«Ci ssa ir popolo»

La mattina del 26 luglio di questo 2021 che a volte sembra aver fretta di arrivare a compimento, altre volte sembra sempre statico e immobile nella fissità dei giorni che ciclicamente scorrono, il cielo era pieno di nubi addensate con tonalità da scala di grigi.

Gli uffici del municipio VI fanno pendant con il clima esteriore, nonostante la mano di giallo e arancione che è stata data internamente e - a tratti - esteriormente per volontà della nuova consiliatura pentastellata.
Le nuove regole che dispongono il flusso dei visitatori devono tener conto del Covid e, dunque, ci sono delle transenne di metallo amovibili disposte a serpentina così da deviare l'ingente numero di convenuti, al fine di smistarli primariamente presso questo, quello o l'altro ufficio ancora. Nessuna delle norme preventivate dal legislatore è - come sembra ovvio - rispettata. Prodromi di risse tra coppie di giovani torbellamonacensi, tatuati dalla testa ai piedi e con prole al seguito, con l'unico incaricato del municipio che fa quel che può di fronte alla massa disordinata supplicante arrogantemente informazioni ogniqualvolta il tipo abbassa gli occhi. Una trentina di persone, di cui quindici cercavano insistentemente l'incrocio con lo sguardo dell'incaricato municipale: chi alza un dito, chi si sporge più del dovuto, chi «Doo solo chiede n'informazione, capo», chi - ancora - si mette in fila e vede che le persone gli passano davanti, dicendo all'umano che ha oltrepassato la convenzione della sequenza ordinata di persone denominata "indiana" chissà perché: «Scusi, c'è una fila». Mai commettere quest'errore. Se il locale è ostile c'è caso che la questione degeneri in un: «Ma nu lo vedi che ce sta r delirio, essi bono, no», un'affermazione posta come fosse una domanda retorica alla quale, di norma, seguirebbe un alterco. 

«Ho bisogno di un certificato d'iscrizione alle liste elettorali», una volta toccato a me sembra che abbia già  raggiunto l'obiettivo. 
«Primo piano, ma devi richiedere al gabbiotto A», perentorio, mi fa passare. Ogni volta che vado per qualche ufficio del Municipio ci sono una serie di questioni che mi attraversano le vene e le budella, generalmente le patologie che iniziano a manifestarsi sono le seguenti: orticaria, ulcera, asma, colpo apoplettico. 

Gabbiotto A. Interno giorno. 
«Salve, buongiorno, avrei bisogno di un certificato d'iscrizione alle liste elettorali».
Il dipendente comunale è un calvo signore di mezz'età, robusto e muscoloso: «Eh mo vedemo, io n ce l'ho i numeri», ridacchia mentre batte le dita sullo schermo a risposta digitale delle prenotazioni, altrimenti noto come touchscreen
«Eh, e come famo?», provo a fare in modo che l'impossibile diventi possibile, la potenza si trasformi in atto. 
«E mo vedemo. Pe' chi te candidi?».  Se il discorso si mette in questi termini, la questione è evidentemente spigolosa: qualsiasi risposta tu dia, in un modo o nell'altro, è sbagliata. Si susseguono attimi di silenzio e risolini, incalza: «Pe' chi te candidi, dai». Sudo freddo, non voglio rivelare niente perché so già che mi immetterei in discussioni assurde e senza senso ma come fare a mentire? A me me se legge in fronte se sto a dì na cazzata, penso, manco a copià le versioni ero capace. Posso far finta di fare il tipo distaccato che risponde con finto umorismo, quel tipo di persona che vuole crearsi un'aura attorno a sé, dunque rispondendo con una domanda: «Secondo te?», ma non sarei in grado di sostenere il dopo. 
Ci provo: «Secondo te?», rispondo veramente così. 
Lui: «Sei der Piddì, già t'ho capito». E con la mano sinistra rivolta verso il cielo, non già invocante la Preghiera del Padre per rimettere a lui i peccati e i debiti ai debitori, muove il palmo in senso gravitazionale squadrandomi con l'arto: «Giusto der piddì».
«No, guarda, ste cose non me le dici», dico io provando a scherzare. La situazione s'è già bella che compromessa: è su un piano inclinato di negatività e nefandezze verbali potenziali.
«E allora chi?»
Tento il tutto per tutto: «Partito comunista dei lavoratori».
Il dialogo che segue lo riporterò interamente nella sua scansione originale come fosse uno dei "Discorsi da bar" che scrivevo qualche anno fa. 

Dice: «Ancora co r comunismo, ma n c'è mai ssato n'Itaglia»
Dico: «Eh, allora è bene provacce, no?»
Dice: «Ma se, ma che stai a fa»
Dico: «Vabbè lo posso pijà sto certificato?»
Dice: «Ammazza ammazza, sete tutti uguali»
Dico: «Sete, chi?»
Dice: «Tutti»
Dico: «Lo pijo qua sto certificato?»
Dice: «E mo c'annamo» *qui inizia una situazione molto peculiare: l'addetto si muove tra gli sportelli come uno del cartello di Medellin in attesa di una risposta che deve essere data dai sottoposti: è il suo ambiente.
Dico: «Grazie»
Dice: «Ma che, ma inutile che tanto sete uguali ai fascisti»
Dico: «Ecco, magari anche basta co ste cazzate, dì quello che te pare ma ste cose no»
Dice: «Guarda che io ho sSudiato, 'e basi sSoriche so quelle, so le stesse: de base sete identici»
Dico: «No guarda damme sto certificato e stamo a posto ma non semo la stessa cosa»
Dice: «O sete, o sete»
Dico: «Guarda non è la stessa cosa. Portame a sto sportello, fa r favore»
Dice: «Ti ci sSo portando. Comunque è a sSessa cosa a me me piacevano quanno ci sSavano i politici che ci sSava ir popolo che era ascortato e seguito»
Dico: «Tipo?»
Dice: «Armirante, Berlinguer che se odiavano ma se mettevano insieme perché ci ssa ir popolo»
Dico: «Che poi non hanno mai sancito un'alleanza come tu dici, però vabbè, dimo che va bene: è questo lo sportello?», faccio per dileguarmi
Dice: «Tu ti sei vaccinato?!», così a bruciapelo.
Tremo.
Dico: «Si, certo»
Dice: «Bene, è una tua libbera scerta ma non vedo perché mi si debba imporre anche a me che sono sano»
Dico: «Si fa proprio per essere sani»
Dice: «Io sono sano e nu vojo imposizioni, è na cosa fatta apposta per dividerci e dividere tra chi si è vaccinato e chi no: io nu la trovo corretta»
Dico: «Vabbè, comunque è questo qua lo sportello, no?!»
Dice: «Se, se, solo che devi aspettà n po'». 

Esco da Via Cambellotti con due certificati e un principio d'ulcera. Ma almeno riesco a tornare in macchina. Certo, fuori piove, ma anche negli uffici mi pare grandinasse. Metaforicamente, s'intende. 

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