Sanità, pronto soccorso, “er problema so i necri!11!11!”

Dice: «Io me so rotto er cazzo de sti negroni che me vengono a rompe r cazzo ar pronto soccorso. Cioè io pago pe' quarant'anni e questi vengono qua, n pagano n cazzo e me passano davanti. E io ce sto na giornata ar pronto soccorso. Te n sarai d'accordo, ma io 'a penso così. Che poi mo iniziamo popo a esse nvasi. Io gnaa faccio più»
Dico: «Ma dici ar policlinico?»
Dice: «Sì, sì, me so passati tutti avanti, sti negroni de merda»
Dico: «Ma te rendi conto che er policlinico è gestito da na fondazione privata che fa i soldi su na struttura pubblica facendola funzionà male pe' dì "ecco, vedete, funziona tutto male, privatizzamo"?»
Dice: «Ma questo che c'entra?»
Dico: «C'entra perché lo stronzo che vole privatizzà na struttura sanitaria è n'italiano. E è n'italiano che frega a te, all'immigrato e a tutti l'altri che pagano. E creando n casino immenso dentro er pronto soccorso, tu taa piji co quell'altro che sta come te, se non peggio»
Dice: «A me me sembra che semo invasi e che io pago e loro no»
Dico: «A me me sembra più grave che n'amico tuo che voi difende, n'italiano (perché ultimamente dici prima gli italiani) faccia soldi sulla pellaccia tua, su quella dei parenti tua, sull'amici tua e su tutti quanti. Però poi te dice che r problema è n'altro».
Dice: «Stai a filosofeggià»
Dico: «E te stai a dì stronzate»

«La metro l'aprono a settembre»

Settembre è 'r mese in cui tutti se svejano, se cerca de fa cose e se programmano buoni propositi.
Però poi ariva ottobre e te sei reso conto che nun gliel'hai fatta, mentre te giri e te rigiri ariva Natale, e allora pensi «vabbè, co l'anno nuovo vedo de risolve sta cosa».
Però poi ariva gennaio ma sei stanco perché sei stato a magnà pe 'n mese e te voi rilassa, giustamente.
Però ariva carnevale. «E che fai nu li lanci du coriandoli, nun te la magni na frappa?». E poi passa pure carnevale.
Poi, determinato, piji er toro pe le corna e dici: «vabbè basta, oh, so passati sei mesi, famola qualcosa» e invece stai sotto botta pe l'allergia.
Tra no starnuto e n'altro s'è fatta Pasqua.
Pasqua, Liberazione, Primo Maggio: tra du mesi ce sta 'a prova costume e 'n cazzo, manco stavolta l'avemo aperta.

«Dai mo viè settembre. Ce ripensamo».

La Laguna e il calcio moderno (perché il Venezia di Tacopina fallirà, di nuovo).

È inutile che mi nasconda: tra amici e conoscenti la quasi totalità di persone che conosco sa benissimo che il mio tifo per il Venezia è incondizionato.
Che vinca o che perda, come si direbbe nelle curve. Non mi importa che il Venezia sia in Serie D o in Lega Pro, potrebbe essere anche in Serie A, io lo seguirò sempre, anche idealmente, sebbene andare a vedere le partite a volte risulta complicato, ancorché vagamente impossibile, data la distanza. Roma-Venezia non è proprio una passeggiata, ecco.
Tuttavia, in questi giorni, le varie pagine social dedicate al calcio e alla Serie A che spesso vanno avanti a click-bait o cose simili, stanno facendo girare delle foto del Venezia che 'fu'. I lagunari non calcano i campi della Serie B da 12 anni. Un'eternità, se si pensa che dal 2005 non c'è pace in Laguna. Sembra una metafora da sfigati, tuttavia è proprio così.
Recoba in azione contro l'Inter - Venezia in Serie A

Un po' di storia

Nel 2005 viene fondata la SSC Venezia, fratelli Poletti consulibus, beneficiando del Lodo Petrucci e ripartendo dalla C2, l'allora quarta serie del calcio italiano. La fusione tra Venezia e Mestre, laguna e terraferma, si era già consumata da tempo, i colori che campeggiavano sulla maglia dei nostri erano già i mitici arancioneroverde, che da piccolo quando dicevo ai compagni di classe delle elementari che «i colori del Venezia erano certo più belli di quelli della Roma o della Lazio» mi intorcicavo la lingua a dire fluentemente arancioneroverde. Destando, ovviamente l'ilarità dei più. In ogni caso, la fusione era avvenuta da tempo e da quel dì non ci fu davvero mai serenità nella Serenissima. Sì, certo, la C2 venne conquistata in breve tempo, la permanenza in C1 fu tranquilla almeno per due stagioni, tuttavia in quella a cavallo tra il 2008 e il 2009 si consuma il fattaccio. 
O, meglio, il primo di una lunghissima serie.
La nuova Prima divisione non fu clemente con l'SSC Venezia che, arrivata 17°, aveva dovuto combattere fino all'ultima giornata dei playout: lottare per la sopravvivenza, praticamente.
Chi non si ricorda, a margine della gara pareggiata contro la Pro Sesto, della capriola di Ibekwe? (la domanda potrebbe anche risultare retorica, dato che l'episodio in questione corro il rischio di ricordarmelo solo io tra i non veneziani che, da bravo manico, mi andavo a refreshare il sito dell'allora SSC Venezia ogni 5 minuti).

Fu un'illusione, però, e durò poco. La permanenza nel professionismo dei lagunari venne minata del tutto quando l’SSC Venezia, sorto dalle ceneri dell’AC Venezia, fallì. Ne nacque una nuova società, l'FBC Unione Venezia la quale dovette ripartire dalla serie D. Iscritta in sovrannumero, peraltro, nel girone del nordest (il girone C). 

L’Unione Venezia si presentava ancora scarna alla prima apparizione ufficiale: né organico, né maglie ma, almeno, una certezza, Paolo Favaretto in panchina. La prima partita, dicevo, viene fatta con delle maglie della Lotto completamente bianche e lo stemma della casa costruttrice al posto del logo raffigurante il Leone di San Marco: iniziano a piovere critiche da subito, anche perché se non c’è la squadra, come possono esserci ancora le maglie?

L'FBC Unione Venezia alla sua prima apparizione in Serie D
L’unica certezza extra rosa sembra essere il Penzo, il vecchio stadio costruito a Fondamenta Sant’Elena secondo solo al Ferraris di Genova per longevità; all’interno degli undici gli unici a restare dalla Lega Pro sono Massimo Lotti, Simone Rigoni e Mattia Collauto, il capitano. A loro tre vengono affiancati dei ragazzi che avevano fatto parte delle giovanili del Venezia e altri atleti provenienti da squadre limitrofe; la prima apparizione in campionato dell’Unione Venezia vedeva la squadra così composta: Cavarzan; Bigoni, Nichele, Vianello, Cardin; Collauto, Segato, Di Prisco, Modolo; Ragusa, Corazza (‘quel’ Corazza che qualche anno fa era in forza al Novara in prestito dalla Sampdoria); nella panchina di mister Favaretto c’erano, poi, Lotti, Bivi, Rocchi, Rigoni, Volpato, Tessaro, Benedetti.

Tempi lontanissimi: Recoba e Maniero
festanti dopo un gol siglato dall'urugagio
La prima partita è una Caporetto: 4 a 1 contro il Montebelluna di Enrico Cunico (tecnico che guiderà la squadra l’anno successivo) e non molte possibilità d’appello. Seconda partita, seconda sconfitta, stavolta per 3 a 2 contro il Domegliara, tuttavia segnano Volpato e Nichele, i due che assieme a Collaudo trascineranno la squadra ben oltre le secche del campionato che si stava prospettando ad inizio stagione. La prima vittoria arriva alla quarta giornata: 5 a 3 contro la Virtus VeComp Verona, doppietta di Modolo e un gol a testa per Corazza, Tessaro e Collauto.

Da lì in poi ha inizio una storia continua di tira e molla fra Serie D e play-off, promozioni tra i professionisti sfumate per un soffio, emancipazioni dilettantistiche avvenute o meno ma soprattutto fallimenti.
Perché l'attuale Venezia FootballClub, allenato da Filippo Inzaghi e che è tornato in Serie B, non è il FBC Unione Venezia, ma un'altra società.
Altro giro altra corsa, altro campionato altro fallimento.
Le squadre di Venezia, però, da questo momento in poi, iniziano ad essere due. Due squadre, due nomi identici, colori diversi: una arancioneroverde e un'altra neroverde; Venezia Fc e Venezia 1907; Serie D e Terza Categoria. Due mondi diversissimi non solo calcisticamente ma anche ideologicamente: la prima società (a guida Joe Tacopina) si fa portavoce della squadra arancioneroverde, la seconda (a guida Gianalberto Scarpa Basteri) ha rilevato il simbolo del centenario del Venezia facendone una nuova squadra che riparta da zero ma che abbia come obiettivo primario quello della rivalutazione del Venezia che fu. Quello neroverde e dell'unica Coppa Italia del 1941, per intenderci.

Leggi di più: «Scarpa Basteri: il Venezia siamo noi»


Il presente

Tacopina sbarca in Laguna quando il Venezia è - di nuovo - in Serie D. Un altro fallimento, un altro cambio di nome, un altro cambio di società. La prima promessa che viene enunciata e declamata dallo statunitense è il nuovo stadio: il Venezia deve avere una nuova casa perché il Pier Luigi Penzo è uno «stadio bellissimo» ma non è «attrattivo». La solita solfa del logo-brand che nella Capitale «infiniti addusse lutti a Pallotta». Serve qualcosa di più moderno e, allora, si rispolvera la sempreverde idea dello stadio nel famigerato quadrante di Tessera proseguendo nella tradizione degli investitori stranieri degli ultimi anni che tendono a quella zona per la costruzione dell’impianto, (ipotesi mai concretizzatasi neanche nell’era Zamparini quando, in Serie A, la squadra della Laguna era ai suoi massimi). 

Il logo del Venezia Fc, per la verità, non è un granché e il merchandise arancioneroverde non va benissimo, così come - nonostante il campionato al vertice - non va neanche la partecipazione allo stadio dei tifosi. Inzaghi, nel marzo, infatti, ebbe a dire: «I tifosi sono la nostra forza, penso che la squadra abbia bisogno e meriti uno stadio pieno. [...] Mi auguro che il nostro stadio diventi il dodicesimo uomo in campo perché potrebbe aiutarci molto». Il problema, però, è che il dodicesimo uomo, spesso, è rimasto a casa e le frecciatine di Inzaghi non sono mai cessate per tutta la stagione. Tuttavia, la serie B è arrivata nonostante diverse questioni che hanno investito anche il Venezia FC, oltre a svariate squadre fra cui le due (fatiscenti) compagini romane quali Racing Roma e Lupa Roma. Trattasi dell'inchiesta fideiussioni iniziata dall'Espresso: «Da mesi decine di presidenti del pallone nostrano sono costretti a seguire da vicino le peripezie di una piccola compagnia di assicurazioni che viaggia sull'orlo del fallimento. La società in questione si chiama Gable, ha sede nel paradiso fiscale del Liechtenstein, e sta per trasformarsi nell'ennesimo scandalo del calcio italiano».

Scriveva nel settembre dello scorso anno Vittorio Malagutti sul settimanale sopracitato. Con il Nuovo Corriere Laziale siamo andati a controllare delle carte emesse dall'IVASS (Istituto Nazionale per la Vigilanza sulle Assicurazioni) e la Gable insurance risultava già fallita e commissariata. Dunque, le società coinvolte avrebbero dovuto trovare altri soldi per colmare quelli della fideiussione e tra i club coinvolti (oltre alle sopracitate fatiscenti Lupa e Racing) vi era anche il Venezia di Tacopina. 
A.C. Venezia in Serie A
La questione non è della pur famosa lana caprina si tratta della continuazione della vita societaria di una squadra che ha subìto, nel corso degli anni, decine di fallimenti e rilevamenti societari più o meno inadeguati alla piazza, fatto salvo il primo periodo a guida Rigoni (successivamente scomparso). La faccenda monetaria si fa tanto più presente quanto invadente nella vita lagunare arancioneroverde se si contano almeno tre fattori:
  1. La fideiussione da depositare per l'iscrizione in Serie B è più ingente di quella della Lega Pro (qui un comunicato chiarificatore della terza serie calcistica italiana per quel che riguarda i parametri e i costi della fideiussione). È bene ricordare, infatti, la vicenda del Pisa di Rino Gattuso che non è stata, per così dire, una passeggiata a tal proposito. Si potrà obiettare che la vicenda della crisi-pisana verteva su altre fratture oltre che quella del deposito di denaro in Federcalcio. Senza dubbio. Certo è che a quelle già esistenti si era sommata anche la questione della fideiussione.
  2. Questione Stadio - Il Quadrante di Tessera, dopo il niet ricevuto da più parti è decisamente un progetto del passato. Il Penzo, però, ha subìto diversi traumi nel corso degli anni: già dopo l'era-Zamparini (e, dunque, all'indomani del fallimento)  «la capienza dello stadio venne dapprima limitata a 9.950 posti e poi nel 2007 (dovendo ottemperare ai nuovi regolamenti sulla sicurezza) a 7.450 posti: in tale occasione si provvide infatti a ridurre le dimensioni delle curve e dei distinti». Ristrutturare il Penzo, però, costicchia.
  3. Questione visibilità - Il Venezia in Lega Pro non ha visto una grande partecipazione dei tifosi (come prima menzionato) ma c'è una squadra che ha avuto un incremento di seguito e successi notevole: trattasi dell'A.C. Mestre. La squadra arancionera, sorta da un'abile mossa da parte di tre realtà locali, ora slanciatissima verso una storica (questa sì) promozione in Lega Pro. La diaspora mestrina, a seguito dell’unione Venezia-Mestre, è stata interrotta dall’iniziativa dell’FBC Union Pro (unione di società Pro Mogliano e Preganziol) che nel giugno dello scorso ha spostato la propria sede a Mestre e ha cambiato denominazione in SSD AC Mestre mentre la precedente squadra arancionera, salita in Promozione, si era trasferita a Spinea diventando l’FBC Spinea 1966. Ecco, a tal proposito, il comunicato che diramò l'Union Pro Mogliano a riguardo: «L’AC MESTRE, società nata dalla fusione tra Mestre e Mestrina, giocherà il campionato di serie D 2015/16 presso lo stadio Comunale di Mogliano in attesa del ripristino dello Stadio Baracca di Mestre (che nel frattempo sta utilizzando) I campi di allenamento della prima squadra saranno quelli di Zelarino e di Mestre. Il Settore Giovanile della AC Mestre giocherà invece nei campi di Zelarino, Giacomello e Bacci. L’FC UNION PRO disputerà le partite di campionato di Eccellenza 2015/16 presso l’impianto sportivo di Mogliano o di Preganziol, in base alla compilazione dei calendari. Le partite del Settore Giovanile si giocheranno presso lo Stadio Comunale di Via Ferretto, il Campo Secondario di Mogliano e presso lo Stadio di Preganziol». Il Mestre, dunque, rinnovato nella squadra, nel seguito e nella promozione tra i professionisti, potrebbe strappare un vasto pubblico di coloro i quali, dalla terraferma, si recano al Penzo per andare a vedere il Venezia. Mi si obietterà ma si tratta di tifosi occasionali. A costoro rispondo che sì, è ben vero. Pur tuttavia, quali sono i gruppi che si sono tesserati per seguire il Venezia? Pochi, decisamente pochissimi. Anzi, quando la precedente dirigenza licenziò mister Sassarini (Serie D), in un Venezia lanciato per la promozione, lo stadio era il triplo più pieno della declamata (e pubblicizzata) festa promozione di qualche giorno fa. 
Dunque la dirigenza arancioneroverde ha, di fronte a sé, ben tre gatte da pelare e almeno una delle due, quella legata allo stadio, potrebbe far desistere l'investitore americano che ha investito sulla squadra di «una cità mportanti nel mondo». La preoccupazione del calcio moderno, infatti, è quella di cercare di stringere il cappio del capitale attorno al già martoriato corpo esanime del movimento calcistico italiano. Si elogia, infatti, da più parti il modello Sassuolo, tuttavia non è altro che uno svago della Confindustria: il proprietario della squadra è Giorgio Squinzi; lo stadio è il Mapei Stadium (Squinzi anche qui) andando di fatto a costruire un nuovo stadio in un'altra città (Reggio Emilia) facendo in modo che la squadra si inventasse una tradizione calcistica (hobsbawnianamente parlando) acuendo non poco gli scontri già presenti fra Reggiana e Sassuolo.
Cos'ha di così genuino il modello Sassuolo? Proprio nulla.

Ecco perché, nel breve o nel lungo termine non è dato sapere, il Venezia arancioneroverde si ritroverà con diverse grane da risolvere e con un futuro pressoché incerto, sic stantibus rebus.

Per tutto il resto c'è il Venezia 1907.


p.s. Ultimamente, quando mi ritrovo con qualcuno a parlare del più e del meno, in questi discorsi ci finisce di mezzo - come al solito - anche il calcio. Frasi fatte, mezze parole e quel "ma tu tifi ancora il Venezia?". Certo, dico io, diventando subito serissimo. "Solo che non tifo il Venezia di Tacopina, mi sono appassionato alle vicende del Venezia 1907".  E lì a mettermi a spiegare tutta una serie di cose. 
Sono un po' un rompiscatole, lo ammetto.


Metro C, fermata San Giovanni

Dice: «Sta fermata de San Giovanni è no spettacolo, oh. È tipo museo, cioè arivi n fermata e te spizzi 'e cose, come se chiamano..»
Dico: «L'anfore?»
Dice: «Eh, bravo, l'anfore! Ce stanno n sacco de monete, na figata totale»
Dico: «Beh, sì, poi se ce passasse la metro sul serio sarebbe ancora mejo»
Dice: «Perché, scusa?»
Dico: «No, dico, tu sei andato all'apertura, ieri no?»
Dice: «Eh, dimme, non sto a capì»
Dico: «Te sto a dì: come ce sei andato alla fermata de San Giovanni?»
Dice: «Co la metro, te sto a dì!»
Dico: «Sì, okay, pure io pijo la metro a Torre Maura. Non sto a dì quello. Te sto a dì: ce sei arivato a San Giovanni?»
Dice: «Sine, te sto a dì che ce so arivato»
Dico: «Col 51, però»
Dice: «Ah, sì, n quel senso sì. Cioè la metro ancora n c'ariva»
Dico: «Appunto, dico, se ce passasse r treno sarebbe ancora de più na gran cosa»
Dice: «Ao ma te voi tutto e subito, ma famme capì»
Dico: «No, io nun vojo esse preso pe r culo. Tutto qua. Siccome se sta ndietro de quattro ere geologiche nella costruzione de sta Metro C, siccome a Piazzale Clodio n ce s'ariverà mai e chissà pure se se 'ntersecherà a Colosseo, fammi capì de che devo esse felice»
Dice: «Tra sei mesi c'ariva, r treno, tranquillo»
Dice: «Se. Sei mesi. Te vojo vedè. Magari co a frequenza de 20 minuti come al solito. Pijo er Cotral faccio prima».

«Ha fatto anche cose buone»

Dice: «È che mo so dumila, prima c’era solo la Jugoslavia»
Dico: «Ma in realtà in Jugoslavia stavano insieme perché c’era Tito»
Dice: «Nfatti mo tutti a dì che rimpiangono Tito, come qua Mussolini»
Dico: «No, beh. Bono n’attimo. Hai detto na stronzata.
Dice: «Guarda che Mussolini ha fatto un sacco di strade, ha collegato paesi che mo contano ventimila abitanti»
Dico: «Sì, vabbè, giudicamo uno pe’ du strade? Te prego»
Dice: «Si vabbè ma ar paese mio n c’è mai stata a destra ar governo. N c’è mai stata riconoscenza, quindi manco a dì che se po’ giudicà così»
Dico: « Ma stai a dì na troiata, comunque. Ripeto, si dovemo giudicà la gente pe’ du strade, Berlusconi allora è n santo, e nummepare che lo sia stato. Anzi, quand’è che lo canonizzamo? Ennamo, su»
Dice: «Vabbè, mo te stai a dì che ha fatto 3/4 de cose sbajate però ha fatto anche cose buone»
Dico: «Come no: l’Italia n guerra, ‘oro alla patria’, scappo col Re e mi faccio la ‘repubblichina’. N’eroe».
Dice: «Ma te me sa che sei comunista»
Dico: «Noo. Impossibile. La saluto igienicamente»

Italianità

«Zio, lo sai che sono italiana?»
«Sì, è vero! Anch'io sono italiano!»
«Sì, abbiamo la faccia bianca, noi»
«Ma lo sono solo quelli che hanno la faccia bianca?»
«Sììì, solo quelli con la faccia bianca»
[Interviene la signora lanònna]
«Non è vero, Roberta, e Andrew non è italiano? Diciamo allo zio che tu hai un amichetto che non ha la faccia bianca ma è un po' più marroncino ed è italiano»
«Ah, già! Andrew!»
«Non tutti gli italiani hanno la faccia bianca..»
«Sì, zio, è vero»

Spero che il messaggio passi già da adesso...

Un vicendevole saluto cordiale tra sconosciuti

Per preparare gli esami del Corso di Laurea di Scienze Storiche, che frequento dopo aver concluso il percorso di studi di primo livello, vado a studiare in biblioteca. L'accesso alla biblioteca della facoltà (ora macroarea) di Lettere e Filosofia di Tor Vergata era interdetto a chi non possedeva il tesserino della medesima, quindi che non fosse iscritto alla facoltà. Da qualche anno a questa parte, tuttavia, l'accesso è consentito anche ai generici iscritti all'Università di Tor Vergata.
Spesso, insomma, ci passo le giornate intere, come è accaduto oggi e, di norma, mi tolgo gli occhiali data la distanza ravvicinata coi libri, posandoli sul tavolo a fianco alle penne e alle matite. Tutto questo, ovviamente, amplifica la percezione distorta della realtà: il mondo, senza lenti, è per me a metà tra un quadro impressionista e una sempre presente nebbia che avvolge persone e cose.

Oggi, per un motivo o per un altro, verso le 17:00, ero già fuso, nonostante fossi entrato a studiare alle 9:15 (minuto più, minuto meno), dunque inizio a rassettare le mie cose e a impilare libri, fotocopie, dispense e quant'altro. Mi giro per prendere (sempre senza occhiali) la giacca a vento che avevo avvolto alla sedia che mi ha sostenuto per alcune ore di studio e nella torsione del busto vedo passare una figura che assomigliava ad un tizio con cui ho condiviso degli esami di triennale.

Il tizio stava certamente cercando qualcuno con gli occhi, girando la testa da una parte all'altra del piccolo corridoio che separa tavoli di consultazione e fondi librari, quando ad un certo punto mi alzo, e gli tendo la mano dicendo - sottovoce - «Ao, ciao! Come stai?». Lui, sicuro di sé e col piglio della persona che mi conosce da decenni, mi fa «Caro che piacere, tutto bene».
Mi stringe la mano, mi sorride e si rivolge nuovamente alla breve strada che dovrà percorrere per trovare quel qualcuno che cercava con lo sguardo poco prima. Esco dalla biblioteca, metto a posto le cose e mi ripensando all'accaduto mi viene in mente che, in realtà, non ho salutato il tizio con cui ho condiviso degli esami in triennale ma un perfetto sconosciuto, come se a distanza di qualche minuto il cervello mi avesse svegliato dalla stanchezza in cui ero immerso.
Insomma, ho salutato un tizio che non conoscevo affatto che mi ha ricambiato come se ci conoscessimo da tempo immemore.
Un vicendevole saluto cordiale tra sconosciuti.

Mica Renzi, Trump!

Dice: «Hai visto Trump? Mette i dazi pe' chi vole costruì n Messico. C'ha le palle, me piace, no come Renzi o Marchionne»
Dico: «Fermete n secondo: Trump è tipo Berlusconi alla ventesima. Te sei così sicuro che non ce vole fa soldi a costruì machine a pagà de meno a gente così s'aricchisce de più?»
Dice: «Io n so manco chi è Trump e non me ne frega n cazzo, sto solo a dì che se n'è uscito bene, mica Renzi»
Dico: «Aridaje. Te sto a dì: ma uno che sta mballato de soldi, che è n'omo - comunque - espressione daa finanza. Te te pare che inizia a dì mo metto i dazi. E i soldi come li fa? Stamo a parlà de gente che campa sullo sfruttamento de chi lavora. Sfruttamento mio e tuo, pe' capisse n'attimo, eh»
Dice: «Intanto c'ha le palle»
Dico: «Vabbè, ne riparlano tra n par de settimane, guarda»

Abbiamo fatto tremare il sistema!11!1!!1

Dice: «Guarda che intanto er Movimento ha messo n piedi n sacco de roba. Mo sta storia dell'Alde è strumentale, che te credi»
Dico: «No, ma nfatti, so proprio sicuro che è strumentale, guarda»
Dice: «Te dico che è strumentale»
Dico: «Come no! Cioè: er Movimento 5 Stelle sta dentro a n gruppo 'x', chiede de entrà dentro a n'altro gruppo 'y', non lo fanno entrà e secondo te giustamente è na cosa strumentale»
Dice: «Mbe, avoja, calcola che dentro ar coso, all'Alde ce stanno li mejo mortacci loro che stanno n Commissione»
Dico: «Appunto»
Dice: «Appunto che? Guarda che 'r sistema l'hanno fatto tremà davero. Pensa se Grillo fosse entrato nell'Alde: le cose se cambiavano. Vedevano tutte e carte, facevano n sacco de casino. Ma che ne sai te»
Dico: «Ma guarda che è proprio la tesi del abbiamo fatto tremare il sistema11!!1!1 che è na barzelletta»
Dice: «Ma perché?»
Dico: «Ma scusa, è come se te vai da n carrozziere, je porti na machina 'x', a caso. Però porti na Citroen a n'officina Fiat. Quelli te guardano e te dicono No, guardi, non je la potemo riparà e te dopo de questo te ne esci co l'amici tua Ao, j'ho fatto strizzà er culo a quelli della Fiat eh?! M'hanno detto che non m'avrebbero riparato 'a machina. Grazie ar cazzo».

Elezioni Usa, "occhio" ai third parties



«Ma sì, vota pure per un terzo partito: spreca pure il tuo voto!»
La frase potrebbe essere stata pronunciata da chiunque in un qualsiasi Stato Americano in un'altrettanto indeterminata fase elettorale. Gli USA sono - agli occhi di qualsiasi giornalista, osservatore, cittadino mediamente interessato alle questioni politiche e non - il Paese che più rappresenta il bipartitismo e il sistema elettorale maggioritario: si sta o dall'una o dall'altra parte, a meno che sia l'una che l'altra non vengano considerate two sides of the coin, cioè due facce della stessa medaglia. E' bene, dunque, riflettere a freddo e a qualche giorno dalle elezioni americane sui dati che hanno consegnato le urne e in particolar modo quelli riguardanti i third parties tenendo però a mente la piccola quanto utilissima guida sul come si vota negli 'States' che ha scritto Andrea Marinelli pubblicata dal sito del Corriere della Sera a poche ore dal voto americano.

Third parties in cifre

Chiunque, dopo un rapido sguardo dato alle percentuali dei Repubblicani e dei Democratici, considererebbe qualsiasi altra percentuale completamente nulla. Le cifre, in effetti, non lasciano ampio margine al dibattito: Donald Trump, candidato repubblicano, ha guadagnato il 46, 56% e 290 grandi elettori al Congresso Americano mentre Hilary Clinton, candidata democratica, ha ottenuto il 47,83% e 232 delegati. I maggiori third parties degli USA sono il Libertarian Party (Partito Libertario), il Green Party (Partito Verde) il Constitution Party (Partito della Costituzione): le rispettive percentuali di questa tornata elettorale sono state 3,28% (4.363.228 voti), 1,02% (1.358.508 voti) e 0,14% (190.308 voti). 

A vederla così, sic et simpliciter, si tratterebbe di un misero quinto quarto, come da tradizione popolare romanesca, anche perché il vero exploit di un third party ci fu solo nel 1996 ovvero l'anno della fondazione del Reform Party of the USA (tradotto, forse un po' liberamente, Partito dei Riformatori degli Stati Uniti d'America). 
Quel Reform Party che prese l'8,40% alle Presidenziali del 1996 e che lasciò al palo gli altri partiti come il Libertarian, oggi di gran lunga più forte rispetto a dieci anni fa; quel Reform Party che ebbe tra le proprie linee anche Donald Trump per un breve periodo di tempo; quello stesso partito che nel 1998 riuscì a strappare il governo del Minnesota al blocco repubblicano/democratico e che nel giro di pochissimo tempo implose sotto il peso di scandali e mala gestione all'interno della stessa organizzazione politica. Il Green Party, in ogni caso, tra i third parties presi in esame, è quello che più è cresciuto in termini di voti e rappresentanza negli Stati: dal 2008 i verdi sono passati dall'essere rappresentati da 32 stati - più District Columbia - ai 44 di oggi. 

Non tutti, in sostanza, ma una buona base per un sostanziale incremento, senza contare che alle scorse presidenziali il Green Party riusciva a prendere poco più dello 0,35% mentre ora triplica i consensi e sfiora il milione e mezzo di voti con picchi in Hawaii (3%), Oregon (2,5%) e Vermont (2,3%). Se il Green Party ha avuto un incremento riguardante una crescente presenza negli Stati, per il Libertarian party questo dato va affiancato ad un sostanziale incremento dei voti e dei consensi rispetto al passato, a partire dal fatto che il partito del porcospino è riuscito ad essere rappresentato in tutti e 50 gli stati più District Columbia. Fino alle elezioni del 2012, infatti, il Libertarian era riuscito ad essere presente in 48 stati e nel 2008 in 45. 
L'incremento in termini numerici è, da questo punto di vista, sorprendente: dallo 0,4% del 2008 s'è passati ad un timido 0,99% del 2012 fino ad arrivare al 3,28% di questa tornata elettorale. Il dato interessante del Libertarian è che, al netto delle posizioni politiche e dei programmi, è riuscito a strappare tanto negli Stati tradizionalmente repubblicani (come l'Alaska) quanto in quelli a prevalenza democratica: nel Vermont, ad esempio, i repubblicani sono ben staccati dai democratici, ma Johnson, candidato del Libertarian si assesta attorno alla media del 3,4%. Non crolla, in sostanza, e rimane stabile. Ben più staccato il Cosntitution Party (Partito della Costituzione) che viaggia attorno ai 199.00 voti: dopo il crollo alle elezioni del 2012 (0,009% e la presenza in soli 26 Stati), il partito si riassesta sullo 0,14% ma diminuendo la presenza negli stati (solo 24). 

Ovviamente questi dati non segnano una spaccatura del bipartitismo americano strictu sensu ma è importante - almeno a parere di chi scrive - notare e monitorare questa tendenza presente già da più di qualche tornata elettorale. Così come, sempre in riferimento alla tendenza da monitorare, quella che fa riferimento all'area marxista e socialista americana che merita decisamente una menzione (non foss'altro per la tenacia di mantenere una posizione tale in un paese come gli USA): se il PSL - Party for Socialism and Liberation non riusciva a prendere più di 9.000 voti (Presidenziali del 2012) e ad essere rappresentato in 10 stati, ora aumenta a più di 50.000 voti il proprio consenso, grazie anche alla presenza della sua candidata Gloria la Riva alle proteste feroci di Baton Rouge e degli afroamericani, appoggiate dal PSL fin dalla nascita dello stesso (2008). 

L'incremento del PSL, dunque, va letto con la stessa lente - verrebbe da dire - e con la stessa chiave di lettura di quella fino a qui adoperata per i third parties: il voto afroamericano, così genericamente classificato da media e stampa internazionali, ha sicuramente influito nell'aumento di consensi in favore di Gloria la Riva, così come allo stesso modo, settori repubblicani si sono affidati al turboliberismo del Libertarian party.

Libertarian party, l'incremento del turboliberista

«I mercati tremano». O meglio, lo fanno solo giornalisticamente parlando dato che, pragmaticamente, tanto Trump quanto la Clinton rappresentano meglio di tutti gli interessi degli stessi mercati che non hanno nulla da temere col candidato repubblicano che si appresta ad insediarsi sullo scranno di Presidente degli USA. Le proposte del Libertarian sono più o meno ordinarie per la retorica pre-elettorale che accompagna gli elettori americani al voto: meno stato, più mercato, il motto repubblicano nel terzo partito americano viene estremizzato e si arriva a proporre la privatizzazione di tutti i servizi pubblici e l'abolizione del welfare state.  
Libertarian Party Porcupine
L'emblema del Libertarian è il porcospino
che va ad affiancarsi all'elefantino dei
repubblicani e all'asinello dei democratici
L'incremento dei consensi del Libertarian va inserito nel quadro di polarizzazione (a destra) dell'elettorato e del corpo sociale americano: le iniziative di Obama riguardo la riforma sanitaria (unico sprazzo vagamente social-democratico dell'amministrazione Obama) hanno fatto sussultare ampi settori della borghesia e del capitalismo americano gridando al socialismo (sic!) e le proposte del partito del porcospino non sono sembrate poi così ostili ad una parte della società americana. Il Libertarian supera il 9% in New Mexico e il 6% in South Dakota andando a conquistare un ragguardevole risultato complessivo.