mercoledì 13 marzo 2019

Vota [sempre] Garibaldi

Vota Garibaldi, Lista n.1. Si trattava del Fronte democratico popolare, dell'unione fra Psi e Pci alle elezioni del 1948, le prime libere dopo il fascismo e la guerra. Scritta rossa sul muro. Se fossimo stati in un film della serie Don Camillo, Gino Cervi (alias Peppone) avrebbe sentenziato che quella scritta era frutto di un paio di passate di minio. Qualcuno, dalle parti dell'amministrazione, deve aver pensato che quella scritta in Via Brollo, alla Garbatella, fosse uno smacco al decoro e fosse degradante per la città.
La rimozione della memoria storica passa anche da questo, nonostante sia un atto ben più grave perché fatto con inconsapevolezza pura: da bravi neoburocrati, i 5Stelle hanno agìto senza conoscere, mentre chi da anni si sta battendo per equiparare nazismo, fascismo e comunismo si sta sfregando le mani. 
È oltremodo discutibile che tale provvedimento si sia adottato per quel riguarda una scritta del 1948 e non per le migliaia di scritte fasciste sparse in tutto l'immenso territorio capitolino, da Primavalle a Corcolle.
A quanto pare in una città che trabocca di problemi enormi per quel che riguarda l'ordine pubblico, i trasporti, il lavoro, il degrado (quello vero), bastava togliere una scritta del '48 della Lista Fronte democratico popolare e ripittare tutto perché la gente potesse dire di abitare un quartiere più decoroso. 
Ma nel frattempo che ci si affanna urlando al degrado per scritte e manifesti fuori posto, il palazzo di Casapound è ancora occupato. Così, per dire.
E ha ragione Lorenzo Lang: quella scritta andrà rifatta. In quello stesso punto.

martedì 5 marzo 2019

Male minore contro male peggiore: ricetta sempreverde per annullare politica, dibattito, contenuti

Il 25 febbraio 2019 il quotidiano «La Repubblica» riporta un articolo di Giovanna Vitale in cui la giornalista analizza e riporta le voci del dibattito interno del Partito Democratico, il giorno successivo dell'iniziativa di uno dei candidati alla segreteria. Si tratta dell'iniziativa messa in atto da Nicola Zingaretti per mezzo del contenitore creato ad hoc per la campagna: Piazza Grande. 
I sostenitori del 'modello Zingaretti', per quel che riguarda la gestione di un'istituzione politica regionale, sono tutti riuniti e coordinati dal Vice Presidente della Regione Lazio, ora anche coordinatore di "Piazza Grande". Lo stesso che auspica una candidatura di Nicola Pisapia in Circoscrizione nord-ovest nelle liste del Pd e che ha rivolto un appello, probabilmente a margine del suo intervento una volta intervistato dalla giornalista, alla 'sinistra del Pd'. «C'è bisogno di allargare e rinnovare la sinistra - riporta l'articolo, citando il Vice Presidente della Regione Lazio - altrimenti accettiamo la deriva salviniana. Faccio una proposta a chi è a sinistra del Pd: state dentro. Come fanno Sanders e Ocasio-Cortez nei democratici americani […]. Vorrei gente come Ilaria Cucchi, Massimo Cacciari e Mimmo Lucano»

La formula si reitera anno dopo anno, stagione dopo stagione, elezione dopo elezione, vittoria alle primarie dopo vittoria alle primarie: il paragone con i Democratici americani regge fintanto che la platea plaude alle parole del coordinatore di Piazza Grande, ammaliata dalla redenzione di un componente di quella cosiddetta 'sinistra radicale' additata dalle formazioni di centrosinistra - nel corso degli anni - come grimaldello di Berlusconi per far vincere Forza Italia, disperdere i voti e indebolire il centrosinistra. Il germe del berlusconismo è tutt'altro che proveniente da 'Silvio': si era già ben acclimatato tra gli scranni parlamentari del Pds/Ds/Margherita/Ulivo. Pretestuosità al potere, arrivata all'apice del tutti dentro per poter contrastare Matteo Salvini, il male più grande, disceso da quello precedente (Silvio Berlusconi). 

Perché per battere un male più grande c'è sempre necessità di mandare giù l'amaro calice di un qualcosa che evidentemente non berremmo neanche sotto tortura. Lo scriveva già Torquato Tasso nella 'Gerusalemme Liberata': per far bere una medicina, ovviamente amara, ad un bambino l'orlo del bicchiere viene zuccherato per far sì che possa comunque mandar giù («Cosí a l'egro fanciul porgiamo aspersi/di soavi licor gli orli del vaso:/succhi amari ingannato intanto ei beve,/e da l'inganno suo vita riceve»). Per destrutturare la questione basterebbe, tuttavia, citare Antonio Gramsci: «[…] Il concetto di «male minore» o di «meno peggio» è uno dei più relativi. 
Un male è sempre minore di un altro susseguente possibile maggiore. 
Ogni male diventa minore in confronto di un altro che si prospetta maggiore e così all’infinito. 

La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo, movimento di cui una forza audacemente efficiente guida lo svolgimento, mentre le forze antagonistiche (o meglio i capi di esse) sono decise a capitolare progressivamente, a piccole tappe e non di un solo colpo (ciò che avrebbe ben altro significato, per l’effetto psicologico condensato, e potrebbe far nascere una forza concorrente attiva a quella che passivamente si adatta alla «fatalità», o rafforzarla se già esiste). Poiché è giusto il principio metodico che i paesi più avanzati (nel movimento progressivo o regressivo) sono l’immagine anticipata degli altri paesi dove lo stesso svolgimento è agli inizi, la comparazione è corretta in questo campo, per ciò che può servire (servirà però sempre dal punto di vista educativo)». Di mero citazionismo non si vive e le questioni, specie se si tratta del pensiero di Antonio Gramsci, andrebbero studiate a fondo, più che prese e citate a sproposito. Quest'ultimo diventato uno sport nazionale per giustificare posizioni sbagliate nell'agone politico. Il gioco del 'meno peggio' è stato avallato dalle formazioni in precedenza alleate col centro sinistra (Prc/Pdci, Sel e via dicendo) ma quel che si stava ingoiando non era la medicina di cui parlava il Tasso ma il veleno che ha reso impotenti e inconsistenti le organizzazioni in cui, un tempo, abbiamo militato e in cui abbiamo sperato. 
Quest'agire politico ha portato tutt'altro che radicamento territoriale o rafforzamento dei partiti prima citati: il processo è stato del tutto inverso. L'indebolimento e la sparizione di queste organizzazioni, la cui quasi totalità di rappresentanti istituzionali o dirigenti ha finito per entrare nel Pd (citofonare Gennaro Migliore), s'è dimostrata applicazione manualistica del principio gramsciano del male minore o del meno peggio.

mercoledì 27 febbraio 2019

"Progetto Comunista". Quella scritta nera in campo bianco si vide già 13 anni fa

Chi mi conosce sa il mio essere quasi enciclopedico su alcune questioni partitiche e legate ad organizzazioni politiche, specie nella loro fase congressuale. Del mio nicchismo militante e del fatto che mi interessino questioni che proprio non raggiungono oltre 4 lettori. Qualche anno fa scoprii che esisteva un blog 'I simboli della discordia' con la mia stessa malattia, solo più orientata ai simboli di partito.
Ho proposto loro un articolo e, dunque, lo ripropongo integralmente sul blog.



Progetto comunista, il nome visto in Sardegna viene da lontano (di Marco Piccinelli) - http://www.isimbolidelladiscordia.it/2019/02/progetto-comunista-il-nome-visto-in.html


Oggi pubblico un testo che ho ricevuto da Marco Piccinelli, giovane giornalista che collabora con varie testate (tra cui Pressenza) e segue questo sito, probabilmente condividendo la condizione di #drogatodipolitica che accomuna i suoi frequentatori. Quando ha visto comparire l'articolo sui contrassegni delle elezioni sarde, è stato facile per lui ricordare che il nome di una delle liste - Progetto comunista - non era affatto nuovo: era facile averne prova, visto che il simbolo per giorni non si è trovato, mentre emergevano ovunque notizie di un altro soggetto politico, che evidentemente diverso dalla lista presentata in Sardegna. Lascio la parola a lui, buon racconto.
   
Simbolo del Pc-Rol,
prima della costituzione in Pdac
Recentemente su questo blog s’è dato conto dei simboli che si sono presentati alle elezioni regionali sarde appena trascorse. Tra le liste della coalizione guidata da Massimo Zedda, ne spiccava una denominata Progetto comunista per la Sardegna, con falce e martello rossi e simbolo dei Quattro Mori. La scritta nera in campo bianco, così come il nome, riprendono però quasi in toto l'etichetta di un'organizzazione trozkista fuoriuscita dal Partito della rifondazione comunista nel 2006: Progetto comunista - Rifondare l'opposizione dei lavoratori (Pc-Rol). Quell'espressione, "Progetto comunista", era stata scelta in continuità con l'esperienza dell'Associazione marxista rivoluzionaria - Progetto comunista (Amr/Pc: il suo sito web è ancora attivo), autoattribuita sinistra di Rifondazione Comunista: lì convivevano le anime aderenti al trotskismo del partito, tanto quella che faceva capo a Marco Ferrando e Franco Grisolia, quanto quella che seguiva Francesco Ricci e Ruggero Mantovani

simbolo del Movimento per il Pcl,
prima della costituzione in partito
,
Lo scontro che vide nascere il Pc-Rol - ed è il motivo per cui sono stati citati questi quattro rappresentanti dell’area - si consumò nel corso della seconda conferenza dell’Amr, all'inizio del 2006: lì i presentatori del documento Il progetto comunista: la rifondazione rivoluzionaria "abbandonarono i lavori e si costituirono in frazione", come fu riportato da un componente del comitato centrale di Pc-Rol. Questa "frazione" che si costituì venne guidata dai dirigenti che successivamente avrebbero fondato il Partito comunista dei lavoratori (Ferrando e Grisolia): il movimento sarebbe nato nell'estate del 2006, mentre per il partito si sarebbe dovuto attendere il 2008.
simbolo depositato nel 2008
L’altro troncone dell’Amr si costituì appunto in Pc-Rol prima di dare vita ad una formazione (tuttora attiva, anche se a livello embrionale e provinciale) denominata Partito di Alternativa Comunista - Lega internazionale dei lavoratori - Quarta internazionale (Pdac). Al di là del nome più complesso, il simbolo del Pc-Rol presenta sopratutto una differenza rispetto a quello del Progetto comunista visto in Sardegna (oltre all'assenza ovvia dei quattro mori stilizzati): la disposizione di falce e martello. Il soggetto politico, infatti, essendo trotskista, pone i due strumenti di lavoro "a specchio" rispetto ai normali emblemi comunisti; in più, all'incrocio dei due "arnesi", si nota la presenza di un 4 stilizzato, che indica l'appartenenza del gruppo alla Lega internazionale dei lavoratori - Quarta Internazionale.

attuale simbolo del Pdac
Una volta costituito il Pdac e sciolto, o comunque superato, il Pc-Rol, il nome "Progetto Comunista" in ogni caso sopravvisse: la testata del soggetto politico continuò a chiamarsi così (esisteva già ai tempi dell'Amr) e, per un certo periodo, l'espressione era stata conservata all'interno del simbolo del partito, come testimonia il contrassegno elettorale depositato in occasione delle elezioni politiche del 2008. Nel simbolo attualmente in uso il vecchio nome non c'è più, ma nella memoria di coloro che hanno costituito quell'esperienza è rimasto: quando è apparsa la lista sarda del Progetto comunista, qualcuno di loro avrà sicuramente ricordato quella pagina di oltre dieci anni fa, che da un progetto ha fatto nascere un partito.






giovedì 21 febbraio 2019

martedì 12 febbraio 2019

Attendonsi proclami sull'italianità dell'Albania

Karl Marx scrisse che la Storia si ripete due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa.
La prima volta, a seguito della catastrofe della Prima Guerra Mondiale, la Storia si è manifestata in tragedia: in Italia si iniziò a parlare di vittoria mutilata e il sentimento popolare assomigliava a quello presente nei paesi sconfitti, nonostante il bel Paese risultò vincitore. 
I generali posti sotto processo dopo la disfatta di Caporetto, si convinsero del contrario. 
I militari ritennero che la colpa era dei rossi: l'Italia era piena di socialisti e di pacifisti e se il clima era irrespirabile, certamente era colpa loro. Sarebbe stato utile del «bastone», come veniva chiamato allora. Anche Cadorna in una lettera indirizzata all'un tempo rivale Generale austriaco Konrad Krafft von Dellmensingen, all'indomani del delitto Matteotti, come «se allora [1915] ci fosse stato il governo forte di adesso [1925] sarebbe stata un'altra storia». Quella repressione arrivò, insieme con la rivendicazione di Istria e Dalmazia, con tutto quello che comportò.
A distanza di anni, il revisionismo su quella pagina di storia galoppa, così come infoibata, più che la popolazione italiana, è l’oggettività di quella fase.
Ma la tragedia è passata: il sipario è calato sul proscenio e si lascia il posto al secondo atto dell'Opera. O meglio, dell'operetta. La farsa sta nel Presidente del parlamento europeo che grida «Viva Istria e Dalmazia italiane» aprendo uno scontro diplomatico con i paesi balcanici coinvolti e che, a loro volta, rimandano al mittente le assurde rivendicazioni territoriali.
Non solo: rimandano al mittente parlando esplicitamente di revisionismo.
E menomale che a rivendicare Istria e Dalmazia italiane è il Presidente del Parlamento Europeo.
Alla faccia dell’Europa, insomma.
Attendonsi proclami sull’italianità dell’Albania.
traduzione del tweet: «Sabato ho parlato della deviazione della storia Slovenia. Lo stesso sta accadendo sul versante italiano del confine. Sfortunatamente, tra i politici presenti, anche funzionari dell'UE.  Revisionismo storico senza precedenti. Il fascismo è stato un fatto [storico] e mirava ala distruzione della nazione slovena». Nel video, la sparata del Presidente del Parlamento Europeo.

sabato 9 febbraio 2019

Buon viaggio (primo), compagno Pasqualino

Pasqualino.  Per me era il musicista e compagno Pasqualino, per altri il professor Ubaldini, come ho scoperto da Eros. Era il suo professore al Giovanni XXIII.
Pasqualino è venuto a mancare oggi. È partito, oggi. L'ho conosciuto grazie a Davide con cui suonava nel progetto Migala.
Quel gruppo per me rappresentava qualcosa di concreto e tangibile nella pratica musicale alternativa, il suono che creavano era davvero diverso rispetto a tutto quello che orbitava, e tutt'ora gira, attorno alla scena popolare e indipendente italiana. I Migala sono gruppo con cui ho avuto l'onore di suonare prima e dopo i concerti e con cui ho avuto il piacere di condividere momenti molto piacevoli della mia vita, in un momento in cui questa mi volgeva le spalle e sembrava essermi ostile. Davide si divideva fra i Migala e il quartetto/trio con me, Elena e Chiara. Una volta, in un concerto a Frascati, mi sono portato la pipa e avevo iniziato ad accendermela: ci siamo conosciuti meglio così, con Pasqualino, ragionando e parlando amabilmente dei tabacchi aromatizzati da usare per la pipa.
Chi lo conosce lo sa: suonava, davvero, qualsiasi legno che avesse delle corde e nel farlo era davvero stupefacente e irraggiungibile.
Quando con Gianmarco (nel 2015) avevamo formalmente fondato la sezione Anpi del VI Municipio (A. Nascimben), mi aveva contattato personalmente per prendersi la tessera, per raccontarmi delle cose sulla sua famiglia e per confrontarsi con me su alcune notizie riguardo la Guerra di Liberazione nel nostro quadrante. Abbiamo preso quell'appuntamento come fisso da quel giorno in cui decise di tornare ad iscriversi all'Anpi. Mi aveva detto che sperava, un giorno, si formasse la sezione dei partigiani d'Italia nel suo, nostro, municipio.
Ogni anno, infatti, dal 2015, ci vedevamo da Vitti per rinnovare la tessera, parlare, fumare assieme. Prima che fosse ricoverato, gli avevo proposto di musicare i "Discorsi da bar" a cui s'era appassionato: mi aveva detto che aveva già in mente qualcosa di "surreale" a supporto della voce. Non so davvero cosa potesse produrre per quei botta e risposta del tutto irragionevoli, ma sono sicuro che il risultato sarebbe stato insuperabile.
Assieme ai Migala aveva composto una canzone che amavo particolarmente e che qualcuno, in una giornata così triste come quella di oggi, gli ha dedicato postandola sul suo profilo Facebook: Viaggio primo (*).
Buon viaggio, anzi, come amavi dire tu:
Suerte!


(*) Scrivo questa postilla necessaria, sebbene abbia già pubblicato questo breve scritto. Viaggio primo, per me, era ed è tutt'ora, una canzone stupenda. Subito dopo aver ascoltato il disco dei Migala, confessai a Pasqualino e Davide che Viaggio primo fosse la canzone che mi era piaciuta più di tutte le altre. Pasqualino aveva sorriso e subito dopo si era messo a raccontare la storia di quel brano, lasciando tradire origini lontane nella sua produzione musicale. Certe volte, quando tornavo a casa da qualche suonata, da Piazza Vittorio o dopo aver suonato con Davide e Chiara: entravo in macchina, mi accendevo un sigaro e spingevo il disco sul tasto play. Nel lettore della macchina, della vecchia Ypsilon, c'era spazio per un solo disco, per molti mesi ho lasciato quello dei Migala e per svariate volte ho riascoltato, a ripetizione, quel viaggio primo, intriso di nostalgia. O, meglio, na partenza, nu ritornu, na speranza.

giovedì 7 febbraio 2019

Trump: «Conosciamo la nostra determinazione: gli USA non diventeranno mai socialisti»

Non è proprio virale, ma poco ci manca. Si tratta del video in cui il Presidente Donald Trump,  durante un discorso al Congresso statunitense, afferma: «Conosciamo la nostra determinazione riguardo al fatto che gli Stati uniti d'America non diventeranno mai uno stato socialista».
La dichiarazione è datata 5 febbraio 2019. Stesso giorno in cui è stata vandalizzata la tomba di Karl Marx a Londra.

 Scrocianti applausi da parte di paffuti deputati americani, paciosi e soddisfatti dei loro supersize menu.
Il socialismo, il comunismo, il marxismo e il leninismo incutono ancora una paura infinita nei confronti di coloro che detengono le leve del capitalismo e della democrazia liberale, ormai diventata segreteria gestionale di quel che viene definito dal capitale transnazionale.

Nonostante tutto, mai come in questo periodo storico, le istanze di chi vorrebbe un mondo diverso, un mondo in cui tutti hanno pari diritti, doveri, dignità e libertà, sono rappresentate da organizzazioni politiche ridotte al lumicino.
La grandiosa sinfonia di quel che era il movimento comunista nel blocco occidentale europeo (Partito comunista francese, Partito comunista italiano, Partito comunista spagnolo) si è andata trasformando in una intimista e un po' triste melodia lo-fi.
Le cause sono certo molteplici e non starò qui a trattarle, dato che non basterebbe un saggio di svariate centinaia di pagine per prendere in esame tutta la complessa situazione dal 1989 in poi. 

fonte: Washington Post (Tolga Akmen/AFP/Getty Images)
Se, però, la boutade trumpiana si unisce all'atto vandalico inferto alla tomba monumentale di Karl Marx in Inghilterra, si intuisce che non è solo paura, quella dei capitalisti e della destra più in generale. 
È spietata volontà di rimozione perché nessuno sappia. Una spietata volontà di sotterrare tutto quello che il movimento comunista, socialista, rivoluzionario ha significato per il mondo intero. Vandalizzare la lapide di Marx di per sé è un atto che può aver compiuto chiunque, da un pazzo a un fascista, o da una persona con entrambe le patologie insieme, ma se ci si sforza a leggere la questione con lenti adeguate, così da rimuovere ogni sfocatura dettata dal pensiero dominante, si intuisce perfettamente che costoro hanno ancora l'enorme timore che i popoli, un giorno, non avranno «nulla da perdere, se non le loro catene». Hanno il timore di chi, passata la tempesta sovranista all'interno del proverbiale bicchier d'acqua, possa riscoprire una parte del passato della storia mondiale che s'era fatto in modo di mettere volutamente in soffitta: la storia della liberazione delle classi subalterne, della dittatura del proletariato, l'espressione che fa più paura ai capitalisti. L'espressione che più rappresenta da vicino quello che è successo nel 1917, quando i bolscevichi fecero piazza pulita dello zarismo. 
Con tanti saluti al Kaiser e alle monarchie europee.
«Nella società borghese il lavoro vivo è un mezzo per accrescere il valore accumulato. Nella società comunista il lavoro accumulato è solo un mezzo per ampliare, arricchire e promuovere il processo vitale degli operai. Nella società borghese, dunque, il passato domina sul presente, in quella comunista, il presente sul passato». (Karl Marx, Friederich Engels, Manifesto del Partito Comunista)

martedì 5 febbraio 2019

La voce della coscienza [del capitale]

Il riscaldamento globale non esiste, il lavoro è una roba novecentesca, la politica deve dialogare col mercato, la finanza è un'opportunità, gli stati devono "capire meccanismi altri", le donne possono anche tacere e possibilmente fare la calza, i migranti si lasciano morire. O meglio, possono pure arrivare qua, ma devono accettare il lavoro nero. Sei l'ultimo arrivato, qua stiamo messi malissimo, dunque o «questa minestra» o «te la butto dalla finestra».

Però, tranquilli, davvero, non c'è da allarmarsi: i consumi riprenderanno, il lavoro tornerà, a condizioni di mercato - chiaro -, il Pil avrà l'impennata che lo farà tornare a livello 0 (che è pur sempre un numero neutro, senza quegli orpelli di + e - che ne condizionano la quantità e la qualità). Tutti saranno accontentati e chiunque potrà vivere serenamente in armonia. In armonia di mercato.

Voi dovete solo cercare di consumare più dell'anno precedente.
E morire in fretta, possibilmente. 
Che non è che possiamo pagà le pensioni a tutti. 
Grazie. 

post scriptum: possibili conguagli imprevisti da tenere in considerazione, no rimostranze.

venerdì 1 febbraio 2019

(S)connessi

Il post parte con una premessa che, in realtà, è un'ardua ammissione della propria debolezza: posseggo uno smartphone, lo tengo praticamente sempre connesso a internet con la sua rete 4G, ogni tanto senza la localizzazione, ma una tantum. Dirsi sconnessi, al giorno d'oggi, è già un atto rivoluzionario nei confronti di se stessi: staccare i dati del proprio smartphone e lasciarlo a posto sul tavolo o sul comodino, distogliendo lo sguardo e concentrarsi su un qualcosa di differente è difficilissimo. La mancanza di concentrazione, la conseguente perdita di memoria, è un disturbo molto diffuso tanto fra i giovanissimi quanto tra i meno giovani e la cosa inizia ad essere preoccupante. 
Nonostante non sia propriamente un cattolico, mi corre l'obbligo di citare un passo dell'ormai celeberrima Enciclica Laudato si' di Papa Francesco: 
«I grandi sapienti del passato, in questo contesto, correrebbero il rischio di vedere soffocata la loro sapienza in mezzo al rumore dispersivo dell'informazione. [...] La vera sapienza, frutto della riflessione, del dialogo e dell'incontro generoso fra le persone, non si acquisisce con una mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere, in una specie di inquinamento mentale».
Intimamente ho sempre rivolto il mio sguardo interno ad un'analisi simile, ovvero al fatto per cui se una situazione siffatta di sovrapproduzione tecnologica si fosse verificata duemila anni fa, probabilmente Anassimene e Anassimandro non li avremmo conosciuti così come siamo abituati a studiarli. Così come se questa inflazionata tecnologia, alla portata di tutti, avesse toccato la più recente epoca di Karl Marx o di Antonio Gramsci, giusto per non andare a scomodare i due filosofi greci sopra citati.

La necessità della sconnessione
Ho sentito il bisogno della sconnessione quando, parlando con la mia compagna, mi sono reso conto di essere totalmente dipendente dello smartphone. Appare banale come considerazione: se uno sa di usare troppo un dispositivo, potrebbe intuirlo ben da sé. Gli occhi esterni, però, vedono molto più in profondità di due peraltro miopi. Mai come in questo caso. Ho iniziato, dunque, ad essere sconnesso prima per qualche minuto, poi per qualche ora e infine anche per dei fine settimana. Prima, tutto questo, mi sembrava davvero impossibile. Eppure ci sono riuscito. 

Da qui, deriva la necessità della sconnessione per sentirsi un po' più consapevoli (o padroni, che dir si voglia) della propria esistenza e dei momenti che si vivono. Ormai si è sempre più abituati a pensare che se una fase della propria vita non sia legata alla condivisione sui social non è stata neanche vissuta realmente o pienamente. Una grande menzogna.
Gli smartphone, e la navigazione in internet conseguente ad essi, si basano su fattori accessori e indotti: le applicazioni per ordinari subito del cibo, taxi istantanei, per non parlare dei social a cui si è sempre connessi h24. Ovviamente queste cose che ho evocato generano altri problemi che qui non tratterò (Riders, Uber etc). A tal proposito qualche anno fa decisi di iscrivermi ad Instagram perché ho notato che iniziava ad essere utilizzato anche da fotografi più o meno professionisti per la condivisione delle loro foto. Dunque, ho tentato. Circa 6 mesi fa mi sono cancellato da Instagram a causa dell'elevata alterazione della percezione della realtà e di come essa si manifesta agli occhi delle persone reali. Parallelamente, sto usando anche molto meno Facebook. Tutto ciò non ha causato in me degli scompensi di mancanze da tali applicazioni, specialmente riguardo la prima. 
Volevo poi scrivere un'altra cosa che mi sta a cuore: molti di coloro che leggeranno questo post mi conoscono e sanno che sono un tipo sui generis, dunque per molto tempo ho avuto uno smartphone Microsoft Lumia (più d'uno, per la verità). Il suo sistema operativo non è più supportato dalla casa madre e, man mano che il tempo passava, delle applicazioni hanno iniziato gradualmente ad abbandonare la piattaforma, tanto che anche Microsoft ha iniziato a non vendere più i propri smartphones.
Molti utenti si sono riversati su Android o Apple perché «ma va là, i Lumia non servono a nulla non hanno neanche mezza applicazione». Tutto molto vero. Ma siamo sicuri che rottamare sic et simpliciter uno smartphone solo perché non supporti l'applicazione x/y sia corretto o sia davvero utile alla nostra vita? La risposta nel 90% dei casi è un secco no. Anche e soprattutto perché la maggior parte delle applicazioni che vengono utilizzate non sono necessarie. 

lunedì 28 gennaio 2019

Macedonia, in Grecia il KKE scende in piazza contro l'accordo Tsipras-Zaev

fonte foto inter.kke.gr
«No all’accordo Tsipras-Zaev, ai piani di Usa, Nato e Ue; no all’irredentismo e al nazionalismo» ma «“all’amicizia e alla solidarietà fra i popoli», questi gli slogan e le parole d’ordine dei manifestanti greci scesi in piazza venerdì 25 gennaio. La manifestazione, convocata dal Partito comunista di Grecia (KKE), ha voluto ribadire la propria contrarietà ai «piani imperialistici euro-atlantici»: in simbolo di protesta, infatti, una volta arrivati nei pressi dell’ambasciata statunitense ad Atene, capitale greca, sono state bruciate le bandiere americane e della Nato. Mobilitazioni analoghe si sono tenute anche a Larissa.
A margine del corteo sono intervenuti Dimistris Koutsoumpas, segretario generale del KKE, e Sotiris Zarianopoulos, europarlamentare della medesima organizzazione: entrambi hanno posto l’accento sulla propria contrarietà al governo Syriza-Anel che «si prepara a votare [in Parlamento] l’accordo di Prespa, progettato, attuato e firmato dal governo della Fyrom su richiesta della Nato, degli Usa e dell’Ue, nonché dai grandi capitali perché si possano fare maggiori affari nei balcani». Nei giorni scorsi [il 24 gennaio 2019] il KKE ha esposto degli striscioni dall'Acropoli di Atene, come fece il 4 marzo 2010 con il celebre striscione Peoples of Europe rise up! «inviando ai popoli d'Europa un messaggio di resistenza e contrattacco contro le misure anti-lavoratori adottate in Grecia e in altri paesi con il pretesto dell'uscita dalla crisi capitalista».
fonte foto inter.kke.gr


L’accordo e il cambio di nome in «Repubblica della Macedonia del nord»
Per capire come si è arrivati a questo punto bisogna fare un piccolo passo indietro nel tempo: 1991, crollo della Jugoslavia. L'attuale 'Repubblica di Macedonia del nord' si dichiara indipendente con il nome di Repubblica di Macedonia, ovvero mantenendo la denominazione che aveva quando faceva parte della Jugoslavia. La Grecia contestò il nome dello Stato in quanto la Macedonia «è una regione ellenica», venne obiettato. In un lungo comunicato i promotori della manifestazione del 25 gennaio di cui abbiamo dato conto hanno scritto: «la pretesa territoriale implicita nel nome della nuova nazione, quando si dichiarò indipendente post-1991, era nel significato della Macedonia nella storia, nella cultura e nell’identità nazionale greca».
Nel 1993 il paese aveva aderito all’Onu con il nome provvisorio di «Ex Repubblica Jugoslavia della Macedonia», ridotto nell’acronimo inglese Fyrom, ma le tensioni con la Grecia non cessarono mai, tanto che nacque una feroce disputa a seguito dell’intitolazione ad Alessandro Magno dell’aeroporto di Skopje, a cui fece seguito la costruzione di una statua dell’altezza di 72 piedi.
Nel 1995 la disputa fra i due paesi approdò all'Aja (Corte internazionale di giustizia): nel 2011 venne ratificata una sentenza in cui si diede ragione alla Macedonia, qui in lingua inglese e francese il testo completo della risoluzione: http://www.pollitecon.com/html/treaties/International_Court_of_Justice_Judgement_Macedonia_Greece.pdf

L’insediamento del Primo Ministro Zaev, socialdemocratico, ha segnato una crescente distensione fra i due paesi e già nel corso del 2018 Atene e Skopje avevano raggiunto un accordo sul nome del piccolo stato balcanico, benché il socialdemocratico non ricoprisse più l'incarico: «abbiamo trovato un accordo di cui sono molto felice», aveva dichiarato il 12 giugno 2018 il Primo Ministro Greco Alexis Tsipras alla 'Rte'. Il trattato, firmato nei pressi del lago Prespa, che divide Macedonia, Grecia ed Albania, da cui prende il nome tale risoluzione, risolve le questioni della contesa e chiarisce che «il patrimonio e la storia ellenistica della Macedonia rimangono intatti ed indiscussi», senza minacce alla sua identità nazionale, alla sua cultura e ai suoi confini. Il cambio del nome del Paese in «Repubblica di Macedonia del Nord» è stato sottoposto a referendum lo scorso anno ed è stato vinto da chi propugnava il mutamento di denominazione, tuttavia le critiche e le proteste a riguardo sono state feroci e reiterate nel tempo, tanto da destra quanto da sinistra, così come tra gli europeisti socialdemocratici macedoni.

Il trattato, tra le altre cose, «riconosce la lingua macedone nelle Nazioni Unite rilevando che essa compone le lingue slave del sud e che la cittadinanza del paese sarà chiamata ‘macedone’ o cittadino della Repubblica di Macedonia del Nord» e, soprattutto, prevede (all’articolo 7) che «entrambi i paesi riconoscono la rispettiva comprensione dei termini ‘Macedonia’ e ‘macedone’ che si riferiscono ad un diverso contesto storico e patrimonio culturale: quando si usa nel contesto greco indicano l’area e le persone della regione settentrionale ellenica; se usato nel contesto della Repubblica di Macedonia, indica il territorio, la lingua e la gente con propria storia e cultura».

A seguito della ratifica del Trattato, la Repubblica di Macedonia del Nord entrerà a far parte della Nato, motivo per cui il KKE è sceso in piazza contestando l'ingerenza dell'alleanza atlantica, statunitense e dell'Ue nei confronti dell'accordo.

A questo link, è disponibile (in lingua inglese) il trattato completo diffuso dal quotidiano greco 'Kathimerini': http://s.kathimerini.gr/resources/article-files/symfwnia-aggliko-keimeno.pdf.

Articolo pubblicato su Pressenza il 28 gennaio 2019






martedì 22 gennaio 2019

Competenza, Lino Banfi, l'Unesco, Roma Est

Una cosa in particolare di quelle che ho fatto fino ad ora me la rivendicherò con orgoglio, sempre: la candidatura con il Partito Comunista alle elezioni del 2016 per il municipio in cui vivo. Municipio VI, Roma Est, per capirci, una delle zone più disagiate di Roma. Io e Gianmarco, allora candidato presidente, ci siamo smazzati tutto il municipio a caccia di voti: stiamo parlando di un territorio decisamente vasto che in quanto a popolazione è dietro solo a città come Torino e Verona, contando la bellezza di 250.000 residenti. Ci fermavamo con ogni singola persona e con ognuno ribadivamo le nostre ragioni. 
Al momento delle votazioni sono andato a fare da rappresentante di lista al plesso scolastico dove era allestito il mio seggio, dove i vari candidati di Fratelli d'Italia, Lega, Partito Democratico rimanevano fuori al cancello a fermare la gente per ricordar loro come avrebbero dovuto votare. 
Illegale, però lo facevano lo stesso. 
Insomma, al primo piano vicino all'entrata dei seggi mi incontra un amico dei miei. Mi saluta e mi fa «ma insomma te candidi?» e io, un po' intimorito, ma comunque convinto della cosa: «beh, sì, la campagna elettorale è stata tosta ma ce l'abbiamo messa tutta». 
«Eeeeeh, lo so», mi fa questo tizio sempre più grave e scuro in volto, «ma co che lista te candidi?» poi guarda il cartellino che avevo appeso e capisce. 
Annuisce. Va a vedere i candidati di tutte le liste vicino al suo seggio e si sofferma su quella del PC: Gianmarco Chilelli - Candidato Presidente. Lista: Marco Piccinelli, Silvia Di Luzio, Daniela Giorgini etc etc. Scorre tutti quanti i nomi col dito. Torna verso di me con le mani dietro la schiena, chiuse l'una dentro l'altra: «Ma ce vo esperienza, sete tutti regazzini: er più vecchio c'ha 50 anni ma è l'unico, poi tutti sotto i trenta, ma ndo volete annà?».
E io, forse un po' stizzito, gli dissi: «Eh, t'ho capito, ma una volta ennòcestannotroppivecchi, mo ennòsottroppogiovani. Non capisco».
Lui, sempre più serio: «No, me dispiace, non te voto: ce deve andà gente competente a governà».

Esce dal seggio: «ho votato er Pd, però ar comune i 5 stelle». Gli auguro ogni bene, dicendogli - garbatamente - che il voto è suo e può farne quel che vuole, ma, dal momento me lo aveva rivelato, che aveva fatto na gran cavolata
Oggi, mentre inviavo un saggio per una rivista scientifica che ho in ballo da più di qualche mese, apro l'Ansa e vedo a caratteri cubitali: «Lino Banfi sarà commissario all'Unesco: "Porterò un sorriso in mezzo a tanti plurilaureati"». 
Ecco, dopo aver visto questa notizia ho ripensato al siparietto con quel tizio e della necessaria competenza che io certo non potevo avere nell'amministrazione della cosa pubblica. 
Certamente Lino Banfi sarà molto più competente di tanti signur ncravattat, Mario Merola/Zappatore docet. Sarà commissério. 

Rimbombano, ogni giorno, sempre più forti, in qualsiasi contesto storico, sociale e politico, le parole di Ennio Flaiano: «La situazione [politica] italiana è grave ma non è seria».

domenica 20 gennaio 2019

Cesare Battisti, il formidabile 'casus belli'

Fonte foto: ©Il fatto quotidiano
L'Italia si è svegliata tra il torpore postideologico e le storture dell'ingranaggio democratico liberale, costretto da costruzioni sovranazionali che ne limitano l'azione e l'efficacia, trovandosi stritolata fra pulsioni fasciste e discriminatorie nei confronti dell'altro quale che sia. L'episodio che ha scatenato il punto più alto di tutto questo è senza dubbio la cattura di Cesare Battisti, latitante da più di un trentennio tra la Francia e il Brasile. La narrazione che si è prodotta attorno al personaggio nel corso degli anni è stata volta alla costruzione (e costrizione) mediatica di un capro espiatorio per additare una certa parte politica alla copertura nei confronti dell'appartenente ai Proletari armati per il comunismo (Pac). Copertura che, nella maggior parte dei casi, non c'è stata o è stata interpretata forzosamente da coloro i quali hanno voluto mostrare ai più che la questione fosse come essi andavano esprimendo. Cesare Battisti non è altro che un terrorista di secondo, se non terz'ordine, rispetto al clima politico degli anni '70 e nell'ambito dello stragismo, come ha ricordato Massimo Bordin sulla sua rubrica quotidiana Bordin line (del 15/01/2019) attraverso il giornale, tutt'altro che socialista o comunista 'Il foglio'. Così come, per ulteriori approfondimenti sulla questione, è bene rimandare all'articolo scritto qualche tempo fa (ma utilissimo per quest’occasione) da Wu Ming 1. I Proletari armati per il comunismo, gruppo di cui faceva parte Cesare Battisti, a sostegno di quanto già espresso, nonostante misero a segno un pugno di omicidi, fu un gruppo terroristico che nel giro di due anni nacque e si sciolse, così come tanti all'epoca di cui stiamo parlando. Periodo storico con cui l'Italia ancora non ha fatto i conti fino in fondo lasciando svariate questioni aperte e aprendo le braccia al più bieco revisionismo, come già successo per svariati episodi della nostra storia più recente.

Casus belli
Cesare Battisti e la spettacolarizzazione del suo rapimento - che ricorda quella messa in atto all'epoca dell'arresto di Enzo Tortora, telefonare Bonafede - rappresenta la punta dell'iceberg della volontà di destrutturare quel poco che rimane di gruppi organizzati o autonomi che fanno riferimento alle idee di solidarietà e di internazionalismo. In altre parole al marxismo, al socialismo e al comunismo, nonché al pacifismo. Prendere il casus belli Battisti è una mossa più che intelligente: la scaltrezza del potere si mostra con tutta se stessa andando a recuperare uno tra i più contestati personaggi di quegli anni, unendolo al mutamento di governo in Brasile a seguito del golpe-Temer che ha ‘deposto’ Dilma, democraticamente eletta, e carcerato Lula, sulla cui veridicità delle prove messe in atto dall’accusa si discute tutt’ora in Brasile. Italia e Brasile non sono mai stati così vicini, non tanto per la prossimità ideologico-politica dei due Governi, quanto per la demonizzazione totale, a 360°, della controparte. In Italia il gioco è più complicato: Salvini deve fare riferimento alla 'sinistra' che, purtroppo per lui (ma anche per noi), non ha niente a che vedere con il PT brasiliano e la socialdemocrazia, men che meno con il socialismo o il comunismo. Il meccanismo riesce ugualmente: Matteo Salvini ha più volte dichiarato che ostentare i simboli della Russia sovietica perché antistorici, o aberrazioni simili, arrivando - qualche anno fa, quando la Lega si chiamava ancora Nord - a «schifare il crocifisso con la falce e martello donato da Evo Morales a Papa Francesco». A questo, si aggiunga il disprezzo di entrambi (Bolsonaro e Salvini) nei confronti dei comunisti: il Ministro dell'Interno, dopo la stretta di mano con il figlio di Torreggiani (ovviamente in diretta tv sul Tg2 di prima serata, successivamente pubblicato su Facebook dal capitano) ha dichiarato come si sia fatta «giustizia con la g maiuscola» ricordando con disprezzo quegli «pseudo intellettuali e politici italiani in difesa di quello che è un volgare assassino comunista». L'espressione usata verrà ripetuta dal Ministro per una serie infinita di volte fino a perforare il cranio degli uditori e la retina dei suoi (e)lettori fin quando essi non avranno, davvero, gli occhi di bragia non appena vedranno una falce e martello da qualche parte.

La questione vera: mettere al bando il socialismo, il comunismo, l'internazionalismo
Il 31 agosto 1939, a pochi giorni dall'invasione nazista della Polonia, ad attacco pianificato e con Adolf Hitler che aveva già firmato l'ordine di invasione, si verificò l'episodio che passerà alla storia come Incidente di Gleiwitz (oggi la cittadina si chiama Gliwice). L'accaduto fu un finto attacco messo in piedi dai nazisti al fine di costruire (letteralmente) un pretesto per giustificare l'attacco alla Polonia: a Gleiwitz, al confine con la Polonia, sono di stanza dodici uomini agli ordini dei servizi segreti tedeschi. Prendono gli ordini, dunque, direttamente da Heydrich, capo dei servizi, «poi giustiziato quattro anni più tardi dai partigiani cecoslovacchi a Praga» come ha ricordato Alessandro Barbero. Il commando possiede divise e documenti polacchi, pronti ad entrare in azione in qualsiasi momento arrivino gli ordini, cito nuovamente Alessandro Barbero nel corso della sua lectio al festival di Sarzana del 2014: «la mattina del 31 agosto Heydrich fa arrivare la parola d'ordine al commando 'la nonna è morta'. Il commando entra in azione e attacca la stazione radio di Gleiwitz, spara e si impadronisce della radio da cui viene trasmesso un comunicato farneticante in polacco e se ne vanno lasciando un morto in divisa polacca». L'attacco polacco c'è stato, i nazisti sono stati aggrediti: l'invasione della Polonia, iniziata il 1 settembre, è più che giustificata e legittimata, c’è necessità di difendersi.
Così come tutte le questioni, nel corso della Storia, hanno bisogno di un pretesto per legittimare la propria azione, anche la vicenda di Cesare Battisti trasmette qualcosa, per coloro i quali hanno occhi e orecchie per andare oltre le righe della propaganda massmediatica salvinista, a cui la grande stampa presta il fianco facendogli da eco. Iniziare a limitare l'agibilità politica di chi fa riferimento a quanto sopra espresso (socialismo, comunismo, internazionalismo) non fa certo parte del famigerato Contratto di governo, tuttavia si presta bene a quello che sarà la narrazione salvinista post elezioni europee in cui (a meno di stravolgimenti) non ci saranno liste con falce e martello, la sinistra non eleggerà alcun deputato a Strasburgo e la Lega otterrà la maggioranza relativa di coloro che intenderanno recarsi alle urne, riproponendo lo scenario del 2014 in cui il Pd gridò entusiasticamente per un effimero 40% che fece girare la testa all'allora Primo Ministro Matteo Renzi. Tornando a noi, è giusto, nell'ottica leghista, iniziare una narrazione/propaganda che è stata abbracciata da svariati paesi dell'est europa (Ucraina e Polonia fra tutti), andando di pari passo con la rimozione dei segni più visibili (statue e monumenti in generale) dell'epoca sovietica.
Non da ultimo, l’uso politico e social della spettacolarizzazione della cattura del personaggio: si può rivivere passo dopo passo, la giornata del 14 gennaio, dal profilo Facebook del Ministro Bonafede. Un pasto stucchevole per chiunque a cui gli italiani sembrano essersi così tanto assuefatti da non percepire la gravità delle immagini girate e pubblicate con estrema disinvoltura o, per dirla con le parole dell’Unione delle camere penali: «Quanto accaduto ieri [14/1/2019] in occasione dell’arrivo a Ciampino del detenuto Battisti è una pagina tra le più vergognose e grottesche della nostra storia repubblicana». Questa che sta attraversando l'Italia, dunque, è solo la prima fase di un nuovo, lungo e tortuoso cammino in cui si lavorerà per far sì che i contorni dei crimini del passato (Stazione di Bologna in primis) verranno sempre di più letti attraverso lenti dalla gradazione sbagliata e fatte indossare a un popolo sempre più miope a cui manca capacità di discernimento, educazione, adeguata scolarizzazione e memoria storica.

giovedì 17 gennaio 2019

Roma è una città diseguale: «bisogna cambiare il modello di sviluppo»


Roma è una città in cui regna la disuguaglianza. Da questa frase, forse inconsciamente ovvia, che tuttavia in tempi di crisi politico-culturale sembra rivoluzionaria, nasce il progetto #MappaRoma. Uno strumento per la politica e per analizzare l’attuale, evitando che si cada nei luoghi comuni e nell’immaginario di una città che non esiste più. Di questo e dell’ultima mappa pubblicata ne abbiamo parlato con Salvatore Monni, coordinatore del progetto e docente di Economia dello sviluppo presso la Facoltà di Economia dell’Università “Roma Tre”.

L’idea di mappare Roma e le sue disuguaglianze è decisamente ardita, da dove parte il progetto #MappaRoma e perché?
«Il progetto è nato nel 2016, l’anno delle elezioni comunali. Io e gli altri due ideatori del progetto  [Keti Lelo e Federico Tomassi] partimmo da un dato: tutti coloro che parlavano di Roma nell’ambito delle elezioni lo facevano riferendosi ad una città che non esiste più o solamente immaginata. Un conto è parlare di una città che non esiste più in un ambito ristretto o familiare, diventa un problema se ne parla in quei termini chi si candida a governare la città. #MappaRoma nasce dall’esigenza di tirar fuori dai cassetti molto del lavoro fatto, immaginandolo come strumento da fornire a tutto il quadro politico romano prima della competizione elettorale e al ‘grande pubblico’».

Dunque uno strumento per chi aspira a governare ma anche per chi lo sta già facendo, corretto?
«Per far conoscere Roma e le sue complessità. L’aspetto che nelle mappe è emerso con forza è la dicotomia fra centro e periferia, specie extra-anulare, ma in realtà Roma ha tanti centri e tante periferie in ogni zona della città».

Nell’ultima mappa pubblicata, la #25, si analizza inclusione sociale, dispersione e abbandono scolastico, disoccupazione: la situazione appare piuttosto drammatica per il quadrante est prima menzionato e per il quadrante nord-est.
«C’è anche un’altra idea, però, oltre a quelle citate. Il benessere di una metropoli non è data dalla sua ricchezza e dal reddito. Quando leggiamo racconti e narrazioni [politiche] di una città, ci si basa sull’aumento del Pil e sul commercio. Questi fattori, pur importanti, non inquadrano la (molto più complessa) realtà. La crescita è cosa molto diversa dallo sviluppo: è fattore importante ma strumento e non obiettivo di quest’ultimo».

Cosa si deve fare per comprendere le disuguaglianze della città?
«Nella mappa #25 abbiamo provato ad analizzarlo: monitorare i dati sulla scolarizzazione, vedere il numero di NEET [i giovani né occupati né inseriti in un percorso di formazione] ci dà un quadro dell’esclusione sociale. Non una semplice espressione: significa ‘non essere parte attiva della società’. Il reddito di cittadinanza di cui si sta discutendo in questi giorni, ad esempio, implica un’idea ben precisa sia dal punto di vista economico che dal punto di vista della società. Ritenere che il problema di una persona disoccupata sia esclusivamente il reddito è molto riduttivo: il problema è la non-occupazione stessa. L’individuo si realizza attraverso di essa e diventa parte della società dando un proprio contributo». 

Quanto pesa il progressivo scollamento della politica negli ultimi 30 anni dalle periferie extra-anulari?
«Prima di questo vorrei ribadire un punto: il problema principale della città non è il decoro ma è la disuguaglianza tra individui. La nostra attenzione su questo aspetto nasce da questa considerazione: Roma è una città profondamente ineguale. E lo è, per rispondere alla domanda, perché il modello di sviluppo che l’ha caratterizzata dagli anni ’90 in poi è tale da aver creato questo». 

Per rendere una città meno diseguale cosa si fa?
«Cambiare il modello di sviluppo. È un problema che hanno anche altre città, europee ed extra europee, di cui si parla poco. In un lavoro a cui abbiamo partecipato, figlio di un progetto di ricerca finanziato dall’UE, abbiamo notato che le conseguenze dell’adozione del modello basato su conoscenza e innovazione rappresenti una divaricazione profonda delle opportunità tra gli individui che vivano all’interno della città».

Cioè?
«Cioè vuol dire essere consapevoli delle conseguenze dell’adozione di quel modello, così da limitarne gli effetti negativi. Faccio un esempio provocatorio: l’Auditorium è il rappresentante massimo di quel modello di sviluppo che ha caratterizzato la città dagli anni ’90 in poi. Quel luogo aumenta il benessere di chi ha gli strumenti per capire che lo arricchisce. Tuttavia ad una larga parte della città (che non possiede gli stessi strumenti e che è anche piuttosto distante geograficamente) non ha fornito nulla in più. Nonostante sia positivo che quel luogo esista e che svolga un ruolo importante, esso ha creato disuguaglianze. Non sto dicendo di essere contrario alla sua costruzione ma credo che si debbano fare anche altre cose nelle periferie delle città per far aumentare quel benessere a chi non riesce ad usufruire dell’Auditorium. Il “rinascimento della città” declamato da Walter Veltroni ha riguardato solo una parte di essa: un’altra si è sentita esclusa e il suo orientamento politico/elettorale ne ha risentito nel corso degli anni».   

In conclusione cosa si potrebbe fare?
«Nel medio periodo probabilmente il problema è in parte risolvibile con la fornitura gratuita di servizi ora non accessibili, con “investimenti sociali” per contrastare le numerose e diffuse disuguaglianze che riguardano il welfare, la salute, la casa, la scuola, la formazione e l’occupazione, mediante progetti mirati e specifici da attuare – collaborando con l’associazionismo locale – nei quartieri che maggiormente subiscono il disagio. Nel lungo periodo invece difficilmente è possibile ottenere dei risultati senza un drastico cambiamento dei rapporti tra le classi nel processo produttivo, senza - insomma - cambiare quella che Marx definiva la “struttura” del processo storico».

lunedì 14 gennaio 2019

Corto circuito Battisti - la mappa

Come al solito internet aumenta in modo ultra esponenziale le proprie considerazioni del subconscio e quelle indotte da altri personaggi, più o meno popolari che influenzano il pensiero altrui. Le prime un tempo erano circoscritte nell’ambito familiare, e là restavano, ora sono diffuse via social. Allora capita che per l’arresto di Battisti si sia dato il via alla fiera delle stronzate (sì, delle stronzate) sparate da chiunque, senza distinzione alcuna. Ministro dell’Interno in primis, elettori leghisti e pentastellati in secundis. Volevo scrivere un pippone enorme dei miei, di quelli che non avrebbe letto anima viva: mi sono preventivamente fermato e per una volta il mio malessere e il disagio nel vedere così tanti idioti, lo irrido.
«Ciao belli, un bacione» (Cit.), vado a prendermi il Maalox. E a voi, un bel po’ di Xanax. E siccome ho già detto parolacce come un bambino indisciplinato che dice “culo” per la prima volta, non ve dico manco i morti, ma li polpacci vostra, questo sì.

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sabato 12 gennaio 2019

I "no-name" e Faber [per il ventennale]

Finite le scuole medie mi sono iscritto al liceo classico di Tor Pignattara, l'Immanuel Kant (che non è er Chent con cui venivamo bullizzati nella pronuncia da compagni e amici frequentanti, magari, gli istituti tecnici o gli atipici licei scientifici tecnologici). 
Sono e sempre sarò un pesce fuor d'acqua, ma nel passaggio fra medie e liceo lo ero ancora di più: di me stesso non conoscevo nulla, dunque figuriamoci di quello che mi accadeva intorno: una terra sconosciuta o giù di lì. Hic sunt leones. Una cosa, però, la conoscevo di me: volevo suonare la chitarra elettrica, possibilmente grattando il più possibile le sue corde e facendo uscire da una leggiadra e blues Stratocaster bianca, il suono più tombale, gracchiante, distorto e rauco che quel povero strumento poteva sostenere. Mi piacevano i Kiss. E già questo potrebbe dirla lunga sui miei gusti musicali di allora, così come si potrebbero esprimere dubbi circa la mia sanità mentale (perplessità tutt'ora valide) riguardo quanto allungassi la lingua cercando di imitare quella di Gene Simmons. Poi ho scoperto gli Slipknot, i Megadeth, i Motorhead e la voce di Lemmy, gli Slayer, i Death, gli Anthrax, gli Hyades, i System of a Down. Per fortuna un ragazzo, Alessandro, mi fece dono di un altro ascolto che mi folgorò altrettanto, ma solo dopo il periodo metallaro: il prog rock. Dunque i Genesis, Van der graaf generator, Le orme, TheDoors, i Gong!
Ma solo grazie ai Metallica ho conosciuto Valentino, Ivano, Marco e Valerio. Con loro ho iniziato a suonare le cover dei Metallica: ci chiamavamo Ekthra
Le passioni giovanili, tuttavia, sono difficili da conciliare con lo studio del liceo classico, specialmente con la mole di lavoro del ginnasio: in quinta ginnasio mi bocciarono, a causa di una mia manifesta idiozia che consisteva in ignorare tutto quello che, in realtà, avrei dovuto svolgere e compiere. 
Continuavo a grattare sulle corde e poco mi importava del resto: no life 'till leather: we're gonna kick some ass tonight!
Andavo in giro con le felpe dei gruppi, le compravo scegliendone - tra le tante - le più truculente. Quando cambiai scuola e andai al Benedetto da Norcia, secondo tentativo di quinta ginnasio, per una ragazza di un'altra sezione (Giulia) ero semplicemente il tizio con la felpa degli Slayer: ignorava come mi chiamassi ma sapeva che esistevo, in un certo qual modo. A volte mi mettevo anche lo smalto nero alle unghie. La matita attorno agli occhi no: ci ho provato qualche volta ma i tentativi furono davvero miseri, borchie sì, ma non troppe.

Da bravo stronzo qual ero (perché le cose bisogna dirle) non studiavo un cavolo e in quarta ginnasio sono passato perché i professori, avendo visto che c'erano degli elementi più gravi di me da bocciare, mi hanno graziato, ma in quinta non c'è stato appello.
Dietro, front: andare in galera senza passare dal via, non ritirate le banconote se ci passate e col cavolo che vi tirate fuori dalla prigione con il cartoncino arancione degli imprevisti. 
Manco per il cacchio. 
Dunque, ecco, ho continuato a suonare nonostante gli Ekthra stessero già perdendo pezzi e linfa vitale, poi scemata nel giro di poco tempo come quasi tutti i gruppi giovanili, pieni di ardori, entusiastica adolescenza, irrequietezza altrettanto dovuta dall'età.
In quegli anni, però non mi ricordo come entrammo in contatto, conobbi Domenico, compagno di classe di Valentino, il batterista degli Ekthra. Voleva iniziare a suonare delle canzoni di Fabrizio de André e aveva bisogno di uno che suonasse la chitarra con lui. Detto, fatto: iniziammo a suonare. La sua somiglianza con De Andrè in quanto a voce, timbro e vestiario era impressionante da lasciar basito chiunque.
Valentino, nei primi piani del gruppo, doveva suonare la batteria, ma le chitarre classiche con la tempra di un seguace di Dave Lombardo, c'entrano poco. Suonavamo una volta qui, una volta lì; una volta a casa mia, l'altra a casa di Domenico.
Qualche volta affittavamo anche una sala prove e ci capitava spesso di andare a Tor Bella Monaca, all'Ex Fienile, tuttavia successivamente ci spostammo a Quarticciolo. Durante una delle prove all'Ex Fienile Domenico pronunciò una frase che rimase negli annales (basta che nun finimo sui verbales - citazione che solo i due in questione capiranno) ammonendo Valentino perché pestava troppo sul rullante: «La tua presenza deve essere eterea, come un t'oh! guarda cosa c'è nell'aria!». 

Passano i mesi, il gruppo si struttura molto meglio fino a diventare, sostanzialmente una riedizione degli Ekthra: Domenico, Ivano, io, Valentino con l'aggiunta di Valerio, un mio compagno di classe, alla batteria. Valentino si era riadattato a suonare il basso e la cosa aveva davvero del comico, dato che lui, un basso, non l'aveva mai suonato. I primi tempi, per scherzare, usava una bacchetta al posto del plettro. Suonavamo bene: il primo concerto lo facemmo a San Lorenzo in un locale/associazione che si chiamava Sotto casa di Andrea anche se non andò proprio benissimo e il gruppo non era quello con Valentino bassista. C'è da dire che una certa fama iniziammo ad acquisirla nei concerti di Natale e fine anno scolastico. Ad ogni concerto miglioravamo negli arrangiamenti e nell'esecuzione: iniziavamo ad avere un discreto pubblico e un certo numero di sostenitori. Poi venne il 25 aprile, credo, del 2011. L'Associazione K.A.N.T. riuscì a mettere in piedi una manifestazione sulla main street di Tor Pignattara, alla Marranella. Palco, fonici, casse, amplificatori con testata, soundcheck. Cose serie, insomma. Inizia Domenico da solo, seduto come De André davanti al microfono, con lo stesso ciuffo e le gambe accavallate:
La bella ch'è addormentata
ha un nome che fa paura:
libertà libertà libertà.
Un giudice - no-name
La gente inizia ad applaudire. E così arrivano Un giudice, Volta la Carta, La guerra di Piero, Il Bombarolo, Il testamento di Tito, Bocca di rosa, Andrea, arrangiate sostituendo violini e altri strumenti con la forza di tre chitarre, il carattere di Ivano negli arrangiamenti e l'estro di Domenico, mentre avevamo le spalle coperte da Valerio, precisissimo metronomo. Un giudice la suonavamo stando tutti seduti sul bordo del palco, tranne Ivano che suonava sulla sedia dove poco prima c'era Domenico.

Poi finisce tutto e, davvero, chiesero il bis. Mi ricordo che ci mettemmo a ridere guardandoci negli occhi e ognuno cercando il viso e l'espressione dell'altro. 
Eravamo quelli che suonavano De André. Anche se per quel giorno fummo i no-name ma non per scelta: Domenico, semplicemente, disse che ci chiamavamo così perché non avevamo mai affrontato la questione del nome. Quando ci disse che ci avrebbero annunciato dal palco con il nome no-name ci prese la ridarella. Ma forse era una risata isterica pre-concerto.

E questo è tutto quello che ho da dire su questa faccenda.

martedì 8 gennaio 2019

Se ci si abitua alle divise la situazione è (molto) grave

fonte: Usb vigili del fuoco
Al di là del fatto che il Ministro dell'Interno sia un personaggio oggettivamente discutibile, il tema sollevato solamente (encefalogramma piatto dalla sinistra e dai comunisti, di ogni organizzazione politica) dal sindacato dei Vigili del fuoco dell'Unione sindacale di base, è significativo nella lettura dei fatti che ci circondano ogni giorno, siano essi politici che civici
Si tralasci, poi, per un momento il giusto richiamo dell'Usb all'articolo 498 del codice penale e si rifletta sulla manifestazione esteriore dell'indossare questa o quella divisa da parte del Ministro dell'Interno.

Piccola considerazione a monte 
La fase politica e culturale che stiamo attraversando è totalmente mediatica, ne è intrisa come un panno zuppo d'acqua che non si vuole strizzare o torcere. Non conta tanto il contenuto prodotto da un utente ma il suo effetto, sia esso positivo o negativo nei confronti - si badi bene - dei fruitori di quel contenuto. Non si sta parlando della totalità popolo di una nazione o del corpo elettorale nella sua interezza, ma soltanto di coloro i quali hanno accesso, tramite social network, a quei contenuti prodotti dall'utente in questione.

Torniamo alle divise
Al di là dell'aspetto simil-buongiornissimokaffèèéèé di un uomo di mezz'età che per creare uno stato permanente di agitazione inizia le dirette su Facebook con la divisa di qualsiasi corpo d'arma (tranne la Finanza, chissà perché!) ma esordendo con un patetico «buongiorno amiche e amici» per farsi vedere vicino al popolo, la questione inizia ad essere preoccupante. O almeno lo è per me.
La Storia insegna, tuttavia non ha scolari, diceva un tal Antonio Gramsci e in effetti si sta producendo questo fenomeno: indossare una divisa fa mediaticamente effetto, ma personalmente la vedo più negativa della cosa così come si manifesta.

I dittatori nazi-fascisti del secolo appena trascorso hanno iniziato così, mostrandosi al popolo "col pugno duro" rappresentato dalla divisa indossata, facendogliela in seguito digerire perché s'era creato il clima adatto per una guerra prima interna e poi esterna. Il nazista Hermann Göring insegna: il popolo non vuole mai la guerra, tranne nel momento in cui gli si fa credere che esiste un nemico interno:
«Ovviamente, la gente non vuole la guerra. Perché mai un contadino pezzente dovrebbe rischiare la vita in guerra quando il massimo che ne può ottenere è tornare alla sua fattoria tutto intero. Naturalmente, la gente comune non vuole la guerra; né in Russia, né in Inghilterra, né America, e per quello neanche in Germania. Questo è ben chiaro. Ma, dopo tutto, sono i capi della nazione a determinarne la politica, ed è sempre piuttosto semplice trascinare la gente dove si vuole, sia all'interno di una democrazia, che in una dittatura fascista. [...] La gente può sempre essere condotta ad ubbidire ai capi. È facile. Si deve solo dirgli che sono attaccati e accusare i pacifisti di mancanza di patriottismo e di esporre il paese al pericolo. Funziona allo stesso modo in qualunque paese».
Se la gente (nel senso più ampio del termine e non circoscritto agli elettori della Lega) si abitua così repentinamente alle divise indossate dal Ministro dell'Interno che si fa un selfie bevendo caffè o mangiando sfogliatelle per dei beceri mi piace, la situazione è davvero grave anche e soprattutto perché la cosiddetta deriva autoritaria o autocratica è psicologicamente alle porte
Primo passo per un'accettazione politica del tutto.

lunedì 7 gennaio 2019

Perenne campagna elettorale e personalismo di pochi: i danni sono per tutti

Fonte foto: Il Fatto Quotidiano
Succedono cose davvero curiose a coloro i quali intendono accaparrarsi, hic et nunc/qui e subito, consenso da spendere subito sul mercato delle elezioni. In periferia viene molto bene a causa di problemi conosciuti da tutti e che rendono quelle zone, per l’appunto, periferiche
C’è chi direbbe che basti semplicemente raccontare quanto (pochino, a dire la verità) ci sia di positivo e di bello - pur stanti così le cose - per far sì che la situazione appaia del tutto mutata agli occhi esterni e di chi vive quella quotidianità. Ovviamente questo non basta, ma tant’è. 


Succedono cose curiose, dicevo. 

Recentemente a Torre Angela, imponente quartiere periferico sulla Casilina extra-Gra, cuscinetto fra Tor Bella Monaca e Giardinetti, un gruppo di residenti coadiuvato da esponenti politici locali (i quali prima di essere tali sono ovviamente abitanti del luogo) si è mosso per dar vita ad un comitato di quartiere. Niente di nuovo, se non che questo Cdq, sostanzialmente, ha condotto una battaglia senza quartiere per il ripristino dei cassonetti su strada e la cessazione della raccolta rifiuti porta a porta. Iniziano le polemiche tra le varie zone di Torre Angela e altri comitati, come il Cdq Arcacci. 

A tal proposito mi sembra molto interessante il commento della principale voce del Cdq Arcacci, Luigi Casella il quale ha affidato a Facebook un piccolo/lungo scritto. Qui sotto è riportato nella sua interezza data la stima (umana, politica ed intellettuale) che ho per lui, evitando di fare gli orrendi taglia e cuci che non avrebbero fatto capire un cappero di quello che dice: 
«Qualcosa sui rifiuti a Torre Angela. Come previsto, il ritorno dei cassonetti stradali, richiesto con una raccolta firme, molto parziale e sostenuto dai comitati di quartiere, tranne quello di Arcacci, non ha migliorato, anzi, il problema raccolta rifiuti. Prima, metà quartiere era servito malissimo e l'atra metà in modo buono. Da via Calimera a via dei coribanti, il porta a porta funzionava, dalla parrocchia a via casilina uno schifo immondo! Ora, da via Calimera a via Squinzano, funziona in modo molto buono, differenziato, tranne i disagi dovuti alle festività. Tutta la restante parte del quartiere uno schifo tremendo e tutto indifferenziato.
 Tanto che anche i sostenitori del ritorno dei cassonetti stradali cominciamo a pensare ad una manifestazione di protesta, era ora.
Risultato: prima il 45/50% del quartiere, aveva una raccolta differenziata, oggi, il 70/ 75% ha una raccolta indifferenziata e peggiore di prima. 
Altro che chiusura di Rocca Cencia, uno stimolo per chi vuole solo ed unicamente incenerire.
 Ama non funziona, questo lo sapevamo e per questo già da 7/8 mesi chiedevamo una manifestazione pubblica, forte, di tutto il quartiere, insieme al municipio, per sollecitare un vigoroso intervento, verso le istituzioni competenti.
 Qualcuno, ha bocciato questa possibilià, ritenendola, in assemblea pubblica, pericolosa.
 Ora tornano sui loro passi, vogliono organizzare una manifestazione!!!
 Bene così!
 Un consiglio, non fatevi strumentalizzare da nessuna, dico nessuna forza partitica, non è buono!!!».

La situazione, dunque, era critica prima ed è critica adesso
Una somma zeri riguardo cui qualche abitante ha iniziato a far notare ai rappresentanti del Cdq in via informale o, come spesso negativamente accade, via social network (negativamente, a parere di chi scrive, ça va sans dire). 
I rappresentanti politici eletti in municipio, che fanno anche parte del Cdq, in questo specifico caso, sono appartenenti alla destra e al partito dei Fratelli: durante la pausa natalizia spunta la foto bomber degli eletti di quest’organizzazione di fronte ai cumuli d'immondizia: «la situazione è insostenibile: assessore e presidente del municipio diano spiegazioni o scendiamo in piazza», tuonavano alla stampa.


Sommessamente, sempre per vie informali, abitanti e non facevano notare come alcuni di quegli eletti erano parte attiva di quel Cdq che si era alacremente battuto per il ritorno ai cassonetti in astio alla porta a porta che non funzionava minimamente in quella porzione, pur grande, del quartiere. 

La vicenda mi ha ricordato tantissimo di quando, anni fa, Marco Scipioni consule, il Partito democratico avallò la chiusura della Roma-Giardinetti all’indomani dell’apertura della Linea C salvo poi iniziare una battaglia politica chiedendo la reintroduzione sia del cosiddetto trenino che del 105
Il risultato è stato quello di aver lasciato interi quartieri scoperti (da Centocelle a Giardinetti), gli abitanti dei quali ora hanno un’unica alternativa per arrivare nelle zone centrali: la stessa Metro C. Peccato che la frequenza della metro in questione sia da treno regionale: 1 ogni 12 minuti, tralasciando imprevisti che, a Roma, non sono tali ma potenziali avvenimenti quotidiani in cui il disagio regna sovrano. 

La storia racconta/O muthos deloi che quando la politica incrocia la strada della campagna elettorale permanente, dunque con il personalismo di pochi, il risultato non può che essere negativo per tutti.


Con buona pace di chi storcerà la bocca leggendo queste righe.