelli di Dante.
Oggi si avvicina e mi fa: «Possiamo fare una foto insieme, prof? Grazie per avermi fatto sentire a casa» (tutto detto in inglese, ovviamente).
«L'obiettivo - ha spiegato Bucalo all'ANSA il 3 aprile subito dopo la dichiarazione di Meloni al Vinitaly - è creare figure specialistiche che permettano di avere un patrimonio culturale sia in campo giuridico che tecnico per avere professionisti altamente specializzati. Quello attuale è un mercato sempre più in evoluzione, risentiamo dell'agguerrita concorrenza della Cina e dobbiamo salvaguardare le piccole imprese e tutelare i prodotti del Made in Italy».
«Abbiamo percorsi di studio molto lunghi e il mondo del lavoro richiede invece una formazione che si adatti velocemente ai cambiamenti che richiede il mercato» ha proseguito Carmela Bucalo nell'intervista rilasciata all'agenzia ANSA.
Occorre puntare su studi quali la storia dell'arte, base della coscienza del nostro passato artistico, puntando con sguardo critico alla geografia, in particolare economica della nostra Italia, per la cognizione dei comparti produttivi e per le zone di provenienza. La carenza strutturale di competitività e i cambiamenti radicali nelle attività politiche ed economiche globali, dovuti al fatto che le Nazioni emergenti stanno offrendo importanti opportunità di sviluppo e, in alcuni casi, performance al di fuori del normale, hanno sollevato una significativa preoccupazione circa la capacità dell'economia italiana di mantenere e conquistare un posizionamento significativo nello scenario globale del terzo millennio. Questo avviene soprattutto per le piccole e medio imprese, che costituiscono la maggioranza delle imprese del Made in Italy che, per intraprendere un percorso di internazionalizzazione, devono affrontare molti problemi; per questi motivi risulta indispensabile avere una classe dirigenziale capace di analizzare i nuovi mercati, le opportunità di business e i processi digitali a supporto dell'export in mercati strategici per il Made in Italy.
Per questi motivi con il presente disegno di legge si delega il Governo ad istituire il liceo del Made in Italy. Si sottolinea che il percorso liceale fornisce allo studente gli strumenti culturali e metodologici per una comprensione approfondita della realtà, affinché egli si ponga, con atteggiamento razionale, creativo, progettuale e critico, di fronte alle situazioni, ai fenomeni e ai problemi, ed acquisisca conoscenze, abilità e competenze coerenti con le capacità, le scelte personali e adeguate al proseguimento degli studi di ordine superiore, all'inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro nello scenario globale del terzo millennio.
[...]
Questo avviene soprattutto per le piccole e medio imprese, che costituiscono la maggioranza delle imprese del Made in Italy che, per intraprendere un percorso di internazionalizzazione, devono affrontare molti problemi; per questi motivi risulta indispensabile avere una classe dirigenziale capace di analizzare i nuovi mercati, le opportunità di business e i processi digitali a supporto dell'export in mercati strategici per il Made in Italy. Per questi motivi con il presente disegno di legge si delega il Governo ad istituire il liceo del Made in Italy. Si sottolinea che il percorso liceale fornisce allo studente gli strumenti culturali e metodologici per una comprensione approfondita della realtà, affinché egli si ponga, con atteggiamento razionale, creativo, progettuale e critico, di fronte alle situazioni, ai fenomeni e ai problemi, ed acquisisca conoscenze, abilità e competenze coerenti con le capacità, le scelte personali e adeguate al proseguimento degli studi di ordine superiore, all'inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro. [...]
Sospira, guarda in basso. Poi, afferrando i manici della borsa che ha posto sulle ginocchia, come a farsi forza di dover pronunciare la sentenza più sconveniente (ma anche un po' mesta) riguardo la figlia, comincia: «Professore...! (qui un altro sospiro con sguardo verso il basso) mia figlia ha così a cuore le sue materie! Fa male a me prima ancora che a lei sapere che non stia andando bene».
Momento di sguardo penetrante che dura un centesimo di secondo, prima di ricominciare: «Torna a casa, mia figlia, e studia. Studia, studia, studia, non fa altro che studiare. Ho dovuto interromperle lo sport, e lei sa bene quanto in quest'età sia vitale coompiere attività fisica».
Ti lasci andare in una chiusura di palpebre e ad un vocalismo strozzato che tradisce appartenenza territoriale a ridosso del raccordo anulare: «Eeh».
«Ma professore: non ha quasi il tempo per mangiare con noi la sera!», qui le braccia si allargano come a voler ricevere la forza dagli astri.
Il colloquio finisce mentre tu, paterno, rassicuri la genitrice e ti affretti a tornare in classe.
Sali i gradini che ti portano al piano dove, in fondo al corridoio a sinistra (a destra c'è sempre il cesso di gaberiana memoria), ti aspetta la classe.
La figlia, seduta come al pub mentre ordina una chiara media, masticando la gomma come la ragazza di Verdone-Figlio-dell'amore-eterno in "Un sacco bello", vede entrare il prof e senza neanche provare a dissimulare: «AH PROF MA QUANTE GGIUSSSIFICHE ME SO RIMASSE A LATINO?!».
Don Milani, ora pro nobis
L’attacco verbale del Ministro Valditara nei confronti della D.S. Annalisa Savino (Liceo ‘Da Vinci’ di Firenze), la quale ha esposto alla sua comunità i fatti accaduti al Liceo ‘Michelangiolo’, non è passato inosservato: il ministro ha parlato di parole inopportune e di «strumentalizzazione» e anche di evitare che una eccessiva politicizzazione entri nelle scuole.
Noi, però, sappiamo bene che la politicizzazione è molto presente all’interno delle scuole italiane. ‘Noi’ docenti, ‘noi’ personale ATA, ‘noi’ studenti, insomma, la comunità scolastica tutta, è al corrente di quel che significa.
Se dovessimo limitarci alla propaganda ideologica, basterebbe citare la lettera inviata dal Ministro riguardo l’anniversario della caduta del Muro di Berlino in cui vengono pronunciate una serie di ‘ingenuità storiche’ chiamando la comunità scolastica all’unione attorno alla giornata della libertà, parlando di «festa della liberaldemocrazia», sebbene poi venga affermato come sia un sistema «imperfetto e “non privo di contraddizioni».
Quelle stesse contraddizioni che fanno investire migliaia di euro a debito per la digitalizzazione scolastica, in ossequio col Pnrr, senza pre-occuparsi di un reale investimento riguardo le immissioni in ruolo, percorsi certi (e non salti ad ostacoli) per l’abilitazione del personale docente, continuità didattica, ristrutturazione di plessi scolastici che crollano per ‘fatalità’.
Quelle stesse contraddizioni che hanno visto i sindacati confederali presenti nelle scuole non indire nemmeno un minuto di sciopero o, quantomeno, iniziative in solidarietà con quanto accaduto.
Noi docenti dell’L.S.S. ‘Francesco d’Assisi’ di Roma, firmatarie e firmatari di queste righe, vogliamo esprimere piena solidarietà agli studenti aggrediti a Firenze davanti al ‘Liceo classico Michelangiolo’ e alla dirigente Annalisa Savino del ‘Leonardo da Vinci’, attaccata pubblicamente dal Ministro Valditara per aver scritto una lettera aperta in cui, richiamando i principi della nostra Carta costituzionale, ha condannato una violenza di chiaro stampo squadrista.
Invitiamo i colleghi e le colleghe a leggere la lettera della D.S. Annalisa Savino nelle proprie classi durante le lezioni della prossima settimana, a sostenere e promuovere iniziative di solidarietà.
Firme
Docenti
Del Vecchio Giovanni
Massetti Noemi
Piccinelli Marco
Rigamonti Manuela
Pacione Dolores
Chiaraluce Diego
Marsili Manuela
Attili Tiziana
Flamigni Enrico
De Angelis Enrico
Perna Luigi
Lavatore Maria
Claudi Stefania
A.T.A.
Santoro Fabiana
«[…] Il grande movimento di democratizzazione della scuola che ha voluto l'istruzione e l'inclusione per tutte le classi sociali (cioè la possibilità di andare a studiare senza sapere a cosa servirà "dopo" quel particolare argomento di quella disciplina) ha dato una spinta enorme all'uguaglianza e alla parità tra tutti per evitare che si andasse a lavorare anziché studiare da minorenni. Imparando a conoscere anzitempo sofferenza, privazione della propria età di vita, sfruttamento, così come è successo ai nostri nonni o ai nostri padri. Tutti, per farla breve, avrebbero dovuto studiare e diventare "studenti" nel verso senso della parola, senza l'obbligo o il ricatto di dover lavorare perché le misere condizioni di partenza della propria famiglia non avrebbero consentito l'accesso agli studi ai figli. A partire da un certo momento storico, nell'era del post-ideologico (con la caduta del Muro di Berlino, la dissoluzione sovietica del 1991 etc), s'è iniziato a mettere politicamente in discussione alcune questioni relative all'insegnamento e alla scuola in generale: “in fondo il latino non serve”: era utile quando a scuola c'erano solo padroni ed élite, ora non è più utile; “il libro di testo allo stesso modo è superato”: tanto c'è internet, e via dicendo. S'è arrivati a dire che, in fondo, i ragazzi nati negli anni '80 e '90 sono stati dei privilegiati: hanno passato tutta la loro adolescenza a studiare senza fare un giorno di lavoro e non posseggono risorse spendibili nel “mercato del lavoro”. Impostando il discorso in questo modo non se ne esce facilmente, così viene estratta dal cilindro l'idea che per essere studente non serve studiare perché bisogna anche saper fare: dimostrare di fare qualcosa realmente e non solo riuscire ad applicarsi su teorie e manuali. In altre parole: bisogna che i ragazzi tornino a lavorare, ecco "l'alternanza": perché se tu fai qualcosa adesso è bene che ti metta da subito in testa di utilizzare quelle cose che stai imparando per il "dopo"».