L'Ardita e la Super Lega

Qualche anno fa sono andato a Lisbona. Davanti la Torre di Belém ho pensato che sarebbe stato bellissimo srotolare la sciarpa giallonera dell'Ardita e mandare la foto agli altri con cui stavamo portando avanti quel progetto, pur consapevoli che gli eventi lo stavano conducendo ad una fine che nessuno avrebbe voluto. O, almeno, nei cuori di chi animava la squadra, in campo e fuori, nessuno avrebbe voluto veder chiudere quell'esperienza. Eppure è quel che è successo. Analizzarne le cause, le motivazioni, le concause per cui questo è avvenuto non è il caso di farle ritornare a galla. So solo che un giorno, davvero, come si canta negli stadi mi innamorai di lei, dell'Ardita, del Nicolino Usai, di quel campo di Pietralata, della Terza Categoria, degli "assistenti di parte" al posto dei guardalinee, rammaricandomi di non averla conosciuta prima quando si chiamava Ardita San Paolo. Quando disputava le proprie partite su di un campo di terra battuta. 

Le vicende della Super Lega (https://sostienepiccinelli.blogspot.com/2021/04/la-super-lega-e-la-morte-del-calcio.html) mi hanno riportato alla mente di quando, per un momento, sia a Roma che in Italia il movimento del cosiddetto calcio popolare stava non solo gettando le basi per costruire qualcosa di alternativo ma lo stava davvero praticando, riuscendoci. Impensabile, mi dicevo. Eppure stava succedendo. Gli anni sono passati troppo rapidamente e al movimento in rapida anabasi successe, con altrettanta repentinità, di accartocciarsi su se stesso. Catabasi profonda. Certo, esistono ancora delle realtà ma purtroppo devono far fronte ad un mondo - calcistico e sociale - ancor più spietato di sei o sette anni fa. Sostenere chi ancora ci riesce è un dovere morale, civile, politico, sociale. Penso alla Borgata Gordiani, che dopo il bruttissimo episodio di violenza nel parco, ha aperto il megafono per far parlare il quartiere esprimendo la solidarietà della comunità che rappresenta; penso all'Atletico San Lorenzo, che ha da poco compiuto 10 anni e che possa compierne altri 10.
Penso a loro e mi convinco che niente è perduto finché c'è chi si batte per un presente, un avvenire e un poi diverso dall'ora che - evidentemente - fa un po' schifo. 

Foto di una Ardita-Real Torres (vinta 2-1 con rosicata della seconda, per la cronaca) realizzata dal grande © Roberto Proietto e utilizzata per un servizio fotografico pubblicato sul
«Nuovo Corriere Laziale».

Sei anni fa, davanti la torre di Belém.

Foto di una Ardita-Real Torres (vinta 2-1 con rosicata della seconda, per la cronaca) realizzata dal grande © Roberto Proietto e utilizzata per un servizio fotografico pubblicato sul «Nuovo Corriere Laziale».   

 

Per puro amarcord, pubblico anche un post che avevo conservato da qualche parte e che non avevo ancora mai pubblicato: credo ne valga la pena. (Luglio 2015)

Cronaca sghemba di un tizio alle prime armi con la cronaca sportiva.
 Ma il titolo potrebbe anche essere: “di proposte umorali, errori, paesaggi pre-urbanizzati”, la scoperta dell’Usai di Pietralata.

«E perché non Casal Barriera — Spes Montesacro?», tolgo gli occhi dal computer come se avessi trovato un tesoro inestimabile sullo schermo e dovessi raccontarlo immediatamente al mio vicino di scrivania, altrimenti chiamato caporedattore.

«Scontro salvezza! Perché no?!». E’ mattina, una piovosa e fredda mattinata di un venerdì dei primi di febbraio, ho accordato una delle tre partite che sono andato a vedere nel fine settimana di metà del mese: campionato Juniores d’élite del Lazio, girone A del 2014/2015, anno primo della collaborazione con il ‘Nuovo Corriere Laziale’.
Con la scusa che devo andare a vedere delle partite di diversi campionati giovanili regionali, imparo l’ubicazione dei campi in cui le più disparate società sportive del quadrante sud est romano disputano le loro gare; le società sportive i cui nomi sono noti solo agli addetti ai lavori, così come la caratterizzazione grammaticale dell’articolo determinativo femminile o maschile nella descrizione della stessa. In sei mesi di collaborazione ho vagato tra Tor Tre Teste e Tor Bella Monaca, passando per Prenestino, Pietralata, San Basilio e affini. 

Quello di Pietralata, più degli altri, me lo ricordo perché il campo è completamente di terra e avvallamenti, dico ‘e avvallamenti’ perché parte integrante del campo stesso: ci sono andato a vedere una delle mie prime partite dei campionati provinciali, dei giovanissimi provinciali. In quel giorno si fronteggiavano Sporting Roma e Borgo don Bosco, l’arbitro era una ragazza della sezione di Tivoli con dei lunghissimi capelli ricci.
La partita, non molto prodiga di emozioni, era finita zero a zero con un episodio molto caratteristico: il centravanti dello Sporting Roma si era fatto vedere più volte nella tre quarti avversaria, aveva tirato un numero imprecisato di volte e la palla era sempre uscita fuori, compiendo ogni volta lo stesso percorso, all’ennesimo tiro finito fuori il guardalinee — un compagno di squadra del centravanti sopracitato — getta rabbiosamente a terra la bandierina lasciandosi andare nell’eloquente commento “e vabbè, ma dai, ma pure io ce riuscivo a segnà stavolta!!”.
Molto meno diplomatica, come al solito, si è dimostrata la sezione parentale degli astanti sulle tribune di pietra del campo: un urlo belluino parte verso il campo, con tanto di mano tesa posta a fianco della congiuntura destra delle due labbra “AO GUARDA CHE SI NUN SEGNI NUN TE FACCIO MAGNAAA!”. 

Riprendendo il filo del discorso, sabato 14 vado a vedere Casal Barriera — Spes Montesacro: la partita, sulla carta, doveva essere una facile vittoria per la squadra casalinga contro l’ultima in classifica, staccata di sei punti. Lo stadio, anch’esso nella zona del tiburtino come quello prima scritto, si trovava dalle parti di Via dei Durantini, o meglio, al vicolo di casale rocchi. Non essendo molto pratico della zona, ed essendo fiducioso che un supporto tecnologico fosse più o meno valido all’opera umana, decido di controllare l’ubicazione del ‘Nicolino Usai’ con l’opzione delle ‘indicazioni stradali’ di google maps e già sorgono le prime complicazioni: in redazione mi ero appuntato Via di Casale Rocchi e mi ritrovo catapultato su Vicolo di Casale Rocchi sulla mappa virtuale. Il lettore romano di quelle parti, leggendo questa mia ignoranza riguardo la via in questione, sorriderà mentre quello che abita in tutt’altra zona si porrà lo stesso problema di chi, come me, si era messo alla ricerca dell’’Usai’: a Roma, specialmente nelle borgate sviluppatesi sulle statali che terminano in -ina, la differenza tra Via e Vicolo non è una questione della pur famosa lana caprina, bensì un problema dirimente che l’autista deve essere in grado di porsi.
Anche perché, ad esempio, chi è che non si è scontrato tra Via e Vicolo di Porta Furba, cercando di capire come vi si entrasse (!) da Via di Porta Furba? In ogni caso, decido di andare lo stesso a Via di Casale Rocchi e, per fortuna, le indicazioni stradali poste dalla società sportiva all’inizio della via mi guidano. Imbocco Vicolo del Casale Rocchi e mi si para davanti un paesaggio pasoliniano, di quelli descritti in ‘Ragazzi di Vita’: la strada è piccola, stretta, piena di buche sopra di un asfalto che avrà visto molte più disgrazie consumarsi che amori nascere; a sinistra ci sono due cancellate coperte su cui c’è scritto a vernice parcheggio privato — non sostare; a destra una palazzina che, con tutta probabilità, sarà stata costruita quando l’erba spadroneggiava sul cemento e l’asfalto era solo quello della strada che ti portava a Roma, non al centro, d’altra parte nel quadrante est si dice ancora vado a Roma; al di sotto della palazzina, poi, c’era una carrozzeria che ora è abbandonata.
Un cartello dell’Atac indica una fermata di una linea proprio di fronte alla palazzina post-bellica e alla ‘carrozzeria’, ai piedi del cartello giallo c’è uno di quei bidoni di latta che, nell’immaginario dei film oltreoceano, vengono usati come camino per l’accensione di un fuoco da abitanti di quartieri poco raccomandabili di gigantesche metropoli.
La strada prosegue e l’indicazione per il ‘Nicolino Usai’ è a destra ma, cammina cammina, non vedo campi, e sì che normalmente non è difficile perdersi campi da gioco o stadi: di lì a qualche metro incontro un signore anziano che, dall’aspetto, avrà avuto una settantina d’anni, e io, confortato dalla presenza di una persona nel bel mezzo di una zona a me sconosciuta, abbasso il rapidissimo finestrino del lato passeggero della rampante Y su cui viaggio da un po’.
«Scusi, per il campo di calcio…sempre dritto?», «Un chilometrë, e ddavandë».
Dall’accento, dalla frugalità con cui il concetto veniva espresso e dall’estrema sinteticità quasi ermetica, ho dedotto che quell’anziano signore avrà avuto origini marsicane.
‘Confortato’ dalle indicazioni del signore, proseguo sulla stradina che, continuando ad essere a doppio senso, si annodava in curve a destra e a sinistra, si lasciava alle spalle il caos della periferia e dei clacsons che suonano ad ogni scatto di semaforo e, finalmente, portava al campo. Arrivato lì mi risuonano in testa le parole che pronunciava Nanni Moretti in ‘Caro Diario’ riguardo la morte di Pasolini, mentre si passava fra le mani delle copie di giornali che riportavano la notizia.
La stradina tortuosa finiva, sostanzialmente, col campo dell’Aces Casal Barriera: parcheggio la macchina in uno sterrato alle pendici di una sorta di incavatura che copriva il sole, non che ce ne fosse molto dal momento che si era in febbraio e che la partita si disputava nel pomeriggio. Quando mi sono presentato alla redazione del ‘Corriere’ non ero abituato né al dibattito calcistico né alla cronaca sportiva, sebbene mi interessassi di nicchismo e anche di quello nell’ambito calcistico, andando a sviscerare e cercare di porre l’attenzione su quei campionati che agli dei più sono talmente inutili che non sono degni neanche di uno sguardo, come quello delle Isole FarØer o, meglio ancora, in Groenlandia (a tutti coloro i quali stanno aggrottando le ciglia e avvicinandosi allo schermo a seguito della lettura dell’ultima nazione citata: sì, in Groenlandia si gioca anche a calcio).

Certo è che col passare dei mesi, magari ancora pochi, ho fatto sì che l’andare a vedere gare di squadre meno blasonate, magari già in lotta per la salvezza nel girone di ritorno, fosse una costante determinante per il lavoro che andavo facendo. Così come il principio dell’allontanamento dalle categorie giovanili per quelle puramente dilettantistiche dall’Eccellenza in giù, con un particolare interesse per Prima, Seconda, Terza Categoria e alle nuove forme di organizzazione di società sportive, come l’azionariato popolare et similia. Insomma, quella partita il Casal Barriera la perse 3 a 0: scontro fra cenerentole, praticamente, in cui la Spes Montesacro, giallonera come l’Asd Ardita, aveva mostrato un carattere e un gioco fino a quel momento sopito, verrebbe da dire.

In un contesto quasi surreale, in cui i rumori dei clacsons, delle sirene di polizia e ambulanze neanche erano percepiti, il timido sole veniva coperto da un costone di una collina alle pendici della quale l’Usai sembrava fosse stato scavato. Poi, il ritorno: riprendere la stradina, quella del signore marsicano di cui sopra, è stato decisamente più facile. Tornare ad accettare il fatto che non ci fosse più l’eco di chi stava sugli spalti ma la rabbia e lo stridio delle gomme sull’asfalto, un po’ meno.

La Super Lega e la morte del calcio

Iniziamo con un’ovvietà, un’equazione, se è consentito. Calcio moderno è capitale. Non che prima di ora, negli scorsi decenni, non vi tendesse: lo abbiamo già scritto, d’altra parte. Tuttavia la nuova notizia, al momento già vecchia per il repentino naufragio, della Super Lega (o Super League) può essere assunta a paradigma di somiglianza. La nuova lega internazionale riservata a chi se lo può permettere, a chi ha i soldi per poterlo fare, imprime ancora di più l’acceleratore su una trasformazione globale del sistema calcistico internazionale. Roboanti, sebbene cave, le parole della dirigenza della Federazione internazionale: «le società organizzatrici la Super Lega si chiamano automaticamente fuori dal sistema FIFA». Addirittura Mario Draghi ha rilasciato una dichiarazione a riguardo: «Il governo segue con attenzione il dibattito intorno al progetto della Superlega calcio e sostiene con determinazione le posizioni delle autorità calcistiche italiane ed europee per preservare le competizioni nazionali, i valori meritocratici e la funzione sociale dello sport». Quali siano i valori meritocratici dietro a speculazioni finanziarie o a bilanci perennemente in perdita delle squadre italiane, non ci è dato saperlo. Per fortuna ci è rimasta l’ironia. È interessante, semmai, vedere qual è stata la reazione del capitalismo occidentale di fronte ad un’operazione evidentemente transnazionale e che coinvolge alcuni tra i più grandi club calcistici, alcuni con consistenti gruppi finanziari alle spalle. Tanto per fare un esempio e per chiarire il peso specifico della questione: la società Venezia FC, recentemente ceduta dallo statunitense Joe Tacopina, è stata rilevata dal connazionale Duncan Niederauer, già pezzo grosso della finanza della Grande Mela (presidente e amministratore delegato della borsa di New York), componente del G100, già nel board di Goldman Sachs.
E stiamo parlando di una realtà di media classifica di Serie B.

La nuova Super Lega riguarderà solo pochi grandi club, in buona misura, tra quelli europei che ottengono soldi dalle competizioni per poterli reinvestire e far sì che possano disputare nuovamente quegli stessi tornei internazionali. I club locali devono accontentarsi delle briciole e, qualora dovessero balzare agli onori delle cronache per prestazioni sopra le righe o posizionamenti al di là delle proprie capacità, i loro migliori giocatori verrebbero inevitabilmente acquistati da altre squadre.

Un ciclo senza fine, un serpente che si morde la coda rigenerandosi: le grandi squadre vincono le competizioni, prendono soldi, acquistano nomi blasonati pagandoli una fortuna, tornano a vincere quei tornei nazionali, si proiettano verso una dimensione quasi eterea della loro popolarità e via dicendo. Tutto, chiaramente, al netto dei debiti che producono le società anno dopo anno. Il calcio italiano, poi, quello “che conta”, è preda di continue speculazioni edilizie e finanziarie in cui sembra avvilupparsi ogni giorno di più, senza realmente uscirne. Ogni presidente che si avvicenda sullo scranno più alto di una società calcistica, indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza, ritiene opportuno investire all’interno del brand della squadra, rilanciandone l’immagine e per farlo – come prima cosa – deve iniziare a sondare il terreno per la costruzione del nuovo stadio. Progetti i quali, nella stragrande maggioranza delle ipotesi, o rappresentano interessi che travalicano il mondo del calcio, oppure sono estremamente connessi alla persona rappresentante la società sportiva in quel preciso momento.
I cambiamenti sportivi sono pochi, stanti così le cose, l’immutabilità è servita: l’inanità è quel che resta dell’estrema finanziarizzazione del calcio. Semmai dovessero verificarsi cambiamenti, impiegherebbero più di qualche decennio. O comunque non sarebbero in meglio, quanto piuttosto in peggio. La vicenda dell’organizzazione qatarina del mondiale lo rappresenta pienamente.

La Super Lega fa cadere ogni maschera all’impalcatura che regge il sistema calcistico transnazionale. Il sistema UEFA pretendeva di essere “giusto” e corretto nei confronti di tutti, quando sappiamo bene che non è così, anche alla luce di quanto detto sopra. Nessuno parte alla pari e lo squilibrio è servito. Intendiamoci: il calcio è anche questo, vedere le squadre meno blasonate gareggiare contro i grandi nomi e – magari – vincere. Non staremo qui a citare degli episodi, tuttavia basti pensare alla vittoria della Coppa delle Coppe dell’FC Magdeburgo nel 1974 (Germania est, in cui il calcio era dilettantistico per legge) sulle squadre europee occidentali, tra cui il Milan di Giovanni Trapattoni, sconfitto in finale. La mossa che si vuole tentare, ad ogni modo, è quella di estromettere ogni altra società che non possa permettersi la nuova SL. Da una parte il paradiso, dall’altra un colpo di fucile nell’orecchio. Non basta chiudere gli occhi per tre volte: il divario si acuirà sempre di più.

Il sistema della Super Lega non solo è stato messo in piedi da squadre-aziende proiettate ai risultati di borsa anziché a quelli sul campo, ma la struttura posta in essere è semplicemente realizzata per fare ancora più soldi. D’altra parte, marxisticamente parlando, la concentrazione di monopoli è una tendenza naturale del capitalismo (e che i liberal d’accatto fanno finta di criticare per dare una parvenza di dignità alle loro tesi).

E IL DILETTANTISMO?
Le squadre e i campionati dilettantistici, in Italia, rimarranno tali. O meglio, si continuerà a far finta che, ad esempio, la Serie D si stia sempre più professionalizzando, a cui vi partecipano squadre realizzate appositamente per vincere e il cui sistema di superamento della categoria non consente un reale passaggio organico dallo status di “dilettante” a “professionista”. Un esempio recente è quello dello Sporting Bellinzago. È più facile ricercare e ritrovare, all’interno dei “vasi comunicanti” fra Serie C e quarta serie, casi di fallimenti, malversazioni, rinascite dopo crisi e acquisizioni di titoli ad hoc, come avvenuto per le defunte società denominate “Lupa” (dalla Lupa Castelli Romani alla Lupa Roma, passando per la “Lupa Racing”, ibrido pontino-castellano di una società di eccellenza che rileva il titolo a seguito del fallimento della prima squadra nominata afferente ai canidi-lupini).

LA LEZIONE DEL CALCIO POPOLARE IN ITALIA
Per qualche anno in Italia si è assistito al fiorire del calcio popolare, tanto nelle piccole quanto nelle grandi realtà urbane. Parliamo di strutture alternative rispetto alla gestione aziendale delle società, dunque di “azionariato popolare” in cui i tifosi sono anche sostenitori e soggetti attivi nella partecipazione della vita di quella squadra. Trattasi di impostazioni, al momento, per natura stessa dilettantistica e non professionista o semi-pro. Tuttavia, i costi per far fronte a dei campionati federali (Figc) rappresentano un muro (spesso invalicabile) per le realtà che tentano di imbarcarsi nella Terza, Seconda e Prima Categoria. A Roma – per quel che riguarda il calcio a 11 maschile - resistono l’Atletico San Lorenzo, che ha dato poco festeggiato i 10 anni di età e la Borgata Gordiani. Terminate, purtroppo, le esperienze di Ardita (ex Ardita San Paolo) e Spartak Lidense (Ostia-Centro Giano). In Italia resistono esempi concreti di “altro” calcio come il Centro Storico Lebowski (Toscana), Polisportiva Gagarin (Abruzzo), Ideale Bari (Puglia), La Resistente (Liguria), Brutium Cosenza (Calabria) e altre realtà per cui ci scusiamo fin da ora di non aver citato. Tutte al di sotto dei campionati di Eccellenza ma opportunamente raccontate dal sito “sportpeople.net” che segue da vicino ogni sviluppo nelle curve, dalle curve e dello sport popolare. Per il calcio femminile, sebbene realtà di calcio a 5 solamente capitolina, qui ci limitiamo a citare l’esperienza della CCCP1987 in serie C. Non foss’altro per evidenti affinità onomastiche.

IL CALCIO È – SEMPRE – QUESTIONE DI CLASSE
Pur tuttavia, sono molte le realtà che hanno chiuso i battenti negli anni: in molte città si è assistito alla nascita e alla morte di ASD di calcio popolare. Una volta tentata la strada, i costi iniziavano ad essere esorbitanti, la partecipazione calava, la questione dei campi e dell’affitto degli stessi pesava sul magro bilancio di una società realmente dilettantistica militante in Seconda o Terza Categoria.

Rimane valida l’esperienza di ogni realtà che ha provato – e in alcuni casi sta riuscendo – a vivere all’interno del sistema federale per testimoniare l’esistenza di un altro calcio, fondato su partecipazione, inclusività, antifascismo e antirazzismo, nonostante qualsiasi difficoltà. Di fronte alla recrudescenza e al tentativo sempre più evidente di poche società iperquotate di far valere la loro posizione finanziaria di fronte al movimento calcistico di tutto il mondo, c’è da incoraggiare la ripartenza e rinascita di ogni società che deciderà di andare in totale controtendenza, per il bene delle loro comunità di appartenenza e in nome di uno sport del tutto diverso. E se oggi la Super Lega sembra essersi sgretolata al primo assalto, prepariamoci, perché non sarà l’ultimo...
 
Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori: https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=6953

Per la periferia solo pacchi e like. «Scavicchi, ma non apra!»

Qualche giorno fa, precisamente il primo aprile, mentre i maggiori quotidiani d'informazione nazionale e territoriale investivano il proprio tempo in spassosissimi post acchiappa-like riguardo notizie finte (per poi classificarle come "pesce d'aprile"), insieme ad altri due compagni della redazione della «Rinascita delle Torri» ci siamo dati da fare e abbiamo spremuto le meningi per la scrittura collettiva di un articolo. Vero, ovviamente, che scaturiva da un fatto reale e tragico. Non che sia, di per sé, una notizia: l'intellettuale collettivo è parte integrante del lavoro di redazione. Tuttavia in questa fase ancora più delicata per le città in genere e per la periferia di Roma in particolare, abbiamo ritenuto opportuno far passare un giorno dall'episodio degli spari a via dell'archeologia e riflettere a mente fredda.
L'articolo si può rileggere integralmente qui: https://www.larinascitadelletorri.it/2021/04/01/gli-spari-sopra/.

Tra le altre cose che sostenevamo, criticamente, oltre all'inanità delle amministrazioni capitoline e municipali, c'era la pratica dei pacchi alimentari, ormai donati da chicchessìa, da qualsivoglia associazione sia essa culturale o organizzazione di volontariato, nei confronti di chi è stato messo a dura prova dalla fase che stiamo vivendo.

La fenomenologia del pacco, non già come lemma inteso per indicare partenopeicamente la zona del basso ventre maschile, rappresenta uno dei mali dell'attivismo politico-sociale del nostro tempo e delle zone colme di disagio come quella in cui vive chi scrive su questo blog. Sicuramente qualcuno che leggerà queste righe, quelle tre persone rimaste, storcerà la bocca e dirà "ma a questo non sta bene neanche che si faccia solidarietà coi pacchi dando da mangiare a chi non ce l'ha?".
Il punto, come al solito, non è quello: sono felicissimo se la "macchina della solidarietà", come si dice con un espressione cara alla pubblicistica, si metta in funzione.

Tuttavia, c'è un altro lato da analizzare. 

«Molte associazioni, realtà culturali, politiche e associative territoriali, così come a cascata quelle rappresentate al consiglio municipale e in Assemblea capitolina, preferiscono vedere il bello nei quartieri dove di positivo c’è davvero poco, cercare la pepita d’oro in un fiume colmo di fango, il raro quadrifoglio in un mare di zizzania. Questo ragionamento circa la “bellezza” dei luoghi di frontiera può durare un anno, tempo di una fascinazione giovanil-adolescenziale, non costituire il portato di una politica della periferia. Per anni, specialmente nell’ultimo decennio, la politica che non assume più neanche mezza responsabilità, ha demandato un lavoro sociale e culturale a chi cerca “il bello” a Torre Maura, Tor bella monaca, Torre Angela, Borghesiana e via dicendo. Ma niente è bello quando lo Stato langue e, se esiste – come esiste realmente – una massiccia presenza di criminalità organizzata nel territorio e le sue ramificazioni locali tentano di costruire uno stato nello stato, come più volte asserito negli anni dalla stampa antimafia che si occupava del tema. Il “welfare criminale” che, in un certo qual modo,  tenta di sostituire quello degli enti locali. Quante risorse pubbliche e opportunità di riscatto sociale non arrivano più da anni in periferia? Un altro lato del prisma da illuminare. Si fa presto a dire “ordine pubblico”. Come non vedere che là dove ci sono stati tagli allo stato sociale e conseguente assenza delle istituzioni pubbliche, “soggetti altri” si intrufolano e occupano spazi e funzioni necessarie? Questo è il dato da centrare, da mettere a fuoco.
Arrivano anche da quei settori associativi di pulcritudine periferica, e che precedentemente citavamo, proposte circa “il lavoro” e “i finanziamenti”. Ma anche gli orologi rotti, almeno due volte al giorno, segnano l’ora esatta».

 Anche perché a seguito di ogni fatto di violenza in periferia: 

«Ricomincia il "circo equestre" dei commenti dei mass media, i quali sprecano parole e slogan triti e ritriti sulla periferia Romana, sulla sua intrinseca violenza. Ma che, in fondo, non sanno neanche arrivarci al Grande raccordo anulare e uscire alla 17 o alla 18. Anche in questo caso, la stampa, anziché capire, giudica e colpisce con sentenze e luoghi comuni per convincere l’opinione pubblica che il destino della periferia è già segnato. E per questa ragione, alla fine, la Roma oltre il GRA non merita nulla; se non compassione, una lacrimuccia accompagnata da una sordida carezza. E pacchi alimentari. Quelli non devono mai mancare: producono “mi piace”, visualizzazioni e glorificano le anime belle della politica romana e locale. Non si dice che la questione è a monte: che non c’è più lavoro, che in pochi si sono presi tutto e molti non hanno più nulla».

E allora perché scrivere questo post? Semplicemente per ribadire questo fatto, dopo che il presidente dell'associazione 21 Luglio, insieme ad altre realtà etnografiche-antropologiche e legate all'Università di Roma "tor Vergata", ha rivendicato il fatto che la realtà dell'ex Fienile (un tempo libero spazio sociale) abbia iniziato a distribuire pacchi di generi alimentari.
Perché alla periferia i pacchi non devono mai mancare.

Per carità nessuno dica che in questa pandemia pochissimi ricchi si sono arricchiti ancor di più e i proletari (*) si sono ancor di più impoveriti dopo aver, in ordine sparso, perso il lavoro, entrati nel gorgo della cassa integrazione e via dicendo.
Per carità nessuno lo dica, "signora mia".


(*) Chi vive del proprio lavoro è un proletario. Punto.

Scuola, perché non bisogna rivendicare il Next Generation EU

Il presidio dei Cobas a Roma, in occasione dello sciopero della scuola del 26 marzo, presidio cui hanno aderito varie realtà associative, di settore e studentesche (tra cui anche la Rete degli Studenti medi) è stato caratterizzato nei suoi vari interventi – così come rivendicato anche dalla Rete – dall'apertura ai fondi del “Next Generation EU”. Un’apertura critica, senz’altro, un'apertura dialettica, ma pur sempre possibilista riguardo ai fondi europei. Un'apertura che comunque non può avere altro significato se non quello di un finanziamento a debito della scuola, dunque verso un peggioramento, nella prospettiva di lungo periodo, del comparto dell'istruzione nella sua interezza. Evidentemente tale fattore di rischio non è stato compreso dai Cobas, dalle studentesse e studenti presenti, che rivendicavano di essere loro la "next generation", fin dalle scritte sui cartelli che tenevano in mano. 

NEXT GENERATION EU
La misura invocata, ovvero il Next Generation EU, riguarda un piano di finanziamento pluriennale che prevede uno stanziamento di risorse, pari a 750 miliardi di euro, al quale spesso viene cambiato nome da stampa e politici, preferendo la dicitura “Recovery Fund”, la quale tuttavia si riferisce alla quota finanziaria del “dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza”. Si tratta di una mossa economica che vede gli Stati membri dell’Unione europea emettere debito comunemente. All’interno del quadro pluriennale per il periodo che va dal 2021 al 2027, “Next Generation EU” detiene la porzione più importante del finanziamento totale, attorno al 40% di 1.824,3 miliardi. Dunque, per farla breve, si tratta di un enorme finanziamento a debito, invocato dalla stessa classe politica che per almeno venticinque anni ha presentato qualsiasi tipo di politica economica a debito come il male assoluto da scongiurare a qualsiasi costo (per capirci: il 15 marzo di quest’anno il debito pubblico italiano ha sfondato quota 2.600 miliardi di euro, pari al 160% del PIL, nonostante decenni di politiche lacrime e sangue presuntamente finalizzate diminuirlo) [1].

C’è da segnalare che i fondi europei del NG EU sono vincolati dalla “condizionalità” riguardo al loro utilizzo, e non è una questione secondaria.
O si seguono determinati dettami imposti per la spesa di tali fondi, che riguardano innanzitutto gli indirizzi e le condizioni di merito dei finanziamenti, oppure il “pilota automatico” caro all’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri quando era in carica alla BCE seguirà – indisturbato – su una strada sempre più stretta e impervia. A partire dagli investimenti europei, i principi fondamentali su cui si basa l’investimento, per cui ogni paese europeo ha sviluppato un piano specifico, riguardano vari capitoli di spesa, come ad esempio “transizione verde”, le pari opportunità, la stabilità macroeconomica e la “transizione digitale”.

Specie per quel che riguarda l’istruzione, dunque, l’impegno è di 28,5 miliardi. Tuttavia viene riproposto il modello di scuola che ha fatto seguito alla legge Renzi (cosiddetta “buona scuola”). In altre parole: ogni scuola e ogni aula potrà avere un computer di ultima generazione per la didattica, tavolette grafiche, lavagne multimediali, ma niente sarà dato per la messa in sicurezza del plesso scolastico, che molto spesso è ferma agli anni del Pentapartito. Molta forma e poca sostanza, quando invece i due tratti spesso coincidono. Le politiche che accompagneranno questi investimenti a debito saranno quindi le solite, verrebbe da dire, trasversali nel segno dell’imprenditorialità, che già campeggia da anni negli obiettivi scolastici proposti a ragazze e ragazzi delle scuole secondarie di II grado. Non a caso un capitolo di spesa del piano italiano è intitolato significativamente “Dalla ricerca all’impresa”: l’idea alla base di questo processo organico del NG EU è quello di fornire un rapporto di subalternità dell’istruzione all’impresa. Perché di questo trattasi. 

RIAPERTURE FANTASCIENTIFICHE E RIAPERTURE REALI
La “questione giovanilista”, vien da sé, non può essere assunta come principio cardine per la riapertura, in funzione della scuola in presenza. Il problema è a monte, o alla radice, a seconda del paragone che al lettore piace di più. Le scuole vanno senza dubbio riaperte ma devono essere messe in sicurezza attraverso un piano vaccinale reale, centralizzato, non demandato alle responsabilità delle regioni; docenti, ATA, studentesse/studenti, devono poter essere monitorati dai presidi sanitari in ogni scuola. 

È evidente che il contagio avviene fuori dai plessi scolastici: c'è da evitare che venga portato all'interno delle aule. Per evitare questo cortocircuito serve un piano. Il piano che prevede 8 milioni settimanali di tamponi è totalmente privo di credibilità, e basta guardare quanti tamponi siano stati fatti finora, e come siano stati fatti, per rendersi conto dell'assenza di una qualsiasi base per rendere effettivo un tale provvedimento, peraltro così esteso e concentrato nel tempo. È evidente quindi che un piano non c'è.
E riaprire senza un piano significa chiudere due settimane dopo aver riaperto, reiterando un binomio apertura-chiusura ancora più nefasto sul piano psicologico per migliaia di ragazze, ragazzi, docenti. È impensabile, infine, che i soldi europei – peraltro una tantum – vadano davvero a risolvere i problemi strutturali che la scuola italiana possiede da vari decenni, a causa dei tagli apportati dai governi di centrodestra, centrosinistra e tecnici.
 

È impensabile rivendicare l'utilizzo di quei fondi per la scuola, per la loro messa in sicurezza circa l'edilizia, per la stabilizzazione dei precari (da organico di fatto a di diritto), per le assunzioni vere e massive, perché l'unico provvedimento vero in grado di soddisfare queste esigenze e di rovesciare il piano inclinato sul quale sono state decise tutte le politiche scolastiche “a perdere” degli ultimi decenni è la patrimoniale. Ricorrere ai fondi europei per tale rivendicazione costituisce nei fatti la legittimazione di un ulteriore indebitamento delle casse pubbliche a spese dei lavoratori, senza peraltro che i fondi spesi vadano minimamente nella direzione dei bisogni della scuola e della classe lavoratrice.
Anni e anni di tagli alla spesa pubblica, che hanno danneggiato soprattutto la scuola, la sanità e i trasporti, vanno colmati presentando il conto alle classi dominanti.
 

Torniamo a ripetere che solo una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco dei patrimoni, unita ad un sistema di tassazione fortemente progressivo, può restituire realmente le decine di miliardi di euro tagliati, e consentire una reale messa in sicurezza della scuola, dei suoi studenti e dei suoi lavoratori.
Solo una patrimoniale di questo tipo, cioè una patrimoniale anticapitalista, espressione di un altro governo della società e di un altro potere politico, può portare un cambio di rotta in questa società colpita dalla crisi del sistema di produzione capitalistico e da questa pandemia, uno dei suoi sintomi. Cioè a dire: paghi chi non ha mai pagato, chi si è arricchito durante la pandemia mentre centinaia di migliaia di lavoratori si sono impoveriti e hanno perso l'impiego. 

[1] https://www.repubblica.it/economia/2021/03/15/news/debito_pubblico-292301274/

 

Articolo pubblicato sul sito del Partito comunista dei lavoratori

Ma che ce stai a fa?

Il 20 marzo ricorrevano i due anni dalla morte di Tina Costa. In quell'occasione mi ero lasciato andare in un ricordo tutto personale, dopo la seconda volta che aveva accettato di intervenire alla Biblioteca Collina della Pace di Finocchio.

Stamattina, non so per quale motivo o associazione libera della mia testa, mi risuonavano le sue parole nella testa, pronunciate da lei in un momento preliminare di una riunione con Fabrizio de Sanctis (allora e attuale presidente Anpi di Roma), la sezione del VI appena nata e ovviamente Tina Costa. Non sto a dire quanto lei fosse legata al VI municipio e alle sue borgate: per lei eravamo "i compagni de Tor bella" e voleva bene a chi aveva deciso di fondare la sezione nella sua "ex ottava circoscrizione", tanto più che io e Gianmarco eravamo ancora quasi "pischelli" che da poco avevano discusso la triennale. Poco importava che io fossi di Torre Maura e Gianmarco di Borghesiana: la sezione era, momentaneamente, a Tor bella. Dunque, eravamo i compagni de Tor bella. 
 
De Sanctis, con cui ho condiviso il percorso della Fds a cavallo tra l'essere minorenne e maggiorenne, ricopriva per la prima volta quell'incarico da me considerato importantissimo, nel mio personale immaginario politico-sociale. Entro nella stanza della sede romana e c'è Fabrizio seduto ad una sedia dietro la scrivania, Tina Costa è seduta dirimpetto l'elemento d'arredo colmo di fogli a cui vicino era stato appoggiato un computer molto datato con schermo a tubo catodico.
Proprio lui inizia a parlare: "Tina, lui è Marco, il compagno che...", non fa in tempo a finire la frase e lei "Lo so, lo so chi è: è il compagno de Tor bella, della sezione dell'ex ottava che mo se chiama sesta", annuendo cercando di dissimulare quel po' di tremore che, involontariamente, produceva il suo corpo.
"Ah ecco, ti ricordi" - fa De Sanctis - "così evitiamo di ripresentarci: è un compagno, eh. Certo, mo è un po' de tempo che sta co Rizzo...", e tutto il suo viso si modella per assecondare alle pieghe delle labbra che si producono in un sorrisino sornione cercando approvazione in Tina Costa, tanto che lei, per tutta risposta, disse: "Ecco", congiungendo le mani come in una preghiera, agitandole dal petto in fuori, dal basso verso l'alto, proseguendo: "ma che ce stai a fa co Rizzo, ma dimme te!".
Un po' come scrisse Carlo Emilio Gadda nel Pasticciaccio: 
"Raccolte a tulipano le cinque dita della mano destra, altalenò quel fiore nella ipotiposi digito-interrogativa tanto in uso presso gli Apuli"
Subito dopo, neanche una manciata di secondi, arrivano altre persone e comincia quel piccolo incontro.

A cadenza regolare nella mia coscienza, a distanza di tempo, tento di rispondere a quella domanda coniugandola all'imperfetto, ogni volta che si ripresenta. Un po' come la mattina alle 8:00 con i peperoni della sera prima che si riaffacciano.

Il passato remoto di "masticare"

Lunedì 15 nella Regione Lazio tornerà la zona rossa. Scuole chiuse.

Gli incentivi per l'istruzione sono quelli destinati - e concepiti - per la digitalizzazione e per colmare il digital divde presente. Connessioni e computer, lavagne multimediali e "imprenditorialità", quando i problemi di edilizia scolastica la fanno da padrone in più della metà dei plessi. Almeno a Roma. 

Chiudono tutte le attività non produttive.

Perché, in fondo, è così: la scuola non produce reddito, non è un'azienda, è il parcheggio di persone a basso reddito. Chi può, manda i figli in posti diversi. Certo, anche loro a distanza, ma tutta un'altra storia: il futuro è già segnato.

Per la scuola, insomma, il classico passato remoto del verbo "masticare", così come ci chiedeva di coniugarlo l'amichetto stronzo delle elementari: "mi dici il passato remoto di masticare" e tu, ingenuo "masticai". Il ghigno di lui si alza pervicacemente, ti guarda bieco: "masticazzi".

Masticazzi.



La buca di Via dei colombi e lo spirito del capitalismo

Da una settimana abbondante la buca di Via dei colombi, altezza civico 133, si è riaperta esattamente allo stesso modo in cui lo aveva fatto in precedenza: l'asfalto è scivolato verso il basso lasciando il manto stradale sconnesso e disallineato.
Stesso copione di qualche tempo fa: transenne, posti auto inaccessibili. Insomma, al solito.

Ma facciamo un passo indietro.
Mesi fa, siamo a dicembre 2020 (tecnicamente lo scorso anno) il terreno cede all'altezza del civico 133 e si apre una piccola voragine. Le piogge incessanti di quei giorni fecero in modo di far attivare la cittadinanza e l'amministratore condominiale del palazzo di Via dei colombi 132 per coprire quella buca data l'ingente quantità di acqua che era entrata nella buca. Inizialmente le linee degli autobus 313 e 556 vengono deviate: per qualche giorno non passano per la 'main street' torremaurense. L'area circondata dalle transenne mettono l'italica "pezza" alla situazione così che i bus potessero transitare effettuando una sorta di gimkana. Da quel momento, l'area è rimasta delimitata e circoscritta. Qualche settimana più tardi è stato effettuato un sopralluogo che ha verificato come al di sotto del manto stradale non ci fosse nulla, almeno a detta degli operai che parlavano ad alta voce e arrivavano alle conclusioni prima citate. Il paragone da loro messo in atto era con la porzione di strada antistante l'Istituto "Nostra Signora del Suffragio": lì almeno c'erano delle cabine che sostenevano il tutto, qui sotto non c'è molto, dicevano mentre le persone erano intente all'opre giornaliere.


Le "cave" torremaurensi

Il romanticismo di chi scrive vorrebbe subito rimandare alle cave e ai cunicoli scavati nel sottosuolo del tessuto urbano di Torre Maura nel periodo della guerra: la borgata era letteralmente invasa dagli occupanti nazisti, a cui i fascisti davano man forte e ad ogni bombardamento la gente si riparava come meglio poteva. Pierina Nuvoli, attivista torremaurense e collaboratrice con le missioni estere delle Figlie del Sacro cuore di Gesù,  lo ha descritto insieme a Laura Dondolini nel libro pubblicato nel 2016 dall'editore "Civilmente": «Torre Maura. Storia di un quartiere attraverso la voce dei suoi abitanti» raccogliendo le voci di chi aveva vissuto quel periodo. Spicca, in tal senso, quello di Clelia Consalvi (classe 1932): «Durante i bombardamenti fuggivamo a ripararci presso le cave situate sul luogo dove successivamente fu costruita Villa Irma [attuale Policlinico Casilino ndr]». Stesse testimonianze - è facile immaginare - si siano tramandate nel corso delle generazioni di padre in figlio e di madre in figlia riguardo i ricordi di guerra e post-bellici. È facile ipotizzare come le cave per sfuggire ai bombardamenti siano state "create" (à la "male e peggio") anche in Via dei colombi in quanto, stando alla testimonianza libraria del libro di Nuvoli-Dondolini, l'Istituto delle Suore minime e la relativa chiesa venne edificato nel 1936, quattro anni prima la dichiarazione di guerra. Non era un luogo urbanizzato, né come ce lo immaginiamo noi ora, tuttavia iniziavano a sorgere insediamenti di a ridosso di quella che è la main street torremaurense.
Se immaginiamo come gli insediamenti a ridosso di Via dei colombi iniziassero a sorgere nel periodo antecedente al secondo conflitto bellico, altrettanto facilmente ne discende il ragionamento della conseguente necessità di riparazione degli abitanti della borgata nascente al momento dei bombardamenti. Verrebbe quasi da dire che, ecco, deve essere proprio così: al di sotto di Via dei colombi c'è davvero poco o niente a sostenere il tutto, dato che ogni volta che transita un camion o un autobus i palazzi antistanti la via tremano.

Lo spirito del capitalismo
Cosa c'entra un'insulsa voragine nell'ultimo quartiere prima del Raccordo anulare con il capitalismo? C'entra perché rappresenta il paradigma di come ci approcciamo alle cose, in quest'epoca di mezzo disgraziata. Lo spirito del capitalismo aleggia su Via dei colombi e sulla sua piccola, ma significativa, voragine. La ditta appaltatrice che si è occupata di quel tratto di strada, precedentemente traforato per far passare dei cavi cablati, contattata dalle istituzioni capitoline, è riuscita nell'intento: una bella gettata d'asfalto e il problema è risolto.
Tempo 48 ore e la voragine si è riaperta con eguale aggravio e transenne che - stavolta - coprono un'area leggermente più vasta di quella precedente. Il principio è lo stesso dei riformisti e di chi, spacciandosi per "rivoluzionari" perché vogliono "cambiare l'esistente attraverso il sistema vigente", utilizzando gli stessi strumenti ma avendo il coltello dalla parte sbagliata del manico, vuole affermare in scioltezza che questo è il migliore dei mondi possibili e che le disuguaglianze si appianeranno con il passare del tempo. Basta sapere scegliere quel che si ha in mente di attuare, le politiche da proporre e portare avanti e via dicendo.
La riparazione - e la conseguente messa in sicurezza - della via intera e in particolar modo nei suoi punti più fragili costa più tempo e più denaro. E questo è impossibile da mettere in atto, specie per coloro i quali sono stati elencati poco sopra. Sarebbe "velleitario", bisogna prendere atto della situazione - direbbero - per poter aggiustare quel che si può.
Riformare il capitalismo e gettare una manciata d'asfalto su una voragine rappresentano lo stesso livello di idiozia politica, nonché di complicità ideologica. Gioire, invece, per l'asfalto gettato in luogo della messa in sicurezza della strada o per la pavimentazione a metà della main street fa parte di una sottospecie di ambizione senile della politica che attanaglia soprattutto i consiglieri municipali del VI eletti a Torre Maura,preoccupati solo dei "mi piace" che ricevono ai post e ai "bravo" conseguenti. Anche se durano il tempo di uno sguardo rapido su un social.
La stessa visione del mondo che vorrebbero ostentare costoro, cioè i rappresentanti dinamitardi del riformismo, è quella del "facciamo purché si faccia qualcosa", ma che non sia "ideologico" quel qualcosa, dato che "l'ideologia non fa ragionare sulle cose". Come se costoro non fossero dediti alla sola e unica ideologia mondiale, cioè quella di giustificare il sistema più ingiusto e più gravido di iniquità sulle classi popolari sia, effettivamente, realizzabile.

 Postato su La Rinascita delle Torri

Un'oligarchia e una soluzione

La votazione sulla piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle ha, inevitabilmente, generato critiche e suscitato attenzioni da parte di politologi e tecnici della politica ma anche di cittadini, elettori, persone ordinarie. L'uomo qualunque, verrebbe da dire.
Dall’osservatorio parziale di docente supplente in un istituto tecnico della periferia nord est di Roma, subito dopo un’ora di supplenza, ho avuto un contatto con una docente di materia giuridica, nonché collaboratrice degli uffici della dirigenza che aveva voglia di attaccar bottone a riguardo. Molto discretamente, accetto di mettermi a disposizione del dibattito.
Entro nella classe per poter posare i miei effetti e uscirne di nuovo per poter iniziare una telefonata. La docente mi chiede che i ragazzi si erano mostrati interessati al funzionamento della piattaforma Rousseau: «Tu sai come si vota?», io rispondo che no, tecnicamente so solo che bisogna effettuare l’accesso al sito internet ma il proprio utente deve essere autorizzato e certificato, ma da chi e come non ne ho la più pallida idea.
L'interlocutore B, subendo un cortocircuito tra langue e parole, afferma: «Quindi tu sei iscritto! Come si fa? Voglio votare anche io!», la docente si mostra incuriosita del fatto di come effettivamente si possa votare e ritiene che tutti possano votare nel quesito (capestro) proposto da Grillo-Casaleggio. Rispondo, cortesemente che, in realtà, sapere come si fa non si traduca effettivamente nell'iscrizione al portale e lascio intendere che non ho interesse a quel tipo di dibattito interno al Movimento 5 Stelle.
Poi la rivelazione della docente, scoperta attraverso l’uso sincrono e coordinato del pollice e dell’indice sullo schermo del proprio telefono, così da ingrandire le scritte della schermata iniziale della piattaforma: possono votare gli utenti certificati prima del 2016.
Sdegno: «Ma questa è un’oligarchia! E io non posso votare? Cittadini, cittadini e nessuno può votare?».

Potremmo spenderci lungamente in discorsi riguardo una professoressa di materie giuridiche, con mansioni dirigenziali, che sia caduta nel tranello del cittadinismo agitato da circa un decennio dal Movimento 5 Stelle: l’aver uniformato, nell’immaginario collettivo, i cittadini tutti in cui chiunque può far riferimento al movimento pur senza farne parte, è una delle grandi illusioni circa la partecipazione digitale e fattiva in quest’era che rifiuta tutte le ideologie tranne una: quella capitalista e del mercato.

Il fatto che tutti i cittadini possano partecipare significa, semplicemente, che chiunque lo voglia può iscriversi al Movimento, votare digitalmente, accettarne le condizioni e via dicendo. Accettando anche il fatto, soprattutto questo, che non si sta parlando di un partito politico bensì di un’associazione governata da tre persone in cui non c’è, tecnicamente, libertà di dissentire rispetto alla linea programmatica definita dal leader/megafono/portavoce/cittadino-portavoce e sue definizioni. Non ci si può costituire in una "tendenza" o cose simili all'interno dell'organizzazione.
Il cortocircuito mediatico è ormai totale: alle parole non si dà tutto il peso e il carico che esse portano con sé, si pensa solo ad interpretare quanto scritto a seconda della propria volontà. Una tendenza pericolosissima che porta all’interpretazione molteplice e ultra relativistica della realtà, così che si possa – erroneamente - interpretare come “opinione” anche un fatto reale e incontrovertibile, come l’ingresso a gamba tesa della finanza all’interno del Governo italiano al fine di gestire il flusso di denaro del “Piano di recupero”. In fondo perché lasciare ad altri le carte?

La militanza cosciente è ben altra cosa rispetto alla volontà pur nobile, da singoli individui, di cambiare le cose: da soli non si riesce a combinare un bel niente. Celebre fu l’affermazione di Luigi di Maio, ai tempi esponente dell’opposizione, rivolta alle lavoratrici e ai lavoratori di Alitalia in egli proponeva di andare in solitaria, ognuno di loro, senza l’ausilio di un’organizzazione sindacale, a trattare con la dirigenza.
Legittimare le solitudini serve davvero a molto poco, se non a fare il gioco del capitale che vuole diviso, disperso, senza coscienza il campo avverso dei lavoratori.
«Vorrei votare contro solo per sfregio, ma non posso: questa è oligarchia» e neanche questo è, purtroppo, vero: una volta legittimata la triade al governo dell’associazione politica pentastellata, si accetta anche il fatto che si possa essere singole individualità che si erano – e sono – espresse per sostenere quella forza politica come vettore unico di cambiamento, delegittimando le altre, oppure, irridendone le posizioni politico-ideologiche come “antiche” o “superate”. Non c’è niente di troppo antico o superato come la volontà di unirsi per immaginare, attivarsi e costruire un avvenire migliore che sia di tutti e per tutti, contro la protervia di chi ha troppo e vuole fagocitare tutto il resto.

Il dialogo di cui sopra ha virato, infatti, rapidamente sul fatto di come una persona possa iscriversi liberamente ad un partito per poter dire la sua nei luoghi opportuni di quell’organizzazione.

E, in effetti, l’unico luogo in cui poter esprimersi è un partito, il partito delle lavoratrici e dei lavoratori, degli sfruttati. E dato che è pure iniziata la campagna di tesseramento, io ve la butto là: iscrivetevi al Partito comunista dei lavoratori e diventate, finalmente, schiera cosciente e organizzata di fronte alla solitudine individualistica di chi ci vorrebbe singole “unità di produzione” e non esseri pensanti.

L(')auto mercato

«Non ce la facciamo a mantenere aperti i negozi. Precedentemente, prima della pandemia, la bottega di Via Ripetta riusciva a fare ottimi introiti, così da poter pagare gli stipendi agli altri due negozi
[uno di Montesacro, l'altro di Piazza Bologna]. La situazione si è parecchio complicata, andata deteriorandosi nel tempo. Così, dunque, siamo ridotti quasi completamente ad alzare la serranda per volontariato in attesa della cassa integrazione. Se ci sarà».

Qualche settimana fa mi trovavo in una bottega equo e solidale. Parlando con la dipendente del negozio, la prospettiva che è andata delineandosi nel corso della conversazioni non è stata rosea. Per le botteghe il rischio concreto è quello della chiusura. La questione che sta alla base della chiusura è uno gnommero di concause, come lo definirebbe Gadda: un nodo inestricabile di motivazioni che ha portato alla situazione attuale. Il Covid, come in tutte le questioni a seguito della pandemia, non ha fatto altro che esacerbare le criticità già esistenti. Le botteghe di tutta Roma, poco meno di una manciata all'interno del Grande Raccordo Anulare, basavano la propria esistenza sul negozio del centro a via Ripetta. Le entrate e i proventi di quel punto vendita bastavano per pagare gli stipendi a tutti i dipendenti delle altre piccole realtà.
Quando, tuttavia, una situazione è già precaria o inizia a mostrare delle piccole crepe, un agente esterno (quale che sia) può arrivare a divaricarle in modo irreparabile. Il coronavirus ha mostrato le fragilità di un sistema basato unicamente sul profitto e sullo sfruttamento, più in generale; nelle situazioni specifiche come questa si è limitato a dare il proverbiale colpo di grazia.
Le attività meritorie, pur di nicchia o settoriali come le botteghe equosolidali, hanno subìto il colpo più duro di tutte le altre attività commerciali, evidentemente. L'iniziativa di vendere prodotti che prevedano una forma di commercio e di scambio di merci che vorrebbe garantire il giusto compenso al produttore e ai suoi dipendenti, assicurando anche la tutela del territorio evitandone disboscamenti, sfruttamenti ambientali massicci tipici della grande industria e della grande distribuzione organizzata, rappresenta una forte e ambiziosa caratterizzazione che non può essere sostenuta nel lungo periodo dalle aziende in oggetto. Specie se la vita di tali negozi riesce a basarsi solo sulla classe alta o medio alta, in Inghilterra si direbbe upper class. In un'espressione: alta borghesia.

La favola raccontata dai cantori liberali per cui più il consumatore compra prodotti biologici ed equosolidali, compresi quelli distribuiti dalle grandi catene transnazionali, e più il commercio si orienta verso questi prodotti da realizzare e commerciare, è una evidente menzogna raccontata a pieni polmoni a più riprese. Per quel che riguarda il cibo, ad esempio, "non possono permetterselo tutti", ma "moltissimi consumatori", dicono costoro, "se potessero, si orienterebbero verso il biologico e il non-industriale". Dunque "bisogna incoraggiare le fasce ricche perché acquistino quei prodotti ad un costo maggiore degli altri, perché si possa favorire un nuovo circolo economico: si creerebbe quell’economia di scala che poi consente di allargare l’accessibilità anche alle fasce più povere e lo si è visto in Germania in cui il biologico era appannaggio dei più ricchi ed ora è accessibile di tutti".
Questo viene raccontato da più parti, questo è il pensiero liberal-progressista, osannato soprattutto anche dai democratici nostrani: più si acquista biologico o "verde", naturalmente chi se lo può permettere, più la filiera diventa sana, economicamente parlando. È il paradosso dell'economia verde, insostenibile aprioristicamente qualora non si metta in discussione l'economia di mercato (a tal proposito si rimanda al piccolo, ma necessario, libro di Daniel Tanuro "L'impossibile capitalismo verde").

La vicenda delle botteghe equosolidali è paradigmatica. La classe sociale di riferimento, una volta piombato il lockdown e la chiusura generalizata, ha smesso di rivolgersi a quel peculiare mercato: per tesaurizzare il loro già ampio guadagno o risparmio? Probabilmente, in realtà non sappiamo la vera motivazione che li ha fatti desistere dal rivolgersi alle botteghe solidali. Il dato di fatto, incontrovertibile, è il seguente: non c'è stata continuità nel sostegno di quelle realtà da parte della classe di riferimento che, pure quei negozi, avevano designato involontariamente e su cui si erano basati per la propria vita e sostentamento.
Nel momento in cui un gruppo di persone vuole provare a nobilitare il sistema capitalistico provando ad introdurre nuove filiere o nuovi consumi che facciano leva sull'eticità della transazione e dello scambio in sé, il capitale reagisce d'imperio abbassando la qualità dei prodotti venduti e di conseguenza anche il costo vivo di quel che si va ad acquistare. Novità delle ultime settimane è l'iniziativa di alcuni settori della Coop che ha venduto a 10€ tutti i prodotti a marchio della catena e che rappresentano il necessario per poter sostentarsi una settimana. Con quella cifra si poteva acquistare pasta, passata di pomodoro, pan carré e altri prodotti. A riguardo, è bene poter fornire ai quattro lettori rimasti del blog l'articolo "Lo sfruttamento nel carrello della spesa", in cui è stato trattato proprio questo argomento, in occasione della recensione dell'ottimo "Il grande carrello", pubblicato da Laterza e scritto dai girnalisti Ciconte e Liberti.

Per farla breve, è sempre più chiaro ed evidente il concetto gramsciano di egemonia: uno strato sociale sempre più consistente di industriali, imprenditori (a.k.a. i padroni) fanno in modo di far pensare gli oppressi e gli sfruttati (lavoratori, pensionati, disoccupati) esattamente come la pensano loro. Come? Attraverso sistemi che ben conosciamo: la grande stampa digitale e cartacea è tutta orientata a voler narrare le magnifiche sorti progressive del capitalismo, unico sistema possibile in cui vivere, che certo è talvolta ingiusto, ma che prevede anche una gran possibilità per tutti. Tutti possono scommettere, non al casinò, ma in borsa. Il gioco è lo stesso, cambiano le cifre della posta.
Chi dà le carte non permette che vengano mosse critiche sul mazzo utilizzato. E poco importa alla dirigenza del casinò se hai scoperto che è truccato. Ci saranno altre persone che andranno ad occupare il tuo tavolo per "provare a cambiare dall'interno" criticando la tua posizione "settaria" ed "estremista". Se però non hai la capacità (o la volontà reale?) di scardinare e abbattere il tavolo, dimostrare che le carte sono truccate e vorrai giocare ugualmente, finirà piuttosto male. Evidentemente.

San Giorgio e il Draghi

Мое время грядет
Мой час все ближе
Мое время грядет
Мой час все ближе
 

My time is coming
My hour is getting closer
My time is coming
My hour is getting closer


Il mio tempo sta arrivando
La mia ora si sta facendo sempre più vicina