Una capatina in Euzkadi

Quest'estate mi sono concesso quasi due settimane tra Bilbao e il nord della Spagna: in Euzkadi, insomma, il
Paese Basco. Là dove la lingua spagnola è denominata castellano e l'idioma più frequentemente utilizzato è l'euskera.

A Bilbao è facile e meraviglioso perdersi tra le vie del Casco Viejo. Tutto appare diverso rispetto all'ordinarietà della periferia romana: abituato alle costruzioni irregolari, a vie che finiscono con cancellate o che seguono il corso di un muricciolo basso costruito prima della gettata d'asfalto, anche la periferia bilbaina sembra logica e razionale. Palazzi alti, appartamenti generalmente più piccoli dei nostri e dai soffitti piuttosto bassi, riempiono i quartieri alla fine della città, come quelli di Abusu, La Peña e Olatxu Auzoa. 

Inaspettatezze

Non credo che il termine esista, in caso sarà un neologismo. Il secondo giorno di permanenza a Bilbao decido di andare a scattare qualche foto per il Casco Viejo. Pioviccica, o almeno, agli occhi di un romano sembra che stia pioviccicando, ma la finestra su Zamakola Kalea (Calle Zamakola, Via Zamakola) sembra voler comunicare tutt'altro clima. «Attento al txirimiri: Bilbao è famosa per la pioggia fina e incessante che ti entra in tutte le parti del corpo e oltrepassa i vestiti. Finisci per non accorgertene e sei bagnato fin dentro alle mutande». Ci penso su: anche a Roma è così: la pioggerella che fa finta di bagnare, arriva e sporca tutto quel che può. Pensiero colpevole di ingenuità plurima.

Rendersi conto che tra la pioggerella di Roma e lo txirimiri c'è un abisso, è stata la prima scoperta e conseguente consapevolezza della mia permanenza in Euzkadi. Prendo la macchina fotografica dal nastro  di tessuto che dovrebbe essere posto attorno al collo: lo giro due volte attorno al polso ed esco imbacuccato con un k-way del Decathlon. Seguendo un corso di fotografia a Roma, l'insegnante ci ha detto che uscire a fare foto sotto la pioggia si può e si deve fare, tuttavia deve essere protetto l'apparecchio. Quindi, nell'ordine: prendere un sacchetto da alimenti di quelli che vanno nel congelatore, un elastico, tagliarne l'estremità sigillata per far sì che possa uscirci l'obiettivo; ripetere l'operazione per il corpo della macchina. 

Non ho fatto niente di tutto questo perché: massì, ma tanto poi smetterà di piovere. È piovuto 24 ore su 24 con pochi attimi d'interruzione e sporadica comparsa di un timidissimo sole. La macchina ha continuato a scattare imperterrita: nonostante l'età sembrava voler dimostrare di farcela benissimo, al pari di tutte quelle moderne mirrorless compatte da strapazzo. Il punto non è la macchina fotografica, quanto più il soggetto che la impugna avvezzo a foto storte, non centrate, fuori fuoco. La specialità di chi scrive: 800 scatti, 4 buoni. C'est la vie. 













¿Eres periodista?

Mentre mi perdevo per le vie del centro storico della città, fotografando serrande di locali con vistose ikurriñas disegnate su di esse, o con falci e martelli o ancora con simboli propri dei centri sociali, si affaccia una signora anziana da un balcone. La via è abbastanza stretta: sembra una delle calli di Venezia, una di quelle non proprio minuscole. Piove, al solito: txirimiri incessante, il mio cappuccio del k-way non è nient'altro che un riparo garibaldino dalle infinite gocce che stanno finendomi anche sotto le unghie dei piedi. Gli occhiali sono costantemente pieni di gocce e di condensa del mio respiro: una visione da aerosol ambulante. In strada, ovviamente, non c'è nessuno, ma di questo parlerò più avanti. Si affaccia dal balcone, dicevo, una signora sulla settantina rivolgendomi qualcosa in euskera e additandomi con l'indice della mano destra, muovendolo avanti e indietro: ce l'ha con me. Provo ad arrabattarmi con quel poco di spagnolo che ho appreso leggendo i comunicati delle organizzazioni comuniste latinoamericane e iberiche: «Yo no hablo euskera: solamente castellano». La signora chiude gli occhi e annuisce, contemporaneamente indietreggia e ripropone la mano verso di me ma, stavolta, aperta, come a dire: si okay, aspetta che mi devo sintonizzare sullo spagnolo. Parla di nuovo: «¿Eres periodista?», sei giornalista? Che diavolo ne sa questa tizia che in teoria sarei giornalista? È una frazione di secondo, penso: "Ora le dovrò raccontare tutto? Perché in teoria lo sono ma che non lo sono davvero? Che devo dirle?", il turbinio di pensieri si interrompe quando rifletto che la cosa migliore da fare è assecondare la tipa: «Si, soy periodista pero soy italiano, no español ni frances». «Aah, venga vale: es que todos aquí conocemos a los periodistas y no eres de los que viene solitamente». Controllo del territorio: non sei uno di quelli che viene abitualmente, "chi sei? che vuoi da noi?". Una sorveglianza così capillare del controllo cittadino l'ho riscontrata solo nei piccoli centri della Sardegna. È stato come sentirsi a Sant'Antonio di Santadi dopo la manifestada a Capo Frasca (2013, ma sembra davvero passato un secolo).

Ongi etorri errefutxiatoak

"Benvenuti rifugiati". Si tratta della versione in lingua basca del motto "Refugees Welcome" che anni addietro fece irruzione nell'opinione pubblica riguardo la popolazione siriana, in fuga dal Vicino Oriente per arrivare in Europa. Le bandiere gialle, insieme a quelle che chiedevano l'amnistia per i prigionieri politici della stagione dell'ETA e del terrorismo, campeggiano sulla maggior parte dei balconi bilbaini e delle ringhiere antistanti le finestre dei palazzi. Inutile dire che a queste due bandiere viene sempre accostata l'ikurriña. La coscienza civile e antifascista di Bilbao sembra essere viva e consapevole: non che non esistano le destre, ma qui l'egemonia culturale, nonché la fusione tra il socialismo-comunismo e l'indipendentismo, sembra avere ancora una certa rilevanza. Certo, al governo c'è il PNV, ma il sottobosco culturale della sinistra indipendentista e comunista è più che presente. Ancora un riferimento de coro viene senza neanche volerlo troppo ad a Manca pro s'Indipendentzia, il partito comunista e indipendentista sardo, che poi ha lasciato spazio all'esperienza del Fronte indipendentista unidu e ad altre organizzazioni. 

A proposito di bandiere, una volta arrivati a Bilbao: di fronte la Catedràl, cioè San Mamés, lo stadio dell'Athletic Club, campeggiava un caseggiato piuttosto imponente di almeno sette piani; all'ultimo di essi ho notato una bandiera spagnola repubblicana. Non quella attuale monarchica, dunque, ma quella gialla, rossa e viola. Mi giro verso Angel: «Guarda! Una bandiera repubblicana!», lui, scherzosamente, risponde: «Si vede che vuole mostrare il fatto di essere fieramente anti-basco». Inizialmente non capisco, poi si spiega meglio: «Qui le persone sono per l'indipendenza nazionale del Pais Vasco: quindi o mostrano l'ikurriña o niente. Se tu vuoi mostrare la bandiera spagnola significa che sei uno spagnolista, uno che all'indipendenza non è che ci bada troppo. Anzi. In questo caso il tipo sta affermando il suo essere spagnolista e repubblicano... nel Pais Vasco: un'affermazione audace!».

L'Athletic

«Que Atletico?! No es Atletico, es a-t-h-l-e-t-i-c-c-l-ù-b: es inglès, no castellano!», Ramon, il fratello di Angel, è socio da quasi trent'anni. L'Athletic è un'istituzione: «Es como tu piel, no se explicar bien ma es solamente nuestro, l'Athletic, y ninguna ciudad del mundo tiene un club así». Ogni volta che entro in casa di Ramon mi accoglie indossando una maglietta diversa dell'Athletic: immutati colori, cambiano gli sponsor o l'anno di appartenenza della camiseta. Oltre ad essere un'istituzione, l'Athletic vive e sopravvive grazie all'azionariato popolare: l'iscrizione al campionato è assicurata grazie ai soci che ogni anno versano la quota di iscrizione alla società e sono proprietari della squadra in base a quanto hanno versato. 

I racconti di Ramon sono nitidi, le immagini di attaccamento alla maglia estremamente vivide, le parole - anche se in castellano - estremamente chiare anche alle mie orecchie. Ogni singola sillaba mi riporta al recente passato di Roma e della scena di calcio popolare: una meteora terminata troppo presto. L'Ardita, la Spartak Lidense, l'Atletico San Lorenzo: di queste tre rimane in vita solo l'ultima a cui - con pieno spargimento di cuore, come scriveva Pietro Giordani a Giacomo Leopardi - è bene augurare ogni bene e ogni successo. Così come, allo stesso modo, è bene ricordare la Borgata Gordiani, nata nell'ultimo lustro e che, territorialmente, è ormai diventata cardine irrinunciabile per il gruppo di sostenitori (e non) di Villa Gordiani. Terza, seconda, prima categoria o Promozione: spesso queste squadre calcano campi di terra o sabbione (specie in provincia), a Bilbao è tutta un'altra storia. L'Athletic disputa la serie A e la Cattedrale, lo stadio, nuovo di zecca, in pieno centro città, sta lì a dimostrare che non serve avere in squadra Messi o Cristiano Ronaldo: «somos el mejor equipo del paìs y representamos la mejor ciudad del mundo!». La moglie di Ramon abbassa lo sguardo sorridendo: «I bilbaini sono molto modesti, come hai visto!». 

Quarantacinque mila soci e più. La base sociale dell'Athletic consta di una popolazione grande quasi quanto il quartiere in cui abito: ogni dieci persone c'è un socio compromisario, ovvero delegato, che partecipa alle assemblee ed elegge il presidente, discute del bilancio e via dicendo. Una sorta di Parlamento interno targato Athletic Club. Il video qui sotto non lo sottotitolo perché è effettivamente molto comprensibile.

Ovviamente, il club che fa giocare nella propria squadra solo giocatori di nazionalità basca, deve necessariamente avere un supporto molto ben radicato nella città. È il caso delle decine e decine di squadre affiliate all'Athletic sparse per Bilbao: Danok Bat, Santutxu FC, Otxar Koaga sono solo alcuni nomi di società giovanili e dilettantistiche che fungono da cantera dell'Athletic. Il figlio di Ramon, Gorka (nome più che basco!),  per qualche anno era componente effettivo della prima squadra dell'Otxar Koaga: il campo è nelle immediate vicinanze del loro caseggiato popolare. Sì: a Bilbao esiste l'edilizia popolare ed è il contrario di come ce la immaginiamo. «Quando verrai a Bilbao - mi ha detto un giorno Angel - ti accorgerai che la periferia non è come qui: a Roma sembra essere stata creata con cattiveria, perché tu possa sentirti escluso da ogni cosa e lontano dal centro città. A Bilbao i palazzi popolari, las viviendas municipales, spesso non li distingui dagli altri». 

Txurdinaga è un quartiere popolare limitrofo a Santutxu: «immagina Tor Bella Monaca ma con servizi, metro, sedi di partito, federazioni calcistiche locali, associazioni, insomma: pieno di vita e non di criminalità. Bueno: c'è anche qui, ma mai come a Tor Bella o Torre Angela o Torre Maura!». 

Il campo dell'Otxar Koaga a Txurdinaga
Il campo dell'Otxar Koaga a Txurdinaga


Uno dei due campi del Danok Bat

"Dos canetas, gracias"
Il primo giorno ho rischiato il coma etilico. Scherzo, ovviamente. Tuttavia, la pratica paniberica di andare per bar e bere qualcosa ad ogni posto in cui ci si trattiene, è più che comune. Così come quella di non uscire prima delle 17:00: se si dovesse uscire alle 14:00 o, ad esempio, alle 9:00 è facile che non si trovi nessuno per strada per ore. Si pranza tardi, non prima delle 14:00/14:30, spesso anche le 15:00; lo stesso vale per la cena: consumarla alle 20:00 fa di te il classico turista tedesco che a Roma pranza alle 11:00 con gli spaghetti surgelati e la tazza di cappuccino di fronte al Colosseo e dice Wuuuundabaaar, mentre si mette in posa per farsi scattare una foto storta dal cameriere. La seconda sera siamo usciti per andare a cena alle 22:30. Tutto normale, così come pure i miei sbadigli. 
Non mi soffermerò molto sui chili presi, sui pintxos, o su quanto io abbia oltremodo bevuto, farò in modo che le foto parlino da sole:






Vale lo stesso anche se stavamo a Donostia

Vale lo stesso anche se stavamo a Donostia

Un aneddoto breve, ma molto tenero, è doveroso. Non mi vedevo con Almudena da un paio d'anni, dunque con l'occasione siamo andati a visitare il Guggenheim e poi ci siamo fatti due passi insieme ad una sua amica. Erano le 19:30, io pregustavo di decidere dove andare a cenare. «Beh, birretta?», dice Almu rivolgendosi a noi. Nelle mie vene c'era più luppolo che sangue: inutile dire che ho accettato. Sembrava alquanto scortese rifiutarsi di bere insieme. Appare altresì superfluo menzionare quanto fosse affollato quel bar sull'Erripa Kaia. 



Azkarate
«Si tu vai, mira, no c'è niente: solamente un frontòn para jugar a frontenis pero solo eso». Una settimana l'ho trascorsa in completo isolamento nelle montagne, ad Azkarate, dove la popolazione censita non arriva neanche a 100 persone fermandosi a quota 98. Ci si svegliava con il suono dei campanacci appesi al collo delle mucche e delle pecore, alle 8:00 di mattina la niebla copriva tutte le montagne più alte della zona: poco più di mille metri, ma l'effetto scenico da Signore degli Anelli era più che assicurato. 
Al frontòn, oltre la pelota basca, si può giocare a frontennis (cioè con la racchetta da tennis) o con il pallone da calcio e, dunque, senza supporti per lanciare il pallone addosso al muro. La pelota e il frontennis  sono più che popolari nella quotidianità di chi vive nel Pais Vasco: anche ad Azkarate ce n'era uno tenuto piuttosto bene e con le delimitazioni del campo riportate rigorosamente in euskera. 
La natura, ad Azkarate, la faceva da padrona: non c'era nient'altro che vegetazione e verdissimi prati: l'Irlanda era vicinissima, nonostante stesse dall'altra parte dell'Oceano Atlantico, ben più a nord. La permanenza in quel posto sperduto delle montagne della Navarra (o Nafarroa) scorreva placida secondo regole e tempi opposti a quelli a cui siamo abituati. Si regolava l'orologio con il campanile della chiesa, si vedevano le stelle e si sentivano muggire e belare gli animali. A ridosso dei primi di agosto passava qualche macchina: ci si intratteneva con chi parlava in euskera, non con me, evidentemente. L'aria era sottile e riempiva i polmoni: spesso le nuvole si addensavano ed ecco che arrivava il solito txirimiri. 













Questa foto vuole essere un pensiero per ricordare Juanmi, venuto a mancare qualche giorno fa mentre era intento a percorrere un sentiero in montagna

In realtà dovrei scrivere ancora molto altro: di Donostia, dell'Oceano, ma ho il timore che se continuassi a scrivere, diventerebbe un post interminabile e il pollice del lettore, adibito allo "scrolling" sullo schermo del telefono, potrebbe deteriorarsi a forza di scorrere. Per cui, forse, meglio tacere e non proseguire oltre.

Giusto qualche altra foto...



















Gioia è rivoluzione

È così, ma stavolta non al "mio" municipio, il VI. "Solo" al comune di Roma. Dunque verosimilmente tutta la città potrà votare questo tipo che vedete qui in basso. 

Non sto dicendo che tutta la città lo farà, anzi: siamo ben lontani dai grandi nomi che ascoltiamo quotidianamente: Gualtieri, Michetti, Calenda, Raggi, tutti candidati presentati con una chance da potersi giocare per tornare ad amministrare la cosa pubblica. Tornare a farlo, perché di questo si tratta. Centrodestra, centrosinistra, cinquestelle, si sono spartiti il potere condividendo l'idea stessa delle politiche che attuavano: tagli e privatizzazioni, non un soldo per le cose che contano davvero.
Siamo piccoli, certamente, siamo inadeguati alla fase storica e politica che stiamo vivendo, ma non per questo è vero quel che dicono i nostri detrattori: che siamo inutili, che facciamo "perdere voti" alla coalizione di Gualtieri o che disperdiamo i voti degli elettori nel vuoto pneumatico spinto. In realtà, anche chi dice queste cose sa benissimo che non è vero e che proprio tutta la proposta della coalizione capitanata dal PD fa acqua da tutte le parti, per non dire altro. 

In realtà continuare a votare sempre le stesse persone perché si ripone in loro una speranza quasi messianica che le cose cambino da sole, è ancor peggio che non andare a votare.
Non è vero che non parliamo più di cose che interessano alla maggioranza: è vero che una classe dirigente, anche esponenti appartenenti ad altre organizzazioni con questo stesso simbolo, ha barattato la propria ideologia e la propria visione del mondo per un posto in Senato o alla Camera. E da allora tutto è caduto a picco.
Ma, allora, tutto è perduto? Lasciamo stare ogni cosa e chiudiamo gli occhi di fronte alle contraddizioni che vediamo e viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle? Certamente no.

Non ho mezzi per poter organizzare appuntamenti elettorali con ospiti blasonati o cose simili, ma idealmente vorrei che camminassimo insieme controvento [ogni riferimento alla canzone del Muro del Canto è voluto] in questa campagna elettorale in cui tutti la sparano più grossa e davvero nessuno vuole vincere le elezioni. Se non c'è nessuno che lo fa, noi proviamo ad esserci e a chiamare, chiedere, il sostegno di tutti. Ostinati e inevitabili. Camminando insieme, perché ingenuamente siamo convinti che per affermare una posizione alternativa non serve semplicemente enunciarla, per poi candidarsi con le liste collegate al centrosinistra, così da avere più possibilità di successo ed entrare in consiglio municipale o in Assemblea capitolina per poi non produrre un atto (che sia uno) di rottura o che produca un reale risultato.
Serve dare forza a chi ha bisogno di ossigeno, non a chi l'aria la disperde portandola a chi ne ha in abbondanza. Ecco perché il 3 e il 4 ottobre la cosa più rivoluzionaria che potete fare è andare a votare per il Pcl (Partito comunista dei lavoratori), barrare il simbolo e scrivere pure "Piccinelli" come preferenza.



«Ci ssa ir popolo»

La mattina del 26 luglio di questo 2021 che a volte sembra aver fretta di arrivare a compimento, altre volte sembra sempre statico e immobile nella fissità dei giorni che ciclicamente scorrono, il cielo era pieno di nubi addensate con tonalità da scala di grigi.

Gli uffici del municipio VI fanno pendant con il clima esteriore, nonostante la mano di giallo e arancione che è stata data internamente e - a tratti - esteriormente per volontà della nuova consiliatura pentastellata.
Le nuove regole che dispongono il flusso dei visitatori devono tener conto del Covid e, dunque, ci sono delle transenne di metallo amovibili disposte a serpentina così da deviare l'ingente numero di convenuti, al fine di smistarli primariamente presso questo, quello o l'altro ufficio ancora. Nessuna delle norme preventivate dal legislatore è - come sembra ovvio - rispettata. Prodromi di risse tra coppie di giovani torbellamonacensi, tatuati dalla testa ai piedi e con prole al seguito, con l'unico incaricato del municipio che fa quel che può di fronte alla massa disordinata supplicante arrogantemente informazioni ogniqualvolta il tipo abbassa gli occhi. Una trentina di persone, di cui quindici cercavano insistentemente l'incrocio con lo sguardo dell'incaricato municipale: chi alza un dito, chi si sporge più del dovuto, chi «Doo solo chiede n'informazione, capo», chi - ancora - si mette in fila e vede che le persone gli passano davanti, dicendo all'umano che ha oltrepassato la convenzione della sequenza ordinata di persone denominata "indiana" chissà perché: «Scusi, c'è una fila». Mai commettere quest'errore. Se il locale è ostile c'è caso che la questione degeneri in un: «Ma nu lo vedi che ce sta r delirio, essi bono, no», un'affermazione posta come fosse una domanda retorica alla quale, di norma, seguirebbe un alterco. 

«Ho bisogno di un certificato d'iscrizione alle liste elettorali», una volta toccato a me sembra che abbia già  raggiunto l'obiettivo. 
«Primo piano, ma devi richiedere al gabbiotto A», perentorio, mi fa passare. Ogni volta che vado per qualche ufficio del Municipio ci sono una serie di questioni che mi attraversano le vene e le budella, generalmente le patologie che iniziano a manifestarsi sono le seguenti: orticaria, ulcera, asma, colpo apoplettico. 

Gabbiotto A. Interno giorno. 
«Salve, buongiorno, avrei bisogno di un certificato d'iscrizione alle liste elettorali».
Il dipendente comunale è un calvo signore di mezz'età, robusto e muscoloso: «Eh mo vedemo, io n ce l'ho i numeri», ridacchia mentre batte le dita sullo schermo a risposta digitale delle prenotazioni, altrimenti noto come touchscreen. 
«Eh, e come famo?», provo a fare in modo che l'impossibile diventi possibile, la potenza si trasformi in atto. 
«E mo vedemo. Pe' chi te candidi?».  Se il discorso si mette in questi termini, la questione è evidentemente spigolosa: qualsiasi risposta tu dia, in un modo o nell'altro, è sbagliata. Si susseguono attimi di silenzio e risolini, incalza: «Pe' chi te candidi, dai». Sudo freddo, non voglio rivelare niente perché so già che mi immetterei in discussioni assurde e senza senso ma come fare a mentire? A me me se legge in fronte se sto a dì na cazzata, penso, manco a copià le versioni ero capace. Posso far finta di fare il tipo distaccato che risponde con finto umorismo, quel tipo di persona che vuole crearsi un'aura attorno a sé, dunque rispondendo con una domanda: «Secondo te?», ma non sarei in grado di sostenere il dopo. 
Ci provo: «Secondo te?», rispondo veramente così. 
Lui: «Sei der Piddì, già t'ho capito». E con la mano sinistra rivolta verso il cielo, non già invocante la Preghiera del Padre per rimettere a lui i peccati e i debiti ai debitori, muove il palmo in senso gravitazionale squadrandomi con l'arto: «Giusto der piddì».
«No, guarda, ste cose non me le dici», dico io provando a scherzare. La situazione s'è già bella che compromessa: è su un piano inclinato di negatività e nefandezze verbali potenziali.
«E allora chi?»
Tento il tutto per tutto: «Partito comunista dei lavoratori».
Il dialogo che segue lo riporterò interamente nella sua scansione originale come fosse uno dei "Discorsi da bar" che scrivevo qualche anno fa. 

Dice: «Ancora co r comunismo, ma n c'è mai ssato n'Itaglia»
Dico: «Eh, allora è bene provacce, no?»
Dice: «Ma se, ma che stai a fa»
Dico: «Vabbè lo posso pijà sto certificato?»
Dice: «Ammazza ammazza, sete tutti uguali»
Dico: «Sete, chi?»
Dice: «Tutti»
Dico: «Lo pijo qua sto certificato?»
Dice: «E mo c'annamo» *qui inizia una situazione molto peculiare: l'addetto si muove tra gli sportelli come uno del cartello di Medellin in attesa di una risposta che deve essere data dai sottoposti: è il suo ambiente.
Dico: «Grazie»
Dice: «Ma che, ma inutile che tanto sete uguali ai fascisti»
Dico: «Ecco, magari anche basta co ste cazzate, dì quello che te pare ma ste cose no»
Dice: «Guarda che io ho sSudiato, 'e basi sSoriche so quelle, so le stesse: de base sete identici»
Dico: «No guarda damme sto certificato e stamo a posto ma non semo la stessa cosa»
Dice: «O sete, o sete»
Dico: «Guarda non è la stessa cosa. Portame a sto sportello, fa r favore»
Dice: «Ti ci sSo portando. Comunque è a sSessa cosa a me me piacevano quanno ci sSavano i politici che ci sSava ir popolo che era ascortato e seguito»
Dico: «Tipo?»
Dice: «Armirante, Berlinguer che se odiavano ma se mettevano insieme perché ci ssa ir popolo»
Dico: «Che poi non hanno mai sancito un'alleanza come tu dici, però vabbè, dimo che va bene: è questo lo sportello?», faccio per dileguarmi
Dice: «Tu ti sei vaccinato?!», così a bruciapelo.
Tremo.
Dico: «Si, certo»
Dice: «Bene, è una tua libbera scerta ma non vedo perché mi si debba imporre anche a me che sono sano»
Dico: «Si fa proprio per essere sani»
Dice: «Io sono sano e nu vojo imposizioni, è na cosa fatta apposta per dividerci e dividere tra chi si è vaccinato e chi no: io nu la trovo corretta»
Dico: «Vabbè, comunque è questo qua lo sportello, no?!»
Dice: «Se, se, solo che devi aspettà n po'». 

Esco da Via Cambellotti con due certificati e un principio d'ulcera. Ma almeno riesco a tornare in macchina. Certo, fuori piove, ma anche negli uffici mi pare grandinasse. Metaforicamente, s'intende. 

Quel momento dell'anno è arrivato

È tornato, infine, quel momento dell’anno. 
Non fate finta di non saperlo, di arricciare il naso, di storcere la bocca, di orientare verso il basso le estremità delle labbra alzando le spalle. Sappiamo tutti di cosa si sta parlando, o almeno: quelli che vivono a Roma lo hanno già avvertito. Si sente nell’aria. Anche gli agenti atmosferici suggeriscono quel che succederà: attorno alle 14:00 l’aria inizia quasi a mancare, tanto è il caldo e le temperature molto elevate. 

Sempre meglio portarsi una bottiglia d’acqua con sé (se si è in giro a quell’ora) sfortunatamente od obtorto collo contro la propria volontà. Certo è che anche alle 18:00 il caldo si fa sentire, dunque, è bene difendersi: scarpe aperte, sempre, almeno si proverà a combattere l’odiosa calura. Ma il punto non è questo, o almeno, non solo una descrizione dei momenti della giornata in cui il caldo è al suo apice o scema, oppure di come bisognerebbe affrontare quelle situazioni torride per evitare di scoppiare e, proverbialmente, “morire di caldo”. Chi abita a Roma, specie nel quadrante sud-est, sa che l’approssimarsi della stagione estiva coincide con un moto di sovrapposizione perfetta (in questi casi si oserebbe dire “giustapposizione”) con la comparsa di un business che pare sia sempre più florido ogni anno che passa. Incomprensibilmente. Interclassistamente. 

Compaiono così, senza che uno se ne possa accorgere realmente. Un attimo è tutto ordinario e un secondo dopo la tremenda - ma confortante - routine del panorama periferico muta per qualcosa: là dove prima c’era solo una fermata dell’autobus, di una di quelle linee che non passano mai, ora a fianco c’è anche una sorta di gazebo improvvisato, un baracchino che ricorda i mercati del Kerala o di Bamako, una costruzione amovibile che ha anche fissità - evidentemente - come un frigorifero per tenere a temperature prossime allo zero i propri prodotti e venderli ai clienti i quali, incomprensibilmente, si affollano in fitta schiera di fronte ad un così improvvisato esercizio commerciale. Mandando, evidentemente, alla malora pagine e pagine di teorie economiche (deo gratias) sull’estetica del commercio e di come questa interpreti un ruolo cardine nel consumo. Poco importa la bellezza. Parcheggiato ai lati della strada sta un camion, rigorosamente di terza mano, con il retro aperto e un cartello che invita a far acquisti dato il basso prezzo della merce in vendita. E allora se capita di prendere quelle strade tra le 20:00 e le 23:00 ci si ritroverà in una dimensione quasi astratta: ogni sedia dell’esercizio commerciale in oggetto è occupata, dai rimediati altoparlanti gracchianti risuonano le canzoni orrende che ogni estate «infiniti lutti addussero» alle orecchie di una - ahinoi - minoranza di persone che non ascolta quel particolare tipo di subgenere quale il “reggaeton”. 

Ma, insomma: tutt’ad un tratto, è arrivato. 

È arrivata la stagione dei banchetti che vedono i cocomeri ai lati delle strade. 

Nessuno si salverà. Proprio nessuno.

Sicuro, prof?

Uno di questi ultimi giorni di scuola, anziché tre ore ne ho svolte quattro all'interno della stessa classe.
La prof che copriva l'ora di buco mi ha chiesto di rimanere con lei: "Tanto li porto giù in cortile: ora non fa ricreazione nessuno". Le normative riguardanti il Covid hanno - necessariamente - influito sullo svolgimento di ogni singola parte dell'attività didattica e del ritorno in presenza.
È stata una bella giornata, anche se poi il mio ruolo - ontologicamente opposto a quello dello studente -  ha fatto sì che quel che prima era un idillio diventasse un mezzo trauma per loro causa verifica di storia.
Doveva essere riparatrice di una già svolta in precedenza ma andata male per tutti, invece ha finito per essere il colpo di grazia. Pianti e disperazione in classe.
Mentre ci godevamo il sole e quei 50 minuti di spensieratezza pre-compito, ci siamo fatti delle foto.
Una ragazza mi viene incontro e mi chiede:
"Prof, ma è sicuro che lei non ci sarà a settembre?"
"Purtroppo, sì" - le rispondo.
"Ma neanche se chiede alla preside?", il suo sguardo si era fatto interrogativo e perplesso: come può un prof non andare dalla preside a chiedere di rimanere a settembre, non è forse lei che decide tutto a scuola?
"Purtroppo non posso..."

Hai presente le squadre di calcio? In campo ci sono undici titolari, poi 7-8 riserve che stanno in panchina. Se proprio quelle riserve stanno male, sono tutti infortunati, non riescono a camminare, allora ci sono quelli che stanno negli spogliatoi ad aspettare il loro momento, non sia mai arrivasse il giorno buono. Ecco, io sono uno di quelli negli spogliatoi e quel giorno, per me, è ora. Ma non so mica quando ricapiterà.

Intanto mi godo la mia prima prima superiore, i loro sguardi, le loro risate, i loro occhi e i loro "ciao prof". Ché qualcuno ancora si sbaglia e mi dà del tu. Io li correggo, loro ci pensano e si scusano, ma poi mi ridicono: "ciao, prof".

Qualcosa di buono

È un 11 maggio un po' strano, per varie ragioni che non sto qui ad elencare. È una data che è entrata nella mia vita e nella mia quotidianità a partire dall'anno scorso e per cui sento la necessità di inserirla all'interno del personalissimo e intimissimo Pantheon delle date da ricordare. L'11 maggio abbiamo dato vita - insieme ad altri compagni di lotta, di strada e di vita  - a La Rinascita delle Torri.
Un giornale digitale, un periodico saltuario, uno spazio aperto di discussione e di interlocuzione, un luogo virtuale per parlare di svariati temi locali e globali, cittadini e nazionali, creato nell'epoca della grande distanza che abbiamo sperimentato (e che non ci stiamo lasciando alle spalle indenni).
Certo, si dirà, è un giornale digitale come gli altri, non aggiunge né toglie niente.
Eppure significa molto anzitutto per chi scrive, per evidenti fattori sentimentali, ma in prima battuta per una comunità locale che è andata smarrendosi dopo decenni di errori, inganni e falsità da parte della cosiddetta "sinistra" (quella del non solo - ma anche) che ha utilizzato il VI Municipio come vettore per un mantenimento dello status quo. Non solo personalismi senza precedenti, proprio esercizio sistematico di mantenimento dell'immutato, aggrottando le sopracciglia o facendo spallucce riguardo gli innumerevoli disagi che uno dei municipi più grandi della Capitale presenta. 

Il VI - al secolo ottava circoscrizione - vanta risultati sempre più da capogiro per la propria negatività. Siamo tornati, in buona sostanza, ai livelli del dopoguerra in termini di esclusione sociale, disagio psichico, dipendenze, dispersione scolastica. 

Fare spallucce o dire, come si è detto per anni da ambo le parti, beninteso, "non è di mia competenza", non rappresenta un gran servigio a chi abita questa fetta di Roma che arriva a toccare Gallicano nel Lazio e Tivoli, per citare solo due tra le distanze più siderali che sono in essere. 

Illustrazione di Rachele Lo Piano © nonché copertina di “Diego e i diritti dei lavoratori”, Sinnos editrice.

Nell'editoriale di presentazione della Rinascita, l'11 maggio 2020, scrivevamo così:

«Di fronte allo strascico individualista del mors tua vita mea prodotto dal Coronavirus, e che va a destrutturare la retorica dell'”andrà tutto bene”, «La Rinascita delle Torri» vuole aprire e aprirsi uno spazio di informazione reale e non propagandistica, di dibattito e non di retorica, di giustizia sociale e non di individualismo, di analisi e non di “like”. E lo farà proprio a partire dal municipio delle torri, il VI di Roma, quello che conta livelli di disagio, disoccupazione, dispersione scolastica tra i più alti di Roma.

In poche parole, vuole far capire che solo attraverso una nostra rinascita personale, di ognuno di noi, è possibile superare la montagna che abbiamo di fronte: il tempo della storia fugge e noi, anziché agire in prima persona, ci lasciamo trasportare dalle onde del risentimento spicciolo e dalla retorica propagandistica. O, peggio ancora, rimaniamo immobili.
Di fronte a tutto questo, ci sembra opportuno ribadire che è giusto tornare ad essere comunità contro la barbarie selvaggia del tutti contro tutti.»

Senza andare troppo oltre, perché altrimenti questo post si trasformerebbe in uno dei miei polpettoni illeggibili: buon compleanno Rinascita! 

Il 5 maggio

Il 5 maggio cadono due ricorrenze: morte di Napoleone Bonaparte, nascita di Karl Marx.
Due lati della barricata, due opposti.

Ricordarli come si deve è obbligatorio.

«I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi. Ora si tratta di trasformarlo»

Ricordare, si fa per dire, il primo è bene farlo attraverso le parole di Lev Trotskij nella sua analisi del bonapartismo. Nel bene o nel male, Bonaparte ha spaccato la storia: dalla sua dipartita in poi si utilizzerà la categoria politica che prima veniva citata in corsivo: il bonapartismo. Cioè governare personalisticamente, autoritariamente, mantenendo la facciata del consenso popolare tramite plebisciti. Tagliando - forse troppo - con l'accetta la definizione.

«La sciabola, di per sé, non ha un programma indipendente. È lo strumento dell' "ordine". Si fa appello ad essa per conservare ciò che esiste. Elevandosi politicamente al di sopra delle classi, il bonapartismo è sempre stato e resta, da un punto di vista sociale, il governo del settore più forte e più solido degli sfruttatori. Di conseguenza, il bonapartismo attuale non può essere niente altro che il governo del capitale finanziario che dirige, ispira e corrompe i vertici della burocrazia, della polizia, dell'esercito e della stampa».