Indipendentismo, secessionismo, federalismo

L'indipendentismo in Sardegna, Sud Tirolo e Val D'Aosta ad elezioni imminenti nell'Isola

L'avanzata delle formazioni indipendentiste e secessioniste sudtirolesi è stato un dato di fatto: i numeri raggiunti dal Sud-Tiroler Freiheit, dai Die Freiheitlichen e dal PATT (Partito Autonomista Trentino Tirolese) lasciano basiti molti commentatori.​
Quest'ultimo, solo per fare un esempio della provincia di Trento, ha incrementato i propri voti dall'8,5% al 17,5% delle ultime provinciali.​
Il primo partito sud Tirolese citato, quello della pasionaria Eva Klotz, ha raggiunto il 7,2% partendo  dal 4,9% delle precedenti elezioni.​
Il dato da segnalare, dunque, è anche quello del Die Freiheitlichen: la destra tedesca raggiunge, così, un invidiabile 17% che li fa arrivare ad avere ben tre consiglieri  nel consiglio provinciale di Bolzano.​
La situazione Valdostana narra di un consiglio regionale con forze di opposizione e maggioranza dai nomi eloquenti, che chiariscono immediatamente la loro natura: Union Valdotaine Progressiste e Union Valdotaine.​
La situazione in Sardegna, invece, è un po' più complicata ma, di secessionismo/autonomismo e federalismo, di indipendentismo ed elezioni nell'isola, chiarisce il quadro Carlo Pala.​
Politologo dell'Università di Sassari traccia un quadro esauriente circa i vari indipendentismi, secessionismi e federalismi presenti nello Stivale, con un particolare, ovviamente, occhio rivolto all'Isola.​
Di seguito, dunque, la conversazione con Carlo Pala.

Domenica si sono svolte le elezioni provinciali a Trento e Bolzano che avrebbero dato poi vita al consiglio regionale del Trentino Alto Adige. Le formazioni che vogliono l’autodeterminazione del sud Tirolo, a prescindere dal Svp,  hanno incrementato i loro voti. In Val D’Aosta si è venuto a creare uno scenario in cui maggioranza ed opposizione sono entrambi composti da forze autonomiste. In Sardegna si sono venute a creare nuove formazioni che si sono sovrapposte a quelle esistenti, come mai questo slancio rivolto verso l’autodeterminazione sta riscuotendo grande successo in un momento come questo?
Sta riscuotendo successo perché, fondamentalmente, è in atto la destrutturazione dello Stato Nazione così come abbiamo lo conosciuto finora. Molto spesso ci si convince a voler negare, a se stessi e agli osservatori più importanti, che il modello di Stato Nazione, così com’è stato costruito secoli or sono e rafforzatosi soprattutto nell’ultimo secolo mezzo, mantiene tutte le sue crepe. Coloro i quali pensavano che i vagiti sub-nazionali avessero una forza pungente pari ad una spilla, o che fossero dei fossili del passato, si sono dovuti ricredere. Ma il problema è che si ricredono sempre: nel senso che, pur non avendo queste forze, se non in alcuni casi, e non essendo riusciti ad avere una guida politica nella regione che intendono -o della nazione, meglio-  rappresentare, non sono spariti. Perché proprio in questo momento? Io credo che la crisi economica stia facendo molto: nei vari Stati, e mi voglio riferire in modo particolare alla Spagna e alla Gran Bretagna, che pure sono diversissimi tra loro.  In Catalogna e in Scozia, dunque,  sappiamo tutti che cosa sta succedendo: questo movimento di opinione non è più solo politico, ma è un movimento che ha attecchito nella società e che, secondo me dato ancora più importante, è un movimento che recuperando l’identità dei popoli all’interno degli Stati-Nazione così come li abbiamo conosciuti, si politicizzano un’altra volta.

Perché l’indipendentismo oggi è più forte che ieri? 

Perché esso oggi ha saputo, a mio modo di vedere, innovarsi: è un indipendentismo moderno che non è più chiuso in se stesso, non è un indipendentismo reazionario. E’ tutto il contrario: è un’indipendentismo come l’ho definito - alcune volte mi permetto di autocitarmi -  un indipendentismo dialogante, che riesce, cioè, non solo a dialogare con tutti gli altri partiti omologhi europei,  ma riesce addirittura a dialogare con i partiti centralisti. Caso strano, non solo in Sardegna ma anche da altre parti, i partiti indipendentisti, o comunque quelli fortemente autonomisti, identitari o federalisti che dir si voglia - qui il vocabolario potrebbe essere molto ampio - ,sono presi ad esempio dai partiti centralisti che siedono in loco. Ovverosia, ad esempio, la centrale  cagliaritana del Pd o del Pdl, lo stesso per il Psoe in catalogna o per i laburisti in Scozia o addirittura per una regione come la Bretagna in Francia - che comunque non è decisamente indipendentista, sebbene è presente una sacca anche lì -  cosa fanno? Copiano: cercano di inseguire questi partiti nel loro terreno. Ed è una cosa che non era mai successa prima se non raramente, perché ovviamente le storie delle nazioni senza Stato sono tutte diverse, e adesso in quasi tutti i contesti vediamo come i vari partiti prendano spunto e cerchino di copiare quello che fanno, quello che dicono e  quello che interpretano i partiti identitari. Questo perché sia nei contesti in cui il partito agisce in un territorio svantaggiato rispetto al centro, come potrebbe essere la Sardegna o la Corsica, sia invece in zone dove questo non è arrivato, per esempio nei Paesi Baschi nella Catalogna, che notoriamente sono dei territori più ricchi dell’Andalusia o comunque della Spagna, così come la intendiamo.

La crisi economica fa sì che ci siano due spinte convergenti: la prima è quella che agisce nelle nazioni ricche, la seconda è quella che agisce nelle nazioni più povere. Nelle nazioni ricche c’è la spinta a dimostrare che con la crisi economica gli Stati Nazione opprimono l’economia della nazione mancata, e, quindi, la spinta indipendentista ha più vigore per questa ragione; nelle nazioni povere la crisi economica fa sì che colpendo lo Stato centrale, esso continui ad disinteressarsi di quelle regioni che, magari storicamente, ha tralasciato, in un certo qual modo, per usare un eufemismo. Per cui questa spinta, che ha una duplice connotazione, riesce a trasformare questi sentimenti di malessere in voti.
E qui chiudo questa parte della domanda dicendo questo:  non sono solo voti di protesta quelli per le formazioni indipendentiste, bisogna essere attenti nell’analisi.
La riscoperta dell’identità, con tutta la letteratura che se ne può leggere, è tale per cui la riscoperta dell’essere, della consapevolezza di popolo, fa sì che molto spesso i voti, in chi riscopre quest’identità, vadano a questi partiti
.  Un’ultimissima parentesi finale: succede ad esempio in Sardegna, dove non è mai stata fatta la domanda se non in uno studio che è stato pubblicato dall’Università di Cagliari con la collaborazione dell’Università di Edimburgo, per il quale ho curato il capitolo sull’indipendentismo, in cui si fa una domanda ai sardi che non è stata fatta: in tutte le Nazioni senza Stato è stata fatta questa domanda, che è semplicissima e si chiama, in termini politologici, question moreno: “ti senti più Corso o Francese? Francese e Corso allo stesso tempo? Solo Corso o solo Francese?”.
E’ lo stesso in Scozia, in Catalogna, in Bretagna etc etc. In Sardegna non è mai stata fatta, se non a piccole dosi e non in maniera strutturata così com’è stata fatta questa volta. Il risultato, non solo dal punto di vista statistico – sono stati interpellati circa 6000 sardi –, è un dato importante, ma alla domanda “come vuoi che la Sardegna sia in un futuro” regala dei dati che io immaginavo ma che non avevano possibilità di poter dimostrare scientificamente e che invece questo studio finalmente mi ha dato possibilità di dimostrare. Prescindendo dal dato che il 70% dei Sardi si definisce o solo sardo o più sardo italiano, e questo potrebbe anche non stupire, vista l’identità indubbia che il popolo sardo possiede. Ma c’è un altro dato che invece dovrebbe far riflettere, cioè quella che dicevo prima, alla domanda: “voi Sardi come immaginate la Sardegna nel futuro?”. Il 41% risponde che vorrebbe una Sardegna indipendente, di questo 41% il 30% la vorrebbe all’interno dell’Unione Europea mentre  l’11% fuori dall’Unione. Questo vuol dire che i partiti indipendentisti alle regionali del prossimo anno avranno il 41%? Neanche per sogno: in politica, ovviamente,  la traduzione di un sentimento in variabile elettorale è un processo molto più elaborato. E questo è evidente.
Andando a leggere, tornando alla domanda di prima, i dati di Bolzano ci si rende conto che la SVP che è il partito storicamente più importante, inserito in tutti i gangli della società altoatesina nel senso positivo del termine, passa dal 48,1% del 2008 al 45,7% circa del 2013. Si potrebbe facilmente pensare ad un piccolo calo, ad una candidatura sbagliata,  et similia.

Nel 2003, però, lo stesso partito aveva il 55,6% e più del 60% alle scorse elezioni, È sempre il primo partito ma è evidente come esso stia un po’ calando. Quello che è importante sottolineare, che tu giustamente chiedevi,  sono altri due partiti: i Die Freiheitlichen e il Sud-Tiroler Freiheit.

Queste due organizzazioni politiche hanno avuto un incremento non da poco: la prima è arrivata al 17,9%, partendo dal 14,3% delle scorse elezioni; la seconda, che ora è arrivato al 7,2%, partiva dal 4,9%.
Questi due sono partiti, soprattutto il secondo, assolutamente secessionisti, o come si dovrebbe dire meglio dire in scienza politica, annessionisti. Ovvero chiedono la separazione dall’Italia per confluire in uno Stato, attualmente esistente come l’Austria, per riunificare quello che è tutto il Tirolo. Anche in provincia di Trento, però, c’è un dato assolutamente significativo: il PATT (il Partito Autonomista Trentino Tirolese) passa, e questo dato è veramente incredibile, dall’8,5% che aveva nel 2008 al 17,5% che ha raggiunto domenica 27 ottobre. Sono solo fenomeni passeggeri? Può darsi: in politica un po’ tutto è passeggero. Quello che è certo è che coloro i quali pensano che siano fenomeni da baraccone o che l’indipendentismo faccia parte dell’archeologia politica, si stanno sempre più ricredendo.

Ci sarebbero molti spunti per altre domande, dall’ampia ed esauriente risposta che hai fornito ma volevo concentrarmi sulla nomenclatura: giacché prima hai fatto riferimento “all’ampio vocabolario dell’indipendentismo” ti chiedo, perché, secondo te, non esiste il sovranismo ma solo l’indipendentismo, o l’autonomismo?
Per questa semplice ragione: la sovranità esiste, e come si esiste! E’ un concetto che rappresenta una tappa dell'indipendentismo. La Scozia è diventata sovrana quando alla fine degli anni ‘70 ha scoperto i giacimenti di petrolio al largo delle isole Ebridi. Il partito che adesso governa la Scozia, in quell'epoca era un partito fortemente autonomista e identitario ma non avevo una caratterizzazione ben definita, nel momento in cui sono stati scoperti i giacimenti di oro nero e Londra se ne voleva impossessare non lasciando niente alla Scozia, essa inizia quel percorso per cui, piano piano, diventa sovrana dal punto di vista economico, prima che vi fosse la devolution di Blair.
Questo vuol dire che la sovranità esiste, come concetto, può essere applicato in diversi campi della vita della popolazione, anche in quello culturale ad esempio, ma è una tappa per arrivare all’indipendentismo. Gli indipendentisti veri odiano il termine sovranismo, innanzitutto perché, secondo me a ragione non significa nulla, ma secondariamente perché vedono nella sovranità un aspetto molto importante del loro agire politico, ma è una tappa. Quantomeno, non solo - ma soprattutto - in Sardegna con la nascita di iRS nel 2003(indipendentzia – Repubrica de sa Sardigna) - che è stato un esempio per i nuovi partiti indipendentisti in Europa dal momento che ha creato un nuovo modo, anche a livello intellettuale non spicciolo, con teste pensanti, di ragionare in termini indipendentisti, il termine sovranità esisteva ma è il termine sovranismo che viene rifiutato, secondo me.
Quel termine indica, semplicemente, una tappa della tappa.
Sarebbe meglio definirsi autonomisti. Se mi definisco sovranista potrei confondermi con il mare magnum di persone, che sono affezionate alla propria identità, ma che non hanno un’idea e una caratterizzazione politica chiara. Ecco perché quel termine è da rifuggire, almeno in un dialogo scientifico, ma anche in un dialogo più colloquiale. Anche perché gli stessi indipendentisti tengono da parte quel termine, almeno in Sardegna: lo vedono come una stratagemma affinché le coalizioni più grandi, che vanno formandosi per le regionali, possano vivere anche loro di essere sovranisti. Fino a poco tempo fa era impossibile che dei partiti italiani i spostassero verso tematiche che sono fortemente identitarie.

Quale connessione ci può essere, dal momento che entrambi fanno riferimento e prendono ad esempio il percorso intrapreso dalla Catalogna, tra l’autodeterminazione Sudtirolese e quella Sarda?
Chi si è spinto in maniera più seria, sebbene questa attività l’abbia promossa il terzo partito tra quelli che ho citato prima, cioè quello di Eva Klotz, ha già iniziato a far partire una campagna e calcola di arrivare a 400.000 firme di sudtirolesi che chiedono il referendum per la secessione.
In Sardegna questa cosa è stata fatta da un personaggio, quantomeno folkloristico, come Doddore Meloni [1].
E’ un processo lungo: per cui chiedere adess,o in Sardegna, un referendum sull’indipendenza è un qualche cosa di folle. Non tanto per l’identità è l’idealità, quanto per la contingenza: è un’isola talmente allo stremo che, probabilmente, abbandonare qualche cosa di conosciuto - in Sardo c’è proprio un detto che fa parte di un evento storico molto importante definito Su connotu, il conosciuto, quello che fa parte del nostro patrimonio interiore - spaventa molto.
Magari spaventa di meno in Alto Adige, perché sono in condizioni economiche indubbiamente diverse.
In Sardegna è aggravato dal fatto che ci sono forze politiche e non che  far capire a tutti che la Sardegna potrebbe reggersi da sola se avesse indietro dallo Stato quello che lo Stato non gli dà. Mi spiego meglio: in Sardegna abbiamo il nostro articolo dell’autonomia regionale per il quale noi dovremmo avere indietro tutta una serie di compartecipazioni. Ora, tutte le tutte le regioni ce le hanno ma la Sardegna non ha visto indietro ancora tutto questo. I partiti indipendentisti, iRS per primo, hanno educato il popolo Sardo a capire che, in parte, la condizione di dipendenza viene esacerbata da questo fatto qui. Ma loro che cosa tendono a dimostrare facendo questo paragone? Nel dire che “se noi adesso ci paghiamo la sanità e trasporti” come la legge sul federalismo fiscale ci impone “con i soldi del nostro bilancio”, è vero siamo allo stremo, “ma siamo l’unica regione che non ha indietro tutti i soldi “(e stiamo parlando di 10 miliardi di euro!! non di bruscolini) che dovrebbe avere, secondo il loro punto di vista,  il popolo Sardo dovrebbe capire che non è vero che, siccome siamo piccoli da soli moriremmo. E allora li, via a tutta una serie di esempi: da Malta in poi, di nazioni molto più piccole geograficamente, ed anche demograficamente, della Sardegna che da soli ce la fanno.

L'unica cosa è che la Sardegna, purtroppo, è un po' strana:  vive la sua riscoperta dell'identità, e della politicizzazione della stessa, a ondate regolari di tempo. Quindi ci sono delle decadi di forte riscoperta e delle decadi nelle quali l’identità rimane confinata, più che altro, alla lingua, alle espressioni culturali di popolo, di costume e non si trasforma in ambito politico. Questo sembra essere, invece, un momento molto favorevole e dipenderà dalla strategia degli indipendentisti se riusciranno a capitalizzarlo al meglio.

Riprendendo un concetto che avevamo espresso nella prima domanda,  le differenze tra indipendentismo Sardo e Tirolese ce ne sono, cosa che è impossibile da tracciare in quello valdostano che è fortemente legato alla Carta di Chivasso ed alla collaborazione con l’Italia.
Da lì, però, si è venuta a creare una situazione “anomala”: nel consiglio regionale della Val d’Aosta la maggioranza e l’opposizione è composta da due gruppi come l’Union Valdotaine e l’Union Valdotaine Progressiste. Un po’ come l’Svp in Trentino Alto Adige che sta perdendo voti gradualmente, si è venuto a creare, in tutte queste Regioni o Stati, un indipendentismo diverso dagli altri. Qual è l’indipendentismo che si è venuto a creare negli ultimi tempi in Sardegna anche dopo la spinta propulsiva di iRS?
Innanzitutto chiariamo subito la terminologia, che ci aiuta non poco a rispondere a questa domanda: in Sardegna abbiamo un indipendentismo, in sud Tirolo abbiamo un annessionismo o secessionismo, in Val d’Aosta abbiamo un federalismo molto spinto con piccole sacche di annessionismo alla Francia, ma piccolissime. Quindi, da così, già abbiamo tre differenze. Anche all’interno delle varie regioni abbiamo, poi, delle ulteriori differenze.
Naturalmente la Sud-Tiroler Freiheit e i Die Freiheitlichen di Pius Leitner sono due cose diverse, così come iRS o A Manca pro s’Indipendentzi o il Psd’Az sono cose diverse tra loro. Quindi già come concetti sono abbastanza diversi, quello che sembra unire, almeno in Sardegna, tutti questi partiti è la voglia e la volontà di indipendentismo. Quindi è chiara l’idea che lo sbocco finale, almeno nell’Isola, deve essere quella.
La situazione in sud Tirolo è un po’ diversa perché la Svp vuole uno Stato federale insieme all’Italia federata mentre Sud-Tiroler Freiheit e Die Freiheitlichen vogliono una indipendenza e una propria autodeterminazione all’interno dello Stato Austriaco mentre, invece, in Val d’Aosta avviene un qualche cosa di più nebuloso, se vogliamo, come il federalismo “un po’ più spinto” che dicevo prima. E questa è una differenziazione di base che si deve fare.
Come si legano? Innanzitutto alcuni di questi sono legati dal fatto di appartenere all’ALE, associazione che mette assieme i partiti autonomisti che esistono in Europa, per cui un dialogo con tutto passa attraverso quell’ambito lì. Poi però c’è un’altra cosa da dire: la Sardegna, ad esempio, ha un indipendentismo più spinto perché è diventato tale dopo l’aver preso coscienza di un fallimento storico: quello dell’autonomia. La regione sarda, per non poca colpa dei politici sardi - sia ben chiaro ci tengo a sottolinearlo - e anche per molta colpa dello Stato Italiano, non ha mai avuto l’autonomia che hanno altre regioni. Diciamo che sulla carta è un’autonomia forte come altre regioni, ma poi dal lato pratico non lo è.
Quindi, i partiti indipendentisti che già comparivano nei primi anni ’60, con una figura straordinaria non solo per l'indipendentismo sardo ma per tutti i movimenti e le etnie - perché non deve fare paura questa parola – dell’ Europa che è Antonio Simon mossa - e qui si potrebbe aprire un'altra pagina grandissima, ma sorvolo - già da allora l’idea di indipendentismo era tale che si contrapponeva a quella dell’autonomia.
Di essa si criticava, e si critica ancora adesso, il fallimento storico del progetto, sia la dipendenza elevata che di autonomia non ha più niente. Per cui la terza strada che rimaneva, e rimane, da percorrere per far sì che il popolo sardo sia veramente autonomo resta l’indipendenza: solo attraverso quella strada, secondo i partiti indipendentisti, si raggiungerebbe quell’obiettivo. Ecco dove sta fondamentalmente differenza.

Mentre nel Sud Tirolo la situazione è diversa: le due province autonome hanno sempre funzionato in un modo diverso  tra loro. E c’è anche un fattore, assolutamente da non tenere in secondo piano, della violenza politica: in Sardegna è abortito subito. Negli anni ’60 il babbo di Eva Klotz, Georg aveva fatto qualcosina per cui poi Andreotti aveva cercato una mediazione coi sud –Tirolesi, per cui si erano elargite evidenti libertà di azione. In Sardegna c’è stato un embrione di violenza politica etnonazionalista ma non ha raggiunto, ovviamente, quelle proporzioni, però sono stati gli unici arresti per attentato all’Unità dello Stato in tutta Repubblica Italiana. Al contrario quelli della Serenissima, qualche anno fa, della Liga veneta sono stati praticamente scarcerati subito. Doddore Meloni, però, e con lui anche altri patrioti, come ci tengono a chiamarsi,  sardi, hanno fatto parecchia galera in un processo che ancora adesso è poco chiaro.

E’ nato tutto da lì, insomma, l’indipendentismo e l’autonomismo sardo, dunque? Da organizzazioni come Su Populu Sardu…
Certo! E’ nato tutto da lì: da quel ramo è nata Sardigna Natzione con Angelo Caria, che adesso è morto. E’ lì che l’indipendentismo si è staccato dall’autonomismo, si è dovuto staccare dal punto di vista della concezione del concetto della pratica politica e dall’idea di allearsi solo con partiti identitari e non con partiti nazionali, come invece il Partito Sardo d’Azione ha sempre fatto storicamente. Tutte queste differenze, che magari ci porterebbero lontano, sono importanti per comprendere bene il fenomeno.

Andando all’attualità più spicciola: tra poco sarà la volta delle elezioni in Sardegna, dopo quelle di pochi giorni fa del Trentino Alto Adige/SüdTirol. Gli indipendentisti che ruolo giocheranno e, soprattutto, com’è organizzato il fronte indipendentista?
Finora è organizzato non tanto bene. Purtroppo, come succede in questi piccoli partiti non solo in Sardegna ma in tutta Europa, prevale il fazionismo e il frazionismo: frazionismo tra partito e partito mentre il fazionismo all’interno di un singola organizzazione politica.
Per lo meno, per quanto sono riuscito a contarne, ad oggi ci sono quattro spezzoni grossi del mondo indipendentista che corrono per conto proprio.

Quali sarebbero i quattro spezzoni?
Sarebbero: ProgReS-Progetu Republica che candida Michela Murgia; A Manca pro S’Indipendentiza, che ha proposto il Fronte Unidu Indipendentista e che mette insieme A Manca, Fortza Paris e altre piccole formazioni indipendentiste insieme ad una parte del movimento dei pastori e degli artigiani; c’è iRS, che ancora non si è capito bene cosa voglia fare, dialoga un po' con tutti, probabilmente entrerà nel fronte di A Manca, probabilmente andrà da solo ma non si capisce; e poi c'è il Partito dei Sardi di Paolo Maninchedda e di Franciscu Sedda che sta cercando di dialogare col centrosinistra per entrare in coalizione; e c’è il Partito Sardo d'Azione che, pur essendosi alleato con il centrodestra nella precedente legislatura, a marzo di quest’anno se ne è distaccato ed ha, in un certo qual modo, aperto un’altra via.
Non si sa bene ancora cosa succederà: l’unico che ha fatto una scelta di campo a sinistra del PSd’AZ, dato che è nato da una scissione, è la formazione dei RossoMori di Gesuino Muledda che ha chiaramente espresso il desiderio di entrare a far parte della coalizione di centrosinsitra.
Questo però produrrà dei danni dal punto di vista elettorale, ma, io, invece, provo ad azzardare questa previsione: secondo me, il prossimo anno, i partiti indipendentisti se uno ha l’accortezza di leggere il dato tutto unito, faranno un risultato che in pochi, oggi, possano affermare che possa succedere.

In senso positivo o negativo?
In senso positivo.

E questo è dovuto dalla forza che si sta dimostrando tale per la propulsione di nuovi partiti che stanno emergendo o dall’unità che alcune forze politiche stanno mettendo in campo, come A Manca Pro S'Indipendentzia?
Secondo me, e qui forse mi contraddico un po’ da politologo, però innanzitutto da quello che sta succedendo all’interno della società: nella circolazione dell’idea, dell’autoconsapevolezza, di quella che ho chiamato identificazione, più che identità, che è un processo progressivo e dinamico piuttosto che passivo come quello dell’identità. Non che l’identità sia passiva, ma con l’identificazione ti ci compenetri, se vuoi riuscire a farlo, e l’indipendentismo sardo moderno, e non solo, è più identificativo che identitario. Quindi per quello che sta succedendo nella società c’è una buona base perché gli indipendentisti abbiano un buon risultato elettorale
In più ti dico: ovviamente, facendo riferimento a tutto ciò che potrebbe succedere, la somma di quanto prenderanno i partiti indipendentisti non sarà sicuramente questo grande numero, però dico che l’identità e la circolazione de questa idea può mettere un germe nella società che viene coltivato. In questo senso ProgReS è stata intelligente perché ha messo sul piatto una candidatura molto buona, che possiede sponde anche laddove uno non si aspetterebbe, cioè nello Stato Italiano. Michela Murgia è supportata da persone importanti, scrittori, letterati italiani e pure tutti sanno che lei è indipendentista. Quindi la coerenza di Michela Murgia non si può dire che venga a mancare, poi, magari, ci sono alcuni indipendentisti la attaccano su altre cose, ma nessuno potrà mai dire che non è indipendentista.
Quello che io dico a ProgReS, quando mi chiamano per una consulenza amichevole più che tecnico-scientifica, passami il termine, è che loro devono riuscire a germinare quello che già si è messo nel terreno: “se riuscite, non pretendendo, ovviamente, di ottenere tutto subito, potreste ottenere un buon risultato. Io ti dico che, secondo me, la coalizione Sardegna Possibile, con a capo Michela Murgia, è molto probabile che superi il 5%.
Non è così improbabile che si possa avvicinare, e non dico altro, al 10%. Mi sbaglierò… Ma questo è il panorama che penso di poter illustrare.


[1] Salvatore “Doddore” Meloni leader della formazione indipendentista Meris ed autoproclamatosi presidente della Repubrica di Malu Entu. L’isoletta in questione è quella di Mal di Ventre, prospiciente la costa della penisola del Sinis ed è situata, per grandi linee, a largo del Mar di Sardegna, tra Cabras e Cuglieri e, dunque, nell’Oristanese. Recentemente Doddore Meloni, dal caratteristico baffo bianco pre repubblicano, ha fatto il giro delle prime pagine dei quotidiani sardi per la notizia del suo sequestro e indagato, successivamente, per simulazione dello stesso (cfr. La Nuova Sardegna del 28/8/2013).

Politiche europee bipartisan. Intervista a Domenico Moro.

L'agosto, per l'esecutivo delle larghe intese capitanato da Enrico Letta, è stato più caldo delle già roventi temperature estive.
Il governo ha rischiato di frantumarsi in più di qualche occasione e il pretesto è stato quasi sempre fornito dalla data del 9 settembre, giorno in cui la giunta per le elezioni in Senato dovrà pronunciarsi circa l'attuazione della legge Severino sull'incandidabilità (approvata sia da Pd che da Pdl).
Che il Pd sia diviso in merito non v'è alcun dubbio, tant'è che la stessa Rosy Bindi, nel pieno del polverone alzatosi in casa democratica, aveva affermato che se ci fosse stato qualcuno che non avrebbe votato per il sì alla decadenza del Cavaliere, avrebbe senza dubbio fatto continuare a vivere l'esecutivo ma non il Partito.
In un clima come questo, il governo sospende l'Imu e istituisce, a partire dal 2014, la Tassa sui Servizi (alias Service Tax).
La seconda, quindi, andrà a sostituire la prima per la quale il partito di Silvio Berlusconi sta già gridando alla vittoria: la promessa elettorale è stata mantenuta.
Poco importa che se invece di Imu si chiami Service Tax, e che avrà un impatto uguale se non maggiore della precedente Imposta municipale unica.
Ciò che importa al Popolo della Libertà, ora, è ricominciare la campagna elettorale: si deve essere pronti a tutto.
E allora, via ai manifesti col bisimbolismo Pdl-Fi che inneggiano alla vittori sull'Imu e alla promessa mantenuta; via alla martellante pubblicità Berlusconiana che è arrivata anche su Youtube, con migliaia di annunci in calce al video che l'utente inizierà a caricare per poter vedere sul proprio pc.

Anche le correnti zoofilo-ornitologiche dei falchi e delle colombe del Pdl sembrano calmarsi ma, forse, solo momentaneamente.
A tutto questo prova a dare una spiegazione, a tracciare una linea, Domenico Moro, giornalista e autore del volume “Club Bilderberg”.

L'agosto, per il governo Letta, è stato molto caldo e irrequieto: minacce di crisi e tensioni arrivavano dal Pdl. Ora che il nodo-Berlusconi arriva al pettine tra pochi giorni, il Governo tecnico potrebbe diventare "Governo balneare", segnare la fine delle larghe intese e il trionfo del berlusconismo o l'esatto contrario?

Innanzitutto, bisogna evidenziare come, nel momento in cui c'è stata un'avvisaglia di crisi di governo, dopo la condanna di Berlusconi, si è registrato un crollo della borsa e le azioni Mediaset sono crollate del 6,2%.
Berlusconi, in poche ore, ha perso circa 150 milioni. Subito dopo, egli è diventato un po' più ragionevole e ha smorzato le polemiche che i cosiddetti falchi del Pdl avevano portato avanti.
Il punto è che i mercati finanziari non vogliono che Letta cada, o meglio preferiscono che, in questa fase, ci sia un governo delle larghe intese che dia una certa stabilità.
E' vero che, comunque, questo governo è molto fragile e non adeguato a proseguire col programma che i mercati finanziari e l'Europa intendono portare avanti.
Il problema principale, però, è che non è stata ancora riformata la legge elettorale: per cui se si dovesse andare a nuove elezioni, si rischierebbe di riprodurre una situazione di parità - o comunque di difficoltà - nel governare in modo univoco e questo non fa piacere né ai mercati finanziari, né al capitale europeo che, entrambi, vogliono un governo forte, in base al principio della governabilità.
Quello che bisogna risolvere, quindi, è essenzialmente il problema della legge elettorale che rimane un nodo molto difficile, per le difficoltà che ci sono all'interno del governo.

Del resto, lo stesso Berlusconi vede che i sondaggi non sono così favorevoli e non è così disponibile ad andare alle elezioni in tempi brevissimi.
Inoltre, ha ancora Forza Italia da ricostruire: ci vuole tempo per trasformare il Pdl in una nuova Forza Italia; lo stesso Pdl, poi, vive una spaccatura, più o meno ampia a seconda dei momenti, tra i cosiddetti falchi e le cosiddette colombe.
In pratica: la caduta del governo non è così probabile a breve.
Lo stesso Berlusconi comincia a ritenere valida l'ipotesi di chiedere la grazia a Giorgio Napolitano e, lo stesso Presidente della Repubblica potrebbe trovare qualche formula che permetta a Berlusconi di continuare a ricoprire il suo ruolo politico senza mettere in difficoltà il Pd che, ovviamente, si troverebbe in grave imbarazzo a votare contro l'autorizzazione a procedere nei confronti di Berlusconi.
Il pallino, quindi, di tutta la faccenda è nelle mani di Napolitano che è il “dominus” - come lo è sempre stato - della politica italiana e il vero garante delle politiche europee.

Se il governo dovesse cadere, ci possono essere due soluzioni, oltre a quella di andare direttamente al voto: una è quella di un governo Pd con l'appoggio di alcuni transfughi del Movimento cinque stelle e del Pdl, e dei senatori a vita; la seconda è, addirittura, quella di un governo tecnico.
In questi due casi si potrebbe pensare alla risoluzione, eventuale, del problema della legge elettorale.

Le faccio due domande su quello che ha appena detto. La prima è in merito alle “correnti” dei cosiddetti falchi e colombe del Pdl: si può dire che, in questo momento, le due fazioni si sono rasserenate (come Berlusconi dopo il calo della Borsa), oppure sono, semplicemente, in tregua e pronte a rifar sentire la propria voce all'interno del partito, qualora ci fossero delle situazioni che lo dovessero richiedere?

Io credo che ci sia una parte del Pdl che vuole tenere ancora in piedi questo governo e un'altra che, invece, vuole farlo cadere: questo è abbastanza evidente.
Probabilmente si tratta di due frazioni che fanno riferimento ad interessi diversi: la parte che vuole sostenere il governo Letta è più attenta agli interessi del capitale finanziario, a quelli dell'Europa e a quelli di politiche di carattere bipartisan che, comunque, il Pdl porta avanti assieme al Pd.
Il punto di fondo è che Berlusconi si trova in una situazione complicata non solo per via delle sue aziende, ma anche perché molto difficilmente, stante la legge elettorale in vigore, potrebbe ottenere quella maggioranza che gli consenta di governare e fare come vuole: anche lui è condizionato da una situazione che mette in difficoltà l'intero sistema politico.
Quindi, non si tratta solo degli interessi economici suoi, che pure esistono, ma anche di un contesto politico di cui deve tener conto; oltre al fatto che il Fiscal compact europeo, comunque, impone determinati vincoli ai quali sia Pd che Pdl hanno aderito. E a cui anche Berlusconi è allineato.

La seconda domanda è in merito all' “imbarazzo del Pd di votare contro l'autorizzazione a procedere nei confronti di Berlusconi”, è possibile che Luciano Violante sia l'anima del partito mandato in avanscoperta?

Violante ha sempre portato avanti posizioni concilianti nei confronti della destra, basti ricordare le sue posizioni sulla Resistenza di qualche anno fa: è l'anima del Pd, forse, più spinta verso il bipolarismo e interessata, in qualche modo, a conservare l'avversario Berlusconi/Pdl.
Proprio perché, tutto sommato, al Pd ha fatto comodo Forza Italia prima e il Pdl dopo: concentrare tutte le sue polemiche su Berlusconi in modo tale da portare avanti una politica regressiva sul piano economico-sociale.
E' altresì evidente che il Partito Democratico non può assumere posizioni troppo morbide nei confronti di Berlusconi, proprio perché entrerebbe in contraddizione con la sua polemica ventennale con il leader del Pdl.
Da una parte, quindi, ci sono tendenze e tensioni a conservare questo governo e a permettere a Berlusconi di mantenere la sua agibilità politica; d'altra parte è molto difficile, però, scoprirsi e compromettersi apertamente per fare questo.

Questa situazione, quindi, si riflette anche sull'azione di governo a livello di politica interna e su tutte le derubricazioni di ipotesi di riforme del governo Letta-Alfano: la situazione in cui versa l'esecutivo è in una fase di stallo?

La situazione è in stallo perché, in realtà, il governo non sta facendo moltissimo, anche dal punto di vista delle politiche europee che tuttavia sono sempre in continuità, con un orientamento, con una linea guida che è quella già evidenziata dai governi precedenti, soprattutto dal governo Monti.
Anche perché, non ci si deve dimenticare che Enrico Letta, come Monti, è stato membro della Trilaterale e invitato alla riunione del Club Bilderberg dell'anno scorso quando Mario Monti era primo ministro: Letta, dunque, è uno dei politici italiani che più garantisce il grande capitale transnazionale.
E' chiaro che la situazione che abbiamo descritto prima, di governo delle larghe intese con una forte presenza del Pdl, rende più difficile l'azione di Letta.
In realtà, però, i vincoli del Fiscal Compact e dell'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione continuano a pesare sull'azione di governo, determinandone le scelte: su questo né il Pd, né il Pdl fanno alcunché di contrario.
Prendiamo, per esempio, la questione della presunta abolizione dell'Imu. Dico “presunta” perché in realtà l'Imu è stata sospesa per quest'anno - sostituita da altre fonti di entrate tra le quali l’aumento delle accise che pesa in proporzione più sui poveri che sui ricchi – e soprattutto il prossimo anno verrà ristabilita sotto altre forme, cioè nella forma della cosiddetta Service Tax che, di fatto, sarà una super-tassa che rischia di far impallidire l'Imu, sotto il profilo della pressione fiscale.
Tra l'altro, una cosa che non si sa, è che la Service Tax non peserà soltanto – e questo è gravissimo -, sui proprietari delle case, ma anche sugli affittuari.
Inoltre, i comuni sono autorizzati ad aumentare le aliquote della componente sui servizi indivisibili (la cosiddetta Tasi) in misura massima tale da determinare un gettito che è pari al maggior gettito che deriverebbe dall'applicazione dell'aliquota massima Imu per l'abitazione principale, ovvero il 6x1000.
Nella migliore delle ipotesi, quindi, ci ritroveremo con una tassa della stessa entità dell'Imu, nel caso peggiore con una tassa ancor più pesante.
Quello che è ancora più preoccupante, e su questo ancora meno si sente discutere in Italia, è che dal 2014 entrerà in vigore quella norma del Fiscal Compact che prevede la riduzione del debito pubblico italiano della metà: da circa il 130% al 60%.
L'Italia, in vent'anni, dovrà tagliare qualcosa come oltre mille miliardi, e ciò vuol dire che ogni anno dobbiamo eliminare 56-57 miliardi di debito, con un avanzo primario (senza spesa per interessi sul debito) che dovrebbe arrivare addirittura a 146,6 miliardi, ovvero il 9% del Pil.
Si tratta di un onere insostenibile che assorbirebbe circa il 60% delle imposte dirette.
È evidente che questa norma del Fiscal Compact peserà sull'azione di qualunque governo, e potrà essere portata avanti solo con tagli draconiani nei confronti delle voci più importanti della spesa pubblica: la sanità, soprattutto.
Ma si interverrà, probabilmente, anche sull'assistenza in generale, sui servizi pubblici in generale e sulle pensioni.
È stato anticipato da diverse fonti governative che la controriforma Fornero, molto probabilmente, sarà bissata da ulteriori controriforme che peggioreranno la situazione pensionistica.
Il tutto, poi, farà peggiorare le condizioni dell'occupazione e dei lavoratori: è chiaro che se si sposta in avanti l'età pensionabile, si rende più difficile il ricambio tra chi va in pensione e chi vorrebbe entrare nel mondo del lavoro.

Prima lei ha fatto riferimento alle politiche europee. Cosa è cambiato, in quell'ambito, dal governo Berlusconi al governo Letta, passando per i tredici mesi di Monti?

In realtà è cambiato poco.
Già lo stesso Berlusconi, nell'ultima parte del suo governo, aveva accettato le linee guida dell'Europa. La disoccupazione aveva cominciato, infatti, ad impennarsi già durante il suo governo giungendo a livelli molto alti a seguito di politiche economiche recessive contrarie alle politiche che si devono operare in stato di crisi, quando, appunto, bisognerebbe portare avanti delle politiche espansive e non politiche di riduzione draconiana del debito e del deficit pubblico.

Quindi, sostanzialmente, nessuna differenza ma, anzi, una continuazione...

Una continuazione, certo.
Bisogna dire, però, che il governo Monti è stato più deciso nel portare avanti le politiche europee del governo Berlusconi.
Non a caso, il governo Berlusconi all'epoca, era parecchio criticato dal capitale finanziario europeo e dagli organi di stampa che ne sono espressione (come il 'Financial Times' e 'The Economist').
Monti e Letta, quindi, sono una garanzia maggiore per questo settore del capitale (il grande capitale europeo, finanziario e transnazionale), di quanto non sia lo stesso Berlusconi.
Ciò non vuol dire che Berlusconi porti avanti, ovviamente, politiche popolari; significa, semplicemente, che ci sono politici che sono più spregiudicati nel portare avanti le politiche di austerità e altri che sono un po' meno conseguenti.
Lo stesso 'The Economist' scriveva nell’ultimo numero di giugno: «L’Italia rappresenta una anomalia in Europa. È il Pd di centro-sinistra il più ansioso di applicare l’austerità fiscale imposta dalla Commissione Europea e dalla Germania,mentre il Pdl di centro destra è felice di ignorare il tetto al deficit…»

Berlusconi, per conservare un certo consenso popolare, anche a fronte delle sue vicende giudiziarie, cerca di apparire come una forza frenante rispetto a determinate misure. Infatti, rispetto all'Imu, Berlusconi ha, dal punto di vista della propaganda, segnato un punto a suo favore.
Come abbiamo visto non si tratta, però, di abolizione dell'Imu: nel 2013 verrà sostituita da aumenti nelle accuse e da tagli alle politiche sociali e nel 2014 questa tassa verrà reintrodotta sotto altre forme.
Il punto politico è che, però, il Pd non perde occasione per presentarsi come “partito del rigore”. A seguito della presunta abolizione dell'Imu, il viceministro all’economia del Pd, Stefano Fassina, ha subito affermato che bisognava aumentare l'Iva dal 21 al 22%, come del resto era stato preventivato dal governo Monti. A quel punto, però, Renato Brunetta del Pdl gli aveva subito risposto che, al contrario, non poteva essere così. Diciamo, quindi, che si tratta di una situazione in cui il Pd appare più allineato sulle posizioni europee, ma ciò non vuol dire che anche il Pdl non si trovi su quelle determinate politiche.
In generale, i due principali partiti e i due schieramenti di centrodestra e centrosinistra, portano avanti una politica di carattere bipartisan, senza grandi differenze per quello che è l'impatto di determinate politiche pubbliche sulle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione italiana e dei lavoratori.

Scenari d'autunno. Berlusconi, Letta, Napolitcano. Il punto di Massimo Bordin.

“Napolitano è l'unico, in questa fase, che ha una pistola carica da mettere sul tavolo”

Il dibattito politico non accenna a diminuire di intensità, neanche durante la pausa estiva delle Camere.
Dopo l'abolizione dell'Imu sulla prima casa, ora la questione principale per la vita del Governo è la grazia al condannato Silvio Berlusconi che, chiuso in Villa San Martino, starebbe meditando qualcosa in proposito.
Reduce dalla manifestazione in via del Plebiscito a Roma, in cui aveva scandito di essere innocente e di non mollare, il leader del Pdl e della rinata Forza Italia 2.0 però, non starebbe chiedendo la grazia.
A questo punto la situazione di stallo del Governo si palesa sempre di più: il Pdl chiede agibilità politica per il suo leader, Pd ed opposizioni (da Sel al M5S, dal Psi a Scelta Civica) non ritengono sia possibile avallare la sentenza definitiva in Cassazione che ha condannato Berlusconi, tant'è che la Giunta per le Elezioni in Senato, al momento della riapertura dei lavori delle Camere, avrà in mano la palla infuocata di esprimersi in merito.
In ballo, è bene ricordarlo, c'è la legge Severino (235/2012) approvata dal Governo Monti, e quindi votata sia dal Partito Democratico sia dal Popolo delle Libertà, che recita: Art.1 «Non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore: a) coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione per i delitti, consumati o tentati, previsti dall'articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale; b) coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione per i delitti, consumati o tentati, previsti nel libro II, titolo II, capo I, del codice penale; c) coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione, per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, determinata ai sensi dell'articolo 278 del codice di procedura penale»; Art. 3«Qualora una causa di incandidabilità di cui all'articolo 1 sopravvenga o comunque sia accertata nel corso del mandato elettivo, la Camera di appartenenza delibera ai sensi dell'articolo 66 della Costituzione. A tal fine le sentenze definitive di condanna di cui all'articolo 1, emesse nei confronti di deputati o senatori in carica, sono immediatamente comunicate, a cura del pubblico ministero presso il giudice indicato nell'articolo 665 del codice di procedura penale, alla Camera di rispettiva appartenenza».
Non si tratta di giudici comunisti o toghe rosse, pubblici ministeri politicizzati o Ilda Bocassini femminista e comunista, si tratta di una legge approvata il 31 dicembre del 2012 dal Governo tecnico. Quello subentrato alle dimissioni di Berlusconi. Quello appoggiato da Pd e Pdl.
E quindi via, ancora, alle minacce del partito del 'piazzista di Arcore', come l'aveva apostrofato Indro Montanelli, che andavano dal «ci dimettiamo tutti se condannano Silvio» di Maurizio Gasparri al più cauto «il Governo deve respirare con i propri polmoni» della colomba Gaetano Quagliariello.

Di scenari futuribili e di durate di governi tecnici, di grazie non chieste e di agibilità politiche ne parla Massimo Bordin, giornalista di Radio Radicale che ogni mattina dal lunedì al venerdì, va in onda con 'Stampa e Regime' la rassegna stampa dell'emittente radiofonica in questione.

 

Il Pd ha deciso che voterà la decadenza da senatore nei confronti di Silvio Berlusconi. Da una parte Zanda ha dichiarato come le sentenze si rispettino, dall'altra Rosy Bindi ha affermato che chi voterà il contrario farebbe vivere il governo ma non il partito. Come ci arrivano i democratici ad uno degli appuntamenti cruciali della legislatura?

Mi pare che ci arrivino, contrariamente al solito, abbastanza uniti. Non mi pare che ci sia, però, qualcuno che metta in dubbio il voto sulla decadenza, ovviamente questo problema avrà riverbero sul governo, questo è logico.
Poi, ci sarà un dibattito che non sarà semplice, mi pare di capire: da un lato c'è qualcuno che parla di incostituzionalità di questa legge...

La legge Severino del Governo Monti....

...che, appunto aveva l'appoggio del Pdl, quindi la situazione è anche abbastanza singolare.
C'è, inoltre, questa storia della retroattività della legge: io non sono un giurista, ma mi pare di capire che, a livello di buonsenso, ci si riferisca alla sentenza definitiva e non alla commissione del reato.

Berlusconi vorrebbe prendere tempo ma non sarebbe intenzionato a chiedere la grazia: né arriverà dagli avvocati, né dai figli. Nel frattempo Marina, interpellata a destra e a manca su una sua probabile discesa in campo, smentisce....

Sì, ma le smentite sono sempre da prendersi con le molle...

Proprio perché è arrivata la smentita non potrebbe essere lei stessa la candidata?

Appunto....
Certo che poi, ipotizzare scenari su come la cosa si possa determinare, forse è ancora presto.
Però una cosa va detta, riguardo l'aspetto della grazia: mi pare che si stiano rendendo conto che è impraticabile.
Non è che Giorgio Napolitano può dargli grazia con una “stampante apposita” che continua a stampare le “grazie”: adesso arriveranno al termine altri quattro processi, ed è assolutamente evidente che la soluzione non è la grazia.
Anche perché di qui a sei mesi, massimo un anno, si verificherebbe di nuovo la stessa situazione.
E allora? Un'altra grazia?

Non è una strada percorribile dal Pdl, dunque...

Ma non è una strada percorribile per nessuno, mi sembra evidente.
Come mi sembra abbastanza impraticabile la soluzione politica.
Mi pare di capire che, ormai, anche i “super falchi” del partito si siano accorti che la storia della grazia non ha senso e quindi, dal loro punto di vista, si è sentito parlare di trovare una«soluzione politica».
Ma non vuol dire nulla, si tradurrebbe nel famoso salvacondotto?! E' un istituto che non c'è e che nessuno può dare: un minimo di separazione di poteri c'è, e non rimane praticabile neanche questa via.

A riguardo della grazia per Berlusconi, Lucio Malan (Pdl), proprio ai microfoni di RadioRadicale, ha chiamato in causa l'ex partigiano ed ex parlamentare PCI Francesco Moranino per chiedere che venga concessa la grazia al leader del Pdl come fu fatto negli anni '60 con il " feroce Gemisto". Non sembra una "chiamata in causa" un po' azzardata da parte di Malan?

Beh, oddio, Moranino non aveva “evasione fiscale” come reato, ma una cosa come “triplice omicidio” e, per altro, era stato accusato di aver fucilato non dei fascisti bensì dei partigiani socialdemocratici.

Malan, infatti, testualmente dichiara che “il feroce Gemisto” aveva commesso reati «ben più gravi della frode fiscale».  Ma, appunto, non è impropria come “chiamata in causa”?

Il contesto era diverso e la “questione Moranino”, poi, ebbe due passaggi: prima dovettero per forza di cose ridurgli la pena, e lo fece Giovanni Gronchi; poi Giuseppe Saragat gli concesse la grazia, ma era una delle condizioni che aveva posto il PCI per votarlo, lo sanno tutti.
Quella era un situazione molto particolare ma il paragone mi pare molto azzardato: lì ci si riferiva a tempi “di ferro e di fuoco”, c'erano state amnistie etc.
Insomma, non mi pare perfettamente calzante come esempio.
Ma ripeto: il problema vero per Berlusconi non è tanto la qualificazione di questa condanna ma il fatto che ci siano altri procedimenti in corso.
Per altro, io ho notato un'altra cosa, che ho anche dimenticato di dire nella Rassegna Stampa appena conclusa (di oggi lunedì 19 agosto nda): oggi 'Il Giornale' realizza una grafica in cui mette le fotine di coloro che sono per il “no” alla decadenza e di quelli che sono per il “si” alla decadenza.
Per carità: non sono io a dover insegnare il mestiere agli altri, ma ne esce fuori che il fronte favorevole alla decadenza è abbastanza ampio: da Macaluso a Di Pietro che, normalmente, proprio su questioni della giustizia sono come cane e gatto, ma che su questa convergono.
Se si va a vedere , invece, i nomi di coloro che esprimono parere contrario alla decadenza si verifica che le persone che compongono tale schieramento sono il nocciolo duro del partito di Berlusconi.
Evidenziandolo così con le foto, sembra, quasi, una prova di isolamento.
E anche l'intervista (sempre su 'Il Giornale') al membro del CSM su nomina del Pdl - persona seria e bravo giurista, per carità - ha effetto consolatorio nei confronti del lettore amico ma il lettore neutrale  può considerarla di parte e potrebbe dire “vabbè, ma questo è amico vostro.. ce ne sarebbe voluto un altro!”.
E, quindi, per il Pdl è un po' difficile anche come battaglia politica, non so come ne possano uscire.

L'ex Ministro per l'Attuazione del programma nel governo Berlusconi IV Gianfranco Rotondi ha anticipato uno scenario post Berlusconi in un paio di tweets nei giorni scorsi. Egli ha in mente di «stracciare il sindaco di Firenze» (qualora venisse candidato nda) «sia con Alfano, sia con Marina» come candidati, ma basta che ci sia un progetto a monte. Tale progetto deve essere aggregativo e deve saperlo essere da PierFerdinando Casini a Marco Pannella. Potrebbe mai succedere?

(ride nda) Mah, non lo so. Io sono abbastanza avveduto e uso al mondo da evitare affermazioni su ciò che può fare Pannella.
Ad occhio e croce, allo stato dell'arte, mi sembra abbastanza improbabile.
Anche se debbo dire che il Pd ha fatto di tutto per spingere a destra i Radicali: tutto ciò che poteva fare, l'ha fatto.

Tornando agli scenari politici futuribili, Paola di Caro, sul 'Corriere della Sera' del 17 agosto, ipotizzava tre scenari: un voto immediato entro l'autunno (ma con Napolitano contrario); la formazione di un nuovo Governo formato da Pd e M5S con Pdl fuori per arrivare al 2015; la formazione di un governo di scopo per varare la legge di stabilità e la legge elettorale. Poi urne. La "via" di Bordin qual è?

Io credo che l'ostacolo vero sia: adesso deve decidere Berlusconi che cosa fare di se stesso. Però, in un modo o nell'altro, secondo me, il Governo Letta ha la forza di tenere.
Anche perché Napolitano è l'unico, in questa fase, che ha una pistola carica da mettere sul tavolo e sono le sue dimissioni: nel momento in cui dice “io per il momento le camere non le sciolgo” e non solo, “ma se voi non continuate a non voler fare una maggioranza, io mi dimetto”, a quel punto, il problema del Parlamento non sarà “autosciogliersi”, cosa che non può fare, ma eleggere un nuovo Presidente della Repubblica. Con questa maggioranza parlamentare, secondo lei, il Pdl si sente garantito dall'elezione di un nuovo Presidente della Repubblica?

Non credo....

Ecco...Quindi Napolitano è l'unico ad avere un'arma carica da poter mettere sul tavolo, mentre tutto sommato le minacce di Berlusconi o del Pdl, devono fare i conti col Quirinale: è una situazione oggettiva in cui, per la verità, si sono più andati ad incastrare loro che Napolitano ad averla provocata. Questo è il punto, perché se loro fossero politicamente forti ed avessero gestito meglio la fase elettorale e post-elettorale, il problema non si porrebbe.

Al contrario, però, si pone perché in quelle fasi si sono combinati dei disastri.

 

Anche perché c'è un legge elettorale da cambiare e, a questo proposito, Letta, al meeting di Comunione Liberazione, ha affermato come «la legge elettorale è il cambiamento più urgente». E' possibile che si arrivi a una sintesi a riguardo dopo che questa stessa è stata derubricata costantemente dall'agenda di governo da parecchi mesi a questa parte?

Ma si infatti, anche perché adesso è arrivata una proposta da Luciano Violante, che Dio liberi, che è una cosa complicatissima...


Qual è la proposta di Violante?

La proposta di Violante parte da collegi proporzionali molto piccoli che eleggono tre-quattro deputati e , quindi, liste in cui non ci sono preferenze. Liste bloccate ma più piccole. Inoltre, tale proposta, prevede anche un doppio turno. Insomma, una cosa abbastanza cervellotica, quando la legge elettorale sarebbe semplicissima da modificare: basterebbe prendere il Mattarellum, togliere integralmente la parte proporzionale e lasciare i collegi uninominali, si prenderebbero "due piccioni con una fava".

Quindi lei sarebbe a favore di una 'riforma' del Mattarellum?

Sì, tagliando i collegi proporzionali hai ridotto di un quarto il numero dei parlamentari.

Ma così non sarebbe “taglio alla rappresentanza democratica” più che “taglio dei parlamentari”?

Si, vabbè, però è anche vero che gli Stati Americani eleggono due senatori: uno Stato come la California, o come il Texas, manda al Senato due senatori........ io non so quanti ne elegga il Molise, per esempio (ride nda).
Quindi sì: è un taglio alla rappresentanza, magari si potranno pensare poi altre formule ma, alla fine, se proprio questo si deve fare, che lo si faccia con una certa razionalità.

Il flusso del movimento che non contemplava la sconfitta

Articolo apparso su ilmanifesto del 27 aprile 2013

«SETTESETTE. UNA RIVOLUZIONE. LA VITA» DI PINO TRIPODI
C’è chi, come chi scrive, non ha vissuto i tempi dell’Italia in rivolta, c’è chi non era proprio nato durante le manifestazioni studentesche e operaie. Di quel periodo, di quegli anni chiamati frettolosamente anni di piombo ha letto la storia scritta da chi ha vinto. Chi invece nel movimento ci stava, leggeva Spinoza, voleva vivere e parlava di emancipazione e di autodeterminazione. Ancora adesso continua a farlo Chi non ha visto quel momento storico dell’Italia non può tuttavia capire appieno cosa Pino Tripodi va scrivendo nel suo Settesette. Una rivoluzione. La vita (Le Milieu, pp. 181, euro 13,90). Può tuttavia tentare di capire che cosa è successo e come si è arrivati fino ad oggi.
Gli uomini che hanno vissuto per «x» tempo in una data situazione, in un dato contesto e in un certo modo non possono cambiare in un batter d’occhio sé stessi: gli uomini che hanno manifestato, che hanno assaporato il sapore dolce del potere di cambiare le cose e che poi hanno sentito sfuggirselo fra le mani non sono più tornati sui loro passi. C’è chi dice che il ’68, col senno di poi e qualche anno sulle spalle, è stato un movimento fallimentare, che ha distrutto la sinistra e il movimento: lo dicono adesso. Allora chi faceva parte del movimento credeva che stava cambiando, in meglio, il mondo. 
Prima di questo fosco presente va ricordato che dopo il Sessantotto c’è stato il Settantasette e tutto quello che era stato tolto, «in pugno riprende», come cantava Paolo Pietrangeli; chi ha vissuto i movimenti e le lotte non può mai emanciparsi da esse o staccarvisi completamente. È impossibile. Il perché lo spiega questo libro di Pino Tripodi, quando si interroga sulla diffusione della lotta armata: «Molti compagni che sono passati alla lotta armata non credo l’abbiano fatto perché accettavano le bestialità progettuali delle Br o di Prima Linea. Più concretamente l’hanno fatto perché non accettavano l’idea che il movimento potesse essere sconfitto. La lotta armata protraeva la vita del movimento. Ne annullava la morte». 
Non ci si poteva staccare del movimento, la morte di esso non era concepibile né concepita e allora ecco spiegato il perché molti militanti di allora scelsero la lotta armata. Una spiegazione «esistenziale» prima che politica che si snoda tra frasi secche, aspre, dure e senza i fronzoli della punteggiatura. Ci sono solo i punti che separano frasi brevissime e magari interi dialoghi senza sapere chi sta parlando ma non ha importanza dal momento che questo o quell’individuo, qualora avessero avuto un nome all’interno del volume, non avrebbero fatto la differenza al lettore.
Settesette sembra, infatti, un campo minato perché è composto con le voci, le storie di chi non si è rassegnato alla morte del movimento. Sia chiaro, l’autore conosce bene le altre interpretazioni, spiegazioni della sconfitta e dei motivi che portarono molti militanti di allora a scegliere la lotta armata. Tuttavia, sceglie di privilegiare questa spiegazione, perché la prospettiva della sconfitta non veniva concepita. Chi è stato sconfitto continua a non accetta quella debacle . «Non chiedetemi se sono un romanzo. Non chiedetemi se sono un saggio. Se è letteratura. Se è filosofia. Se è politica. Se è poesia. Se è storia. Se è solo chiacchiera. Non chiedetemi. Non spiegate. Chiedetevi. Vi prego. Senza Spiegare». 
La forza di questo volume sta dunque nella sua inclassificabilità. La sua forza sta nel parlare di Spinoza, della volontà dell’uomo di concedere l’emancipazione alla propria compagna, Una concessione di libertà rifiutata dalle pratiche femministe e che mise giustamente all’angolo la paternalistica concessione della libertà dei maschi del movimento. La vita di coppia fu semplicemente terremotata dalle donne che affermavano la loro autodeterminazione. Ecco che senza virgole, duepunti, punti interrogativi ed esclamativi, frasi composte da più di due verbi, l’autore sbroglia la matassa chiamata Settesette , che a piè di pagina non riporta il numero delle pagine in cifre ma quello in numeri. Coloro che hanno vissuto i l movimento si ricordano quell’epoca esattamente così: erano considerati «strani» ma in fondo loro si sentivano dalla parte della ragione. Il mondo era dalla parte del torto e loro stavano là per cambiarlo. Il fatto era riuscirci. Quantomeno, provarci.

Le primarie per Roma entrano nel vivo. Intervista a Mattia di Tommaso (Psi)

Firme consegnate, conferenze stampa, presentazioni di programma, carta d'intenti et cetera.

La campagna per le primarie del centro-sinistra è appena cominciata: voteranno anche i sedicenni. Per Sandro Medici (Repubblica Romana) “queste primarie sono del Pd e non del centrosinistra”. 

Dal 20 marzo al 6 aprile i candidati a sindaco del centro-sinistra, riuniti sotto la carta d'intenti “Roma Bene Comune”, potranno dare libero sfogo alla propria creatività per poter raccogliere il più ampio bacino di elettori. La raccolta firme per l'accettazione dei candidati si è conclusa con un evento di firma dei candidati della carta d'intenti: primo tra i candidati, come numero di raccolta firme c'è la consigliera uscente Gemma Azuni che ha consegnato ben 8865 firme. A tallonare l'esponente di Sel, con 8mila firme ci pensa l'eurodeputato David Sassoli; 5800 per Patrizia Prestipino; 5600 per Ignazio Marino; 5000 perGentiloni e 4465 per Mattia di Tommaso.


Tutti ai nastri di partenza e i candidati cominciano con le iniziative: stamattina, Mattia di Tommaso, si è presentato in una conferenza stampa presso il Circolo degli Artisti. Il candidato ventottenne in quota Psi, raggiunto da OltreMedia, così commenta la sua corsa per le primarie: “Con i pochi mezzi che avevo a disposizione e con la diffidenza che di questi tempi è presente nei confronti della politica, aver raccolto le firme che ho depositato è già una vittoria. L'essere candidato, per me, è già una grande soddisfazione”. Nel corso della conferenza stampa, poi, l'esponente socialista ha ricordato come la sua idea di città sia, per usare un anglicismo, “smart” in quanto di Tommaso auspicherebbe un'apertura “prolungata dei mezzi di trasporto pubblici, così che possano essere attivi h24 e favorire la mobilità giovanile”.

Altro tema forte è quello del'housing sociale per affidare “gli appartamenti sfitti alle giovani coppie così che si possano finalmente emancipare dalle loro famiglie”. “Il voto ai sedicenni” - prosegue, inoltre, il giovane candidato - “è una cosa che accadrà per la prima volta a Roma: potranno partecipare con la riduzione simbolica del contributo ad 1 Euro. Grazie a ciò non saranno elettori delle elezioni vere e proprie ma porteranno la loro visione delle cose e i loro temi all'interno della coalizione di centro sinistra. Dato il dibattito in questi mesi sulle primarie se si dovessero fare chiuse, aperte, et cetera et cetera, credo che il voto ai sedicenni sia un ottimo strumento che favorisca la partecipazione democratica”.

Nella corsa per le primarie iniziano ad inserirsi le prime polemiche che partono dai social network e in particolare un'immagine di un tweet di Sassoli che recita: “Stop degrado a #Roma : mia sarà una campagna elettorale pulita. Non con i manifesti ma tra la gente e sul web @rcittafutura ” è avvicinata ad un altra fotografia di tutte le varie affissioni abusive dei manifesti raffigurante l'eurodeputato. Il regolamento delle primarie parla chiaro nonostante non si parli di manifesti ed affissioni abusive e afferma come siano vietati gli “impianti pubblicitari fissi stradali di grande formato ( 6×3 – 4×3)”, gli “impianti pubblicitari dinamici su mezzi pubblici” e le “inserzioni su testate giornalistiche, ad eccezione delle comunicazioni riguardanti eventi ed appuntamenti programmati” (per qualsiasi curiosità e informazione basta cliccare su questo link http://www.pdroma.net/wp-content/uploads/2013/03/Regolamento-ROMA-BENE-COMUNE.pdf).


A tutto questo va ad aggiungersi la nota che il candidato al di fuori del centro-sinistra Sandro Medici ha diffuso parlando di come queste “ sono le primarie del PD non del centrosinistra, a scontrarsi sono le varie oligarchie interne al partito non le varie idee di sinistra. Mi meraviglio che Sinistra Ecologia Libertà , partito che era il mio riferimento politico, partecipi in modo così attivo ”. Stoccata, dunque, al partito di Nichi Vendola che poco tempo fa aveva personalmente chiesto una desistenza a Nieri non accennando minimamente alla Azuni che resta in corsa per le primarie.

Contro gli sprechi e i tagli lineari ecco il CORR

 Al centro Enea Casaccia di Osteria Nuova i lavoratori discutono e propongono un modello alternativo per il risparmio reale contro gli sprechi e i tagli lineari che colpiscono la pubblica amministrazione.
Bacchetta: “serve un centro di ricerca non commissariato, libero da vincoli burocratici origine di sprechi e inefficienze”


“Il progetto CORR è un'alternativa, una controproposta ai tagli lineari” che gli enti pubblici stanno subendo da tempo. I lavoratori della Commissione CORR dell'Enea Casaccia sono convinti di come tale progetto possa essere una reale controproposta al taglio indiscriminato ai fondi per il funzionamento del centro. Nel comunicato diramato dall'Rsu si spiega l'obiettivo di tale progetto: “Il CORR (Commissione Ottimizzazione Risorse e Risparmio) nasce in risposta alla riduzione della qualità e quantità dei servizi del Centro Ricerche Casaccia allo scopo di tutelare il lavoro svolto all'ENEA e, di conseguenza, i livelli di occupazione dell’indotto”.
Proseguendo con il comunicato si legge: “per contrastare il solito approccio della Direzione basato su sprechi [...] anziché su una programmazione partecipata trasparente ed equa” la commissione e i lavoratori propongono “un piano d’azione”.
Autoproduzione energetica, gestione intelligente degli edifici, nuove modalità di manutenzione ed uso del verde, reperimento di finanziamenti con fondi europei, utilizzo di strumenti avanzati per la gestione del centro ma la questione è molto più semplice di quanto sembri: risparmio, “ma risparmio vero”, come conferma il CORR che commenta come sia utile “tagliare gli sprechi reali perché noi stessi possiamo produrre energie alternative”, limitatamente, ad esempio, ad uno spreco di corrente ed ai costi salatissimi delle bollette elettriche.
A tal proposito il lungo comunicato diramato dall'Rsu conferma come “Partendo dall’analisi dei costi del Centro ENEA Casaccia (0,9 Milioni € per il riscaldamento, 3,6 milioni € di energia elettrica; circa 2 milioni € di spese di manutenzione; 200 mila € per la gestione del verde) la Commissione RSU CORR propone di effettuare riqualificazione energetica degli edifici, efficientamento di dispositivi elettrici e utilizzare risorse rinnovabili come il fotovoltaico e il solare a concentrazione”. La commissione CORR fa presente che a fronte di un investimento iniziale nella riqualificazione delle infrastrutture, anche grazie a fondi europei, ci sarà un ritorno economico stabile nel tempo.

In sintesi, l'obiettivo dei lavoratori mira a guardare “la luna” più che “il dito” dal momento che, come afferma la rappresentante Rsu Loretta Bacchetta “serve un Centro di ricerca non commissariato, aperto a ricercatori e organizzazioni italiane e straniere in grado di condividere risorse umane e laboratori, libero da vincoli burocratici origine di sprechi e inefficienze, attore principale nella dimostrazione delle tecnologie che sviluppa e di cui è pronto a farne ricorso ed applicazione”.

L'uscita dal commissariamento, infatti, è quello che più preme i lavoratori del centro ricerche Enea.
Già il 9 Maggio scorso Flc-Cgil, Usb, Anpri e Falera avevano indetto un sit-in presso il Mise (Ministero dello sviluppo economico) per cercare di porre “sotto i riflettori la questione del rilancio dell' Enea e l'immediata uscita dal commissariamento”.

Campidoglio: corrono anche i Pirati. Intervista a "Jojo"

Josef Yemane Tewelde detto “Jojo” come lo slogan della sua campagna (JoJoche?!). Classe 1980, eritreo di origine e romano di nascita è il “candidato incandidabile” o “impresentabile” di Scup!, Radio Sonar, Csoa Sans Papiers e del Partito Pirata. Josef Yemane Tewelde detto “Jojo” come lo slogan della sua campagna (JoJoche?!).  Classe 1980, eritreo di origine e romano di nascita è il “candidato incandidabile” o “impresentabile” di Scup!, Radio Sonar, Csoa Sans Papiers e del Partito Pirata.


Perché questa candidatura e perché “candidato incandidabile”?

Ci stavamo immaginando un futuro in cui c'era solo Zingaretti come candidato sindaco, i movimenti si stavano interrogando riguardo la possibilità di mettere in piedi un qualcosa simile alla candidatura di Pisapia a Milano, una partecipazione, un progetto. La realtà era, purtroppo, molto chiusa e tutte le realtà partitiche, chi più e chi meno, erano concordi ad una candidatura dell'ex presidente della Provincia.  Conseguentemente abbiamo pensato che, stando così le cose, di questa campagna elettorale non ce ne importava molto e quando dico “noi” intendo il CSOA Sans Papiers e Radio Sonar.  Ci interessava, però, trovare un modo perché anche in campagna elettorale si potesse parlare di tematiche “particolari” che fanno parte della quotidianità: antiproibizionismo, precarietà, cittadinanza.

JoJo, quindi, candidato di movimento?

In realtà questa candidatura non nasce dal movimento (strictu sensu nda) ma da piccole realtà come Sans Papiers e Radio Sonar e in questo contesto si è unito anche il Partito Pirata dal momento che si riunisce regolarmente, proprio, al Sans Papiers. Ne abbiamo parlato e i pirati, fin da subito, hanno appoggiato la nostra causa.

Prima hai accennato ad antiproibizionismo e cittadinanza che sono temi cari anche a qualche lista o partito della sinistra in corsa per le comunali. Non c'è nessuna alleanza in vista?

No, non abbiamo in mente alcuna alleanza: io sono extracomunitario e mi sono reso conto, persino io, che i partiti sono morti. Per quanto riguarda i temi: antiproibizionismo, precarietà, CIE, questione delle carceri, ne vogliamo parlare? Questa è la base: sono una serie di piccole cose che fanno parte di noi dal momento che la situazione è così drammatica che sono tornati i furti di biciclette. Ormai bisogna davvero inventarsi di tutto per arrivare a fine mese, per chi il lavoro ce l'ha.  Capitolo a parte per reddito minimo garantito e reddito di cittadinanza dal momento che all'interno del Partito Pirata si chiama “reddito d'esistenza” : viene affrontata la cittadinanza come europea dal momento che basta esistere in un luogo per poter usufruire di questo diritto.

Tutto questo attraverso il liquid feedback... 

Insieme al liquid feedback si possono ricavare tematiche che vengono affrontate da chi attraversa quello spazio ma che non deve essere inteso in maniera populista e generalista: devi dare il meglio di te. Quello che decidi tu insieme agli altri, sarà quello che farà esattamente il tizio “x” che andrà a sedere sullo scranno del Campidoglio: è come se fosse un'assemblea permanente sul web; puoi scegliere una tematica, implementarla, votarla, discuterla. 
La campagna elettorale stessa ti permette, poi, in un momento in cui certi temi non vengono affrontati, di mettere in risalto altri temi che non sono stati minimamente trattati. Magari scherzandoci anche ma, secondo noi, è il modo giusto per tirare fuori tematiche e affrontarle seriamente, come per esempio la questione dell'abitare.  Ad esempio, da antifascista e da occupante di Action, tirerei fuori Casa Pound da quel palazzo e userei quei fondi per una metropolitana (che ancora è da terminare).

Il "candidato incandidabile", alla fine, riuscirà a correre per la presidenza del Campidoglio (dato il nuovo Statuto che ha alzato, di fatto, il quorum)?

Sì...Spero di sì. Mi sto rendendo conto che i tempi sono strettissimi, è come quando devo rinnovare il permesso di soggiorno: “tempi stretti e grandi impicci” (sorride nda) ma ce la faremo.
 
Intervista pubblicata sul quotidiano online Oltremedianews.com (ora non più attivo) il 17/03/2013

"Italicum, una legge da pazzi". Intervista a Massimo Bordin


I quotidiani della giornata di oggi hanno avuto molti interventi circa la discussione sulla legge elettorale italicum, frutto dell’accordo Renzi-Berlusconi. Michele Ainis, docente presso l’Università di Roma Tre, ha aperto così il suo editoriale per il ‘Corriere della Serra’: «Nel 1978 la legge Basaglia ha chiuso i manicomi. Riapriteli di corsa: c'è un matto pericoloso da internare. È il legislatore schizofrenico, l'essere che comprende in sé il non essere, la volontà che vuole disvuole. In passato ne avevamo avuto già il sospetto, dinanzi a certe leggi strampalate, a certe norme subnormali». Parallelamente su ‘Il Foglio’ nel suo quotidiano trafiletto, Massimo Bordin, giornalista di Radio Radicale, apriva così la sua rubrica: «Il problema della nuova legge elettorale sembra non sia più il suo funzionamento ma la rapidità della sua approvazione. Dobbiamo dotarcene subito e se non ci si riesce si va subito a votare, senza la nuova legge, non perché sia già deciso che si deve votare ma perché la nuova legge è così importante che va fatta prima possibile. Se ci si riflette a mente fredda sembra una cosa da pazzi. Ma c'è di peggio. Il sistema che abbiamo impedisce di scegliere i candidati agli elettori. E’ ritenuto, non a torto, intollerabile. Dunque la nuova legge sanerà questo grave vizio? No, perché le liste saranno bloccate, ma più corte» Di legge elettorale, dunque, di italicum e di premi di maggioranza, ne parliamo proprio con l’autore del trafiletto sopracitato: Massimo Bordin, giornalista - già direttore -, di Radio Radicale.

Sul trafiletto ‘Bordin Line’ che hai su ‘Il Foglio’ hai scritto, in sostanza, che il problema della legge elettorale non è più in merito al suo funzionamento ma circa la rapidità attraverso la quale essa stessa verrà approvata. Giacché ‘Bordin Line’ contiene poche battute potresti spiegare, in maniera più esauriente, cosa intendevi dire?
Io cercavo di dire semplicemente questo, e cioè che la prima aporìa, diciamo così, è la seguente: noi abbiamo preso atto del fatto che questa legge elettorale attuale, quella che il cosiddetto porcellum - peraltro dichiarato già incostituzionale - non è uno strumento adeguato per andare a votare. Di conseguenza siamo in una situazione per la quale non sappiamo bene con quale legge elettorale dobbiamo andare a votare, dal momento che ne abbiamo una ricavata ‘a ritaglio’ sulla sentenza della Corte Costituzionale. Questa è la situazione attuale, cioè: la legge che c'era, che faceva schifo a tutti, non c'è più perché una sentenza della Corte Costituzionale afferma come, in alcune parti, quella legge non è Costituzionale. Quindi, se adesso dovessimo andare a votare, voteremmo con una cosa che non si sa bene quale sia. Perché è qualcosa di ritagliato sulla sentenza della Corte. Allora Wdobbiamo fare assolutamente la nuova legge elettorale” , e questo porta a dire che “la faremo entro un mese” anzi addirittura, mi pare, che oggi si sia detto si sarebbe realizzata entro la fine della settimana. Quindi siamo decisamente a posto! Se, malauguratamente, Renzi non dovesse riuscirci, il governo va minoranza su una questione non propriamente marginale; quindi si crea un clima da elezioni anticipate e, quindi, per fare in fretta una legge elettorale, che ci serve assolutamente, noi andiamo a votare senza la legge elettorale che ci serviva tanto. Ti pare normale?

Per nulla…
Ecco, questo era quello che volevo scrivere nel trafiletto su ‘Il Foglio’ nel limite dei caratteri consentiti. Se poi proprio vogliamo dirla tutta, anche l’italicum che il Presidente del Consiglio Renzi vuole far passare, dopo aver stretto l’accordo con Berlusconi, a ben vedere è una legge da pazzi!

Senza ombra di dubbio pone degli sbarramenti per le forze politiche limitando, di fatto, la libertà democratica…
Ma no, guarda, non ne faccio un problema di libertà democratiche, o di rappresentanza, dico una cosa, però: la semplificazione del sistema politico si può fare in tanti modi. A mio avviso, il modo più semplice dal punto di vista elettorale è il sistema uninominale. Collegi piccoli, candidati che devono avere la residenza del collegio in cui sono candidati, l'elettore li conosce e li può votare, altrimenti non li vota. C'è un rapporto elettore/eletto che è il fattore più importante. Però questo non lo si vuole fare, vabbè.. Ci sono altri sistemi, ognuno adotta il suo, perché poi se si parte da un sistema proporzionale - perché di questo poi si tratta - si deve poter mettere degli altri strumenti che ti consentano comunque la semplificazione, non il marasma di coalizioni troppo grandi o delimitazioni per i piccoli partiti etc. C'è chi mette il premio di maggioranza ma, praticamente, non ce l’ha nessuno perlomeno in Europa. Nei paesi fondatori dell'Europa non ci sono sistemi elettorali con premi di maggioranza, c'è chi usa la soglia di sbarramento ed è il caso della Germania…

Anche se, per le elezioni europee, la Corte Federale Tedesca ha dichiarato incostituzionale quello sbarramento…
Ah sì certo, in quel caso hanno ragione! Tra l'altro non ci si rende conto di un'altra cosa e cioè che per l'Europa noi votiamo un Parlamento che non ha potere legislativo. È un Parlamento con poteri limitati e in questi casi, in genere, il sistema che si usa il proporzionale puro, per dare il massimo della rappresentanza. Ma, comunque, lasciamo perdere il problema del Parlamento Europeo, ritorniamo ai parlamenti nazionali. Francia ed Inghilterra possiedono l’uninominale, i paesi che hanno un sistema proporzionale adottano altri sistemi per avere, comunque, un sistema politico semplificato. In Germania hanno la soglia dello sbarramento al 5%, in Spagna possiedono i collegi piccoli in cui non c'è soglia di sbarramento ma se il collegio è piccolo bisogna che un partito ottenga una percentuale molto alta per avere un eletto. In parole povere, col collegio piccolo, senza - almeno - il 15% non si prende un seggio. Noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo realizzato un sistema che ha i collegi piccoli, la soglia di sbarramento, il premio di maggioranza. Un delirio! Un delirio assoluto!

Attualmente, c'è un parlamentare, tra l'altro ex radicale, che ha combattuto in solitaria mettendosi in sciopero della fame contro il porcellum. Il problema è che Roberto Giachetti si è pronunciato a favore dell’italicum che, però, non sembra così diversa dal porcellum, anzi… Sembra quasi peggiore…
Giachetti ha condotto una battaglia sacrosanta che, poverino, ha condotto da solo. Il problema dell’italicum è che, di fatto, è un sistema proporzionale, non voglio dire antidemocratico, ma certo non valorizza il rapporto elettore/eletto e strozza inutilmente la rappresentanza con una serie di meccanismi di semplificazione mettendoli tutti insieme. Diventa una cosa pazzesca! Debbo dire che anche i parlamentari cinque stelle non hanno tutti i torti nel bollare l’italicum come un sistema elettorale che va anche contro di loro. In fondo è vero: se lamentano il fatto che il sistema elettorale è stato creato ad hoc contro di loro è vero, hanno ragione. La cosa che a me fa rabbia è che si aveva davanti una strada maestra. Si voleva abolire il Senato facendone una Camera delle Regioni? Ci sarebbe da discutere in merito ma, insomma, mettiamo che si riesca ad abolire il Senato oppure si metta in piedi un Bundesrat ‘da operetta’ e resta in piedi solo la Camera, il sistema elettorale era già realizzato, si era anche ridotto il numero dei deputati. Bastava prendere il mattarellum, tagliare del tutto quel 25% di proporzionale; i collegi erano già fatti, prendevano solo i collegi uninominali ed era fatta: sistema uninominale ad un turno con la riduzione del 25% dei deputati, di un quarto dei deputati. Per di più i collegi, grosso modo, erano di 100.000 persone l’uno, - dai 95.000 ai 110.000, non di più -, quindi c'era anche un buon rapporto fra il numero di elettori ed eletto. Una cosa ragionevolissima: c'era una riduzione dei parlamentari del 25% e una situazione che ti dava una governabilità, perché a quel punto, con l'uninominale, non si possono fare coalizioni od altro. Si deve semplificare per forza di cose. 

Il distacco, comunque, tra le forze extraparlamentari, associazioni, comitati e i partiti all’interno del Parlamento è evidente: da una parte si propone un proporzionale puro, dall’altra si sta tentando di imporre un maggioritario molto simile al porcellum…
Attenzione, però, questo che si sta imponendo non è un maggioritario a doppio turno. È una cosa un po' strana: il sistema di partenza è un proporzionale…. 

…Che però prevede un premio di maggioranza
Certo, c'è un premio di maggioranza, ma che viene calcolato su base nazionale.
Il punto, infatti, era cercare di capire cosa si stesse discutente alle Camere quando da un lato si propone una cosa e da un lato tutt’altro. Anche perché, dagli extraparlamentari, la critica maggiore nei confronti dell’italicum è rivolta agli sbarramenti.
Ma, sai, gli sbarramenti altri anche lì bisogna vedere. Io, ripeto, non esiste un sistema elettorale al mondo che preveda contemporaneamente una soglia di sbarramento per la posizione dei seggi e nel contempo il premio di maggioranza. Sono due alterazioni della logica aritmetica, mettiamola così. Ce ne può stare uno, ma tutt’e due no! Questo il punto chiave.

Locali contesi: Commissione Scuola di Roma Capitale al Liceo Kant

Seminterrato e pian terreno dell'ala ex-Baracca contesi fra sovrintendenza delle Belle Arti e Liceo Kant. Palmieri: “Kant eccellenza del Territorio, accolgo le istanze provenienti dalla scuola” Loche: “C'è un protocollo d'intesa tra Comune e Provincia fermo da 7 anni”. Masini: “Estendere il protocollo ad altre situazioni" Azuni: “Aule necessarie all'unico liceo classico del quadrante”.


“Le iscrizioni urgono, servono locali e questo in particolare consentirebbe di non portare la scuola frammentata in una succursale. Ovviamente questo comporterebbe la difficoltà, da parte di alcune famiglie, nel raggiungere una zona diversa da quella prescelta (Tor Pignattara nda) e ci farebbe perdere iscrizioni”, così il preside Infantino del Liceo Kant sulla vicenda che oggi ha portato allo svolgimento della Commissione Scuola di Roma Capitale proprio nei locali del piano terra e seminterrato dell' ”ex-Baracca”.
La vicenda nasce riguardo i locali contesi fra scuola e Sovrintendenza delle Belle Arti posti al piano terra dell'edificio “ex Baracca” che comprendono anche un cortile.

Ma facciamo un passo indietro.

Il liceo Kant può avvalersi della collaborazione dell'Associazione Kant (o meglio K.A.N.T. = Kultura Ambiente Natura Territorio), il presidente Leonardo Loche ne riassume la vicenda: “Lo scorso 13 febbraio si è tenuta la Commissione Scuola su richiesta della consigliera Gemma Azuni. C'è un vecchio protocollo d'intesa del 2006 tra Comune e Provincia” e tale documento recita come il Comune (ora Roma Capitale) debba “lasciare alla provincia il rimanente piano terreno, il seminterrato e l'ex cortile che è presente fra l'edificio del Liceo e l'ala in questione. Nel corso della scorsa commissione le parti interessate (comune, municipio, provincia e sovrintendenza) si sono resi disponibili all'attuazione del protocollo ma avrebbero voluto fare un sopralluogo in data odierna”.

Ecco spiegata la natura del luogo della commissione presieduta, per l'occasione, dal vicepresidente Paolo Masini e a cui vi partecipava la consigliera Gemma Azuni, il preside del Liceo Kant, il presidente del municipio Palmieri, esponenti della provincia e della Sovrintendenza delle Belle Arti.

Lo stesso Loche commenta come queste aule possano essere vitali per lo stesso Liceo Kant dal momento che sono più “gli alunni che entrano di quelli che escono” dall'Istituto.
Inoltre le aule ci sarebbero ma “non a norma delle leggi contrastanti che sono state approvate: ce n'è una che recita ci debba essere un ragazzo a poco più di un metro quadro di spazio ma c'è anche la Gelmini-Aprea che stabilisce il numero di 27 studenti per aula”.
Il vicepresidente della commissione Masini (Pd), dunque, così commenta la vicenda: “Ritengo necessario che si utilizzi l'utilizzabile: ci sono arrivate segnalazioni di utilizzo di altri spazi da parte di questo Istituto e vogliamo capire se questi locali gestiti dall'amministrazione comunale sono realmente utilizzati. Se non sono utilizzati al meglio è giusto restituirli alla comunità anche perché quel protocollo fermo dal 2006 non solo si dovrebbe attuare qui al Kant ma anche in altre parti della città, anche dal momento che la Provincia cesserà di esistere”.
Palmieri (Presidente Municipio VI): “Abbiamo sostenuto la richiesta dell'Associazione, del Preside e della Scuola in generale che necessita di più spazi anche in considerazione del fatto che questa scuola raccoglie centinaia di migliaia di cittadini ed è un eccellenza del territorio”.
Al coro di voci della politica si unisce quella della consigliera Gemma Azuni (Sel) che afferma: “Non solo i dipartimenti non hanno colloquio tra loro ma addirittura questo protocollo del 2006, che avrebbe potuto dare il via libera all'utilizzo delle aule che sono necessarie all'unico liceo classico presente nel quadrante, non è stato portato a conoscenza di nessuno e quindi abbiamo una promiscuità di uffici e di enti: buone le promiscuità ma nei casi in cui ci sono situazioni definite anche in termini di spazi e di utilizzi”.